Da Trump a Biden, perché la politica estera USA non cambia (o quasi) Cina Stati Uniti
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Nel corso di queste settimane, gli osservatori internazionali hanno avuto modo di notare fin da subito l’approccio della nuova amministrazione americana nei confronti della politica estera degli USA. Le occasioni sono state offerte, oltre che dalla pandemia, anche dalle indagini dei servizi segreti sulle elezioni del 3 novembre e soprattutto dal primo confronto tra gli Stati Uniti di Biden e la Cina di Xi Jinping in Alaska.

Nel primo caso, il risultato del rapporto della CIA ha portato Joe Biden a intervenire in diretta televisiva per annunciare nuove sanzioni nei confronti della Russia, facendo sfumare le speranze di una nuova distensione dei rapporti. Inoltre, non hanno giovato al dialogo le parole del presidente americano, il quale ha definito Putin un “killer”. Ad Anchorage, invece, è andato in scena l’ennesimo braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti. I presupposti per il naufragio del dialogo c’erano tutti. Entrambi i contendenti hanno preferito comunque incontrarsi per annunciare al mondo intero come il confronto tra le due superpotenze non sarà rimandato ancora a lungo.

Gli accadimenti internazionali di questi mesi non sembrano corrispondere a quella auspicata discontinuità che in molti avevano preannunciato con l’avvicendamento di Joe Biden alla Casa Bianca. L’approccio nei confronti di alcuni importanti dossier di politica estera è rimasto sostanzialmente simile rispetto a quello dell’amministrazione precedente. Soprattutto sul caso cinese, sembrerebbe che Biden e il suo entourage siano intenzionati a distendere i rapporti quanto basta per collaborare solo su taluni fascicoli, come il cambiamento climatico.

D’altro canto, non è l’avvicendarsi di amministrazioni diverse quel motore immobile che regola lo svolgimento delle dinamiche della politica estera americana. La costante geopolitica che guida gli yankee non si esaurisce tutta in un unico centro di potere, dato che si tratta pur sempre di una superpotenza globale che ha molteplici interessi in ogni parte del globo.

Cosa è cambiato con Biden nella politica estera USA

Dopo il vertice ad Anchorage con i funzionari cinesi, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Anthony Blinken si è recato a Bruxelles per una settimana di incontri con i funzionari della NATO, dell’Unione Europea e di alcuni stati membri. Si è trattato di una sorta di incontro conoscitivo avente il fine di preparare il terreno per l’arrivo di Joe Biden, il quale si è collegato in videoconferenza al Consiglio europeo del 27 marzo.

Joe Biden vuole recuperare il rapporto con gli alleati in funzione anti-russa e anti-cinese. Gli europei hanno salutato con favore l’arrivo del democratico alla Casa Bianca, ma hanno altresì sottolineato come le cose siano profondamente cambiate. Ora l’UE vuole fare da sola, come nel caso dell’accordo preliminare sugli investimenti firmato a dicembre con la Cina senza la previa consultazione dell’alleato.

Dal canto loro, gli americani potrebbero avere un’arma importante dalla loro parte: i vaccini. Un tema che è stato affrontato molto superficialmente dal Segretario di Stato e da Joe Biden, dato che gli americani preferirebbero terminare la vaccinazione di massa negli Stati Uniti e poi dedicarsi con attenzione a quella che è stata ribattezzata la “geopolitica del vaccino“.

Nonostante il vaccino sia uno strumento geopolitico di notevole spessore, gli europei non rinunceranno facilmente a un importante partner commerciale come Pechino. Gli Stati Uniti di Biden vedono la Cina come una potenza antagonista, che minaccia la sua egemonia globale. Lo stesso discorso non può farsi per l’Unione Europea, la quale pare trovarsi ancora molto lontana da una prospettiva del genere.

Cosa non è cambiato e perché

Un altro dossier di sicuro interesse per Biden è quello russo. Nonostante l’esistenza di un rapporto di simpatia personale tra Putin e Trump, sia l’amministrazione americana che il Partito Repubblicano non hanno mai voluto che questo sentimento si trasformasse in una politica estera USA favorevole nei confronti della Russia. Mosca resta un antagonista importante e un rivale strategico per gli interessi di Washington in chiave europea.

Le tensioni degli ultimi giorni non hanno comunque impedito a Putin e Biden di darsi appuntamento al prossimo vertice sul clima, unico punto programmatico comune di due agende differenti. Al centro delle preoccupazioni di Mosca c’è il suo vicinato (Ucraina in primis) e l’instabilità del Medio Oriente; gli americani guardano, invece, al contenimento della Cina. Pechino, a dire il vero, è un problema anche per i russi, e questo Biden lo sa, dato che annovera nella sua amministrazione profondi conoscitori della strategia russa come Sullivan. Non bisogna comunque illudersi: la presidenza del democratico è molto simile a quelle precedenti, le quali posero l’accento sui diritti umani sanzionando ripetutamente le violazioni di Mosca. È abbastanza verosimile credere che Biden agirà in modo similare, finendo per favorire un ulteriore avvicinamento di Putin a Xi Jinping.

Non c’è alcun dubbio che sia Pechino il dossier più complesso per la nuova amministrazione. Il primo assaggio di ciò che potrà accadere nel corso di questi quattro anni è stato offerto dal vertice di Anchorage, dove americani e cinesi si sono divisi praticamente su tutto. La delegazione americana non ha badato ai convenevoli e ha cominciato subito ad attaccare Pechino sui diritti umani. I cinesi hanno controbattuto facendo leva sui disastri di Washington in politica interna. Alla fine, Yang Jiechi, capo degli Affari Esteri del Partito Comunista Cinese, ha pronunciato una frase che fino a trent’anni fa nessuna potenza del globo terraqueo avrebbe mai osato nemmeno concepire:

Gli Stati Uniti non hanno il diritto di rivolgersi alla Cina come se parlassero da una posizione di forza“.

C’è da sottolineare che quello cinese non è stato un semplice espediente diplomatico per guadagnare consenso tra i Paesi ostili allo strapotere degli Stati Uniti. Questa sicurezza dei propri mezzi deriva da una crisi non cinese bensì occidentale. Si tratta di quella del 2008, la quale ha indebolito le economie più sviluppate, incidendo anche sui rispettivi sistemi politici, troppo fragili per affrontare il misfatto. La Cina si fa portavoce di una possibile soluzione presentando un nuovo modello basato su “meritocrazia” ed “efficienza“.

Credenza comune vuole che la Cina sia qualificata dagli occidentali con parole generiche quali “dittatura” e “regime comunista”. Seppur il Partito Comunista governi ininterrottamente dal 1949 con metodi autoritari, entrambe le espressioni risultano profondamente esemplificative di una realtà molto più complessa. Dalla morte di Mao (1976), il suo successore Deng Xiaoping ha avviato una notevole transizione economica, trasformando la Repubblica Popolare in una moderna economia capitalista. Rispetto all’Unione Sovietica di Gorbaciov, alla liberalizzazione economica non è seguita una riforma del sistema politico, preferendo barattare le libertà politiche con il benessere materiale.

Ad oggi la Cina è perfettamente integrata nelle trame occidentali. Basti pensare al suo PIL, il cui 20% deriva dalle esportazioni. L’unico particolare, su cui gli americani insistono da anni senza successo, è che a quella auspicata integrazione economica non è conseguita una vera apertura dei mercati cinesi. Pechino, in sostanza, ha mantenuto sempre un atteggiamento preferenziale verso le sue aziende, finanziandole abbondantemente, a discapito dei competitor occidentali. Un esempio in questo senso potrebbe essere la triste parabola di Amazon China, perito sotto i colpi del colosso di stato Alibaba.

Dal punto di vista tecnologico, il know how cinese si è evoluto, tanto da superare quello americano per numero di brevetti depositati. Un esempio sono i treni ad alta velocità, ma ci sono anche la telefonia, i microchip – che dopo una forte e quasi imprescindibile dipendenza americana, i cinesi hanno imparato a produrre da sé – e l’intelligenza artificiale. Sulle start-up, nuova frontiera tecnologica e industriale del millennio, la Cina sta investendo miliardi su miliardi (60% degli investimenti mondiali).

Secondo gli esperti, il PIL americano varrà due terzi di quello cinese nel 2050 e per questo Washington non è tranquilla. D’altra parte, la trentennale ascesa del colosso asiatico negli ultimi anni ha conosciuto un primo rallentamento, dovuto a diversi problemi finanziari a cui Pechino non ha ancora trovato una soluzione.

Gli americani sono altresì consapevole che Pechino non può essere combattuta con mezzi convenzionali. I cinesi fanno geopolitica adoperando sapientemente know how e denaro, una strategia convincente soprattutto per i Paesi più bisognosi di entrambi, come gli stati africani su cui, secondo alcuni, si giocheranno le fasi più acute del conflitto.

Preservare la primazia tecnologia e finanziaria è, per una superpotenza quale gli Stati Uniti, qualcosa che va ben oltre lo schieramento politico dell’amministrazione locale. Il dossier cinese è aperto da diversi anni ed è stato affrontato in tutti i modi: Obama ha preferito il contenimento, Trump ha optato per uno fallimentare scontro frontale, facendo uscire allo scoperto tutto il potenziale commerciale di Pechino. La politica estera cinese di Joe Biden sarà un connubio di questi elementi, con la rinnovata consapevolezza di non poter arginare ancora a lungo l’ascesa di Pechino.

Lo svolgimento delle vicissitudini nella politica estera degli USA non si concilia molto con le divisioni partitiche. A prescindere dalla presidenza di turno, gli americani dovranno affrontare il dossier cinese. Cina e Stati Uniti sono due potenze egemoniche che si fanno portavoce di due modelli politici differenti. In gioco c’è l’egemonia globale, non il risultato di un’elezione.

Donatello D’Andrea

Greenpeace

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