Elezioni USA 2020, una resa dei conti per un Paese sempre più diviso Donald Trump Joe Biden
Fonte immagine: TPI

Ci siamo, ormai manca pochissimo all’appuntamento elettorale più importante dell’emisfero occidentale. Un voto in grado di determinare non solo il destino degli Stati Uniti, ma anche di spostare gli equilibri di ogni angolo del globo. Le Elezioni USA 2020, in quanto a crucialità, promettono di non deludere le aspettative. Joe Biden e Donald Trump si sfidano, in piena pandemia, mentre le tensioni sociali si esasperano attorno al caso di George Floyd e alle intimidazioni di un’estrema destra complottista sempre più implicata nelle dinamiche politiche americane.

Dopo una campagna elettorale tra le più polarizzate della storia americana, con insulti e offese durante il primo dibattito e la relativa (e artificiosa) calma del secondo, i due candidati si preparano a raccogliere i frutti delle rispettive rivendicazioni con la consapevolezza che le prossime sfide che il vincente dovrà affrontare saranno decisive per il futuro della leadership statunitense nel mondo.

Insomma, si tratta di una vera e propria resa dei conti non solo per i candidati ma per lo stesso sistema “America”, interpretato in due modi differenti dai candidati e dalle frange sociali e di partito che li supportano. I repubblicani, vicini a Donald Trump, hanno confermato attraverso delle blande primarie di avere un solo individuo in grado di concorrere per la presidenza. I democratici, dal canto loro, si sono affidati al moderato Joe Biden, ex vicepresidente di Barack Obama, espressione dell’establishment a stelle e strisce.

Le Elezioni USA 2020 non riguardano solo la presidenza

Nonostante i media tendano a dare risalto alle sole presidenziali, è bene ricordare che nelle Elezioni USA 2020 in palio ci sono anche i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 33 seggi del Senato, il quale si rinnova di un terzo ogni due anni.

Se ci si affidasse ai sondaggi, Joe Biden godrebbe di un vantaggio medio di circa 9 punti percentuali nei confronti del suo avversario, mentre la Camera dovrebbe restare nelle mani di Nancy Pelosi. Il Senato, invece, al momento è nelle mani di 53 senatori repubblicani e nel caso in cui Joe Biden non riuscisse a prenderne il controllo, la navigazione della sua legislatura sarebbe notevolmente più tormentata. Oltre alle nomine, avere due camere con due maggioranze differenti non è per niente agevole per l’amministrazione entrante, dato che nei sistemi presidenziali il presidente non può sciogliere le camere (e di conseguenza le camere non possono sfiduciare il capo dello stato). Ciò significa che si verrebbe a creare una situazione di stallo (il governo diviso), senza la possibilità di conciliazione.

Ai democratici servirebbero almeno quattro seggi per tornare in maggioranza. Non sarà un’impresa semplice, dato che gli stati in grado di eleggere un senatore ai democratici sono quelli più contesi. Secondo il portale 270towin, gli stati in cui la lotta sarà serrata saranno più o meno una decina: da un lato ci sono Michigan e Alabama, territori diversissimi che hanno in comune solo un senatore uscente democratico. Nel primo ci sono buone possibilità di vittoria per il Partito Democratico. Al contrario, in Alabama, dove nel 2018 aveva un democratico aveva vinto con la sorpresa di tutti, ci sono buoni motivi per credere che il miracolo non si ripeterà, dato che lo Yellowhammer State è tradizionalmente un baluardo dei conservatori.

Elezioni USA 2020
Elezioni presidenziali Usa 2020. Situazione stato per stato secondo una proiezione del 10 ottobre 2020. L’elaborazione di un’aggregatore di sondaggi su https://www.270towin.com/

Per Joe Biden non sarebbe una condizione idilliaca arrivare alla Casa Bianca con la perdita di un seggio soffiato ai repubblicani. D’altro canto ci sono diversi territori, soprattutto del Sud, dove il Grand Old Party è in estrema difficoltà. Ad esempio, i sondaggi danno avanti i democratici in Colorado, Arizona, Iowa, North Carolina e Maine. Confermare le aspettative sarebbe il minimo necessario per i democratici, soprattutto in caso di sconfitta in Alabama, per guadagnare terreno.

La tendenza a sottovalutare il ruolo del Congresso risponde, comunque, alla falsa narrazione del presidente americano come un “uomo solo al potere“. Il frutto di questa credenza, dal canto suo, produce un forte impatto elettorale. Si tratta del fenomeno della polarizzazione, il quale influisce anche sulla differenza di voti elevata tra un candidato e l’altro nelle contee, producendo dei processi di chiusura elettorale che vanno a sommarsi ai fenomeni sociali ed economici. Un esempio è il Texas, dove in alcune contee un candidato repubblicano può distanziare quello democratico anche di 50 punti percentuali. Un discorso simile potrebbe farsi per il Distretto di Columbia, dove i democratici vincono con il 92%. In questo contesto, i risultati elettorali complessivi potrebbero restituire tanto un quadro fedele alle aspettative, quanto vederlo stravolto.

Trump e Biden si sfidano in un Paese sempre più polarizzato

Assodato che nei sistemi presidenziali il personalismo fa parte del pacchetto, è ormai chiaro che con l’avvento del Tycoon gli Stati Uniti abbiano subito una sorta di “effetto Trump“, cioè l’estremizzazione della politica americana e di riflesso la polarizzazione del suo elettorato. Un fenomeno, a dire il vero, che si è solo cristallizzato con l’ultimo inquilino della Casa Bianca e durante le elezioni USA 2020, ma che affonda le sue radici nei decenni precedenti.

L’alternanza delle due grandi famiglie politiche negli Stati Uniti non è stata mai interrotta. I partiti si sono trasformati, hanno assorbito e inglobato le trasformazioni ideologiche intercorse nella storia e sono stati sempre in grado di rappresentare al meglio la complessità dei mutamenti della società americana, anche nelle sue più piccole contraddizioni. Inoltre, fino agli anni ’80 entrambe le formazioni seguivano un principio di voto soprannominato “Red or Blue is my Country” e facente riferimento alla superiorità dell’interesse nazionale su ogni divisione partitica.

Il progressivo inasprimento del dibattito e delle divisioni interpartitiche ha fatto venir meno questa forma di dialogo, inaugurando una lenta e progressiva polarizzazione della discussione politica. Un caso emblematico, in questo senso, è l’elezione di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. In tempi non sospetti, a nessun partito sarebbe venuto in mente di proporre per una carica neutrale un nome così esposto riguardo ai temi tanto cari al proprio partito, a ridosso delle elezioni. Nello specifico, la scelta è ricaduta proprio su questo nome per un mero interesse elettorale: Donald Trump ha mandato un preciso messaggio alla componente più radicale del partito, quella evangelica. Lo stesso è accaduto per Biden, con l’apertura verso la sinistra “socialista” di Sanders e Ocasio-Cortez.

La polarizzazione ha esasperato il dibattito pubblico e ha prodotto una classe dirigente sempre più trincerata attorno alle proprie posizioni, con la conseguenza di rendere i negoziati più difficili. Stesso discorso si può fare per gli elettori, i quali hanno assorbito appieno lo spostamento ideologico operato da queste nuove figure meno politiche e più istrioniche. Nel caso del Black Lives Matter, ad esempio, i democratici si sono mostrati più propensi ai diritti della comunità afroamericana rispetto al passato, cedendo rispetto alle posizioni di coloro che sono convinti che il razzismo sia un fenomeno strutturale della cultura americana.

La società appare sempre più divisa, le differenze vengono incitate anziché mitigate: addirittura gli elettori di entrambi gli schieramenti tendono a gradire poco la frequentazione con una persona dello schieramento opposto e cercano sempre di trasferirsi in zone densamente popolate da persone dello stesso partito. Due considerazioni che sottolineano come la diffidenza reciproca sia diventata un fattore elettorale. In questo caso, tale atteggiamento si traduce anche nel timore che lo sconfitto possa non accettare di perdere.

I candidati alla presidenza: Donald Trump e Joe Biden. Fonte: edition.cnn.com

Nel caso delle Elezioni USA 2020 questo sentimento è riscontrabile in un sondaggio condotto dall’istituto Opinium Research: quasi la metà degli intervistati vive nell’inquietudine che Donald Trump possa non riconoscere l’esito del voto. Un gesto disperato (e propagandistico) che si tradurrebbe in una grave crisi costituzionale, inedita per la storia americana, che potrebbe esasperare ulteriormente gli animi e, secondo alcuni analisti, condurre addirittura alla guerra civile. D’altronde, durante il primo dibattito televisivo tra candidati alla presidenza, Donald Trump ha invitato i membri dei Proud Boys, un gruppo suprematista di estrema destra, a “stare pronti“.

Da un punto di vista fattuale, la situazione potrebbe farsi ancora più complessa nel caso in cui, in un primo momento, il voto negli stati in bilico dovesse dare Donald Trump come vincitore. Una eventualità non così remota, dato che nel caso in cui i voti postali dovessero ritardare, la dichiarazione definitiva si sposterebbe di qualche giorno. Così facendo il Tycoon potrebbe recarsi in tv e rilasciare dichiarazioni sui social autoproclamandosi vincitore, e nel momento in cui i risultati dovessero dargli torto, evocare i brogli.

Infine, ma non ultima, va considerata l’economia. Si tratta di un argomento che si accompagna alla gestione della pandemia, la quale a sua volta ha avuto effetti poco gratificanti sui redditi degli americani. La disoccupazione è schizzata al 15%, mentre il reddito pro capite è sceso del 4%. I repubblicani stigmatizzano il lockdown e addossano le responsabilità della crisi ai governatori democratici, i quali a loro volta accusano Trump della pessima gestione della Covid-19. Un rimbalzo di responsabilità che ha finito per penalizzare il Tycoon, il quale continua ad eludere qualsiasi domanda in proposito, preferendo continuare a dividere l’elettorato paventando il pericolo socialista qualora Joe Biden venisse eletto.

Gli Stati Uniti, al giorno d’oggi, sono un paese totalmente imprevedibile politicamente e frammentato sia ideologicamente che culturalmente. La grande trasformazione della società ha generato un elettorato indeciso e fin troppo polarizzato. Il bagaglio dei valori tradizionali resta ancora molto influente nella società, questo è assodato, ma le recenti proteste hanno mostrato il volto di un’America logorata, decisa a risolvere le contraddizioni del suo passato. Molto probabilmente le Elezioni USA 2020 prefigureranno la fisionomia della politica americana ed internazionale dei prossimi decenni.

Donatello D’Andrea

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