La geopolitica dei vaccini tra Unione Europea e Gran Bretagna

Come è oramai evidente, le strategie per uscire dalla pandemia adottate da vari Paesi sono diverse. Se, da una parte, gli Stati Uniti pensano ad uscire il prima possibile dalla pandemia per far ripartire velocemente la propria economia e acquisire vantaggi sui mercati internazionali, dall’altra, invece, Cina e Russia cercano di esportare il più possibile i propri vaccini, in modo da proiettare la propria influenza in altre zone del mondo. Quella a cui stiamo assistendo pare essere proprio una geopolitica dei vaccini.

Ma anche la scelta dei vaccini diverge tra i vari Stati, Stati Uniti ed Europa in testa. Ma anche Israele, Giappone e Corea del Sud hanno scelto di puntare sui sieri prodotti da Pfizer-BioNTech, AstraZeneca e Moderna, mentre Asia, Africa e Sud America sono terreno di conquista per i vaccini cinesi e per quello russo. Esiste dunque una chiara correlazione tra relazioni geopolitiche e diplomatiche dei diversi Stati e la mappa di distribuzione dei vaccini anti-covid. Per quanto riguarda l’Unione Europea, stando ai dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc), il vaccino di Pfizer-BioNTech, con 43 milioni di dosi, è considerato a tutti gli effetti la prima arma contro il virus, dato che risulta essere quello maggiormente distribuito negli Stati membri. Secondo per distribuzione viene AstraZeneca, con 15 milioni dosi, mentre terzo è quello di Moderna, con 3 milioni di dosi.

Le vicende che hanno coinvolto AstraZeneca sono note: dopo essere stato travolto dalle accuse che lo vedevano come causa principale di trombosi in una serie (comunque ridotta) di pazienti, il vaccino prodotto dalla casa farmaceutica anglo-svedese è stato sospeso in alcuni Paesi europei ed extraeuropei. Nuovi accertamenti hanno evidenziato come, in effetti, non esista un reale nesso di causazione tra la somministrazione del vaccino e la comparsa di trombosi in determinati pazienti, né pare vi sia stato un reale incremento nel numero di casi di trombosi a seguito della cura.

In ogni caso, la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva già rifiutato il siero dell’AstraZeneca, dichiarando che: «È sicuro ma non è consigliato per la sua età», facendosi così somministrare quello dell’azienda Pfizer-BioNTech. Ma dietro questa scelta, apparentemente di carattere sanitario, in questi giorni sta emergendo con forza tutta la rivalità esistente tra gli stessi paesi occidentali. Di fatto, attenendoci ai dati dell’agenzia dell’European Medicines Agency (EMA), è il vaccino americano e tedesco della Pfizer-BioNTech che fino ad oggi ha registrato il numero più alto di reazioni avverse, ovvero 102.100. Le reazioni avverse provocate invece dal vaccino anglo-svedese AstraZeneca sono 54.571, mentre il vaccino Moderna messo a punto dalla società americana ha provocato 5.939 reazioni avverse. Il numero di reazioni avverse di gran lunga superiore riscontrati dal vaccino Pfizer-BioNTech va sicuramente letto alla luce dell’elevato numero di dosi distribuite, di gran lunga superiore rispetto agli altri vaccini. Tuttavia, stando a questi dati, il vaccino Pfizer ha comunque prodotto un numero considerevole di reazioni avverse, ma non si è mai paventato di sospenderlo.

Immagine tratta dal sito www.ema.europa.eu : pfizer-reazioni-avverse

Questo poiché la chiave di lettura della situazione vaccini è essenzialmente geopolitica. Lo si può dedurre anche dal fatto che molti Paesi europei, tra i quali l’Italia, hanno letteralmente seguito a catena la Germania, piuttosto che i risultati scientifici che hanno portato la cura AstraZeneca ad essere ritenuta sicura. Pertanto, pare che il blocco che ha coinvolto la casa farmaceutica anglo-svedese possa essere interpretato come una misura che l’Unione Europea ha approvato contro il Regno Unito, proprietario del brevetto, come prima reazione alla Brexit. Non a caso il Premier Boris Johnson, a sua volta, ha dichiarato di essere «very confident» in merito a questo vaccino. Una dichiarazione che si basa sui dati pubblicati dalla Medicines and Healthcare products Regulatory Agency del Regno Unito, i quali fanno sapere che ad oggi AstraZeneca riscontra un totale di 275 decessi per reazioni avverse nel mondo, mentre Pfizer-BioNTech ne riscontra un totale di 227 per reazioni avverse nel mondo. Questi dati portano maggiormente a capire quanto la gestione della pandemia sia sfociata in un campo sempre meno sanitario e sempre più politico.

Immagine tratta dal sito www.ema.europa.eu : astrazeneca-reazioni-avverse

Ma il gioco planetario della guerra dei vaccini ha anche una lettura geoeconomica, dato che è anche una questione di costi. Il vaccino Pfizer è molto più costoso dei suoi diretti concorrenti poiché costa 19,50 dollari per dose, considerando anche le spese in merito alle modalità di conservazione, somministrazione e trasporto. Il prezzo del suo rivale AstraZeneca, invece, è molto più abbordabile, ovvero costa 2,80 dollari per dose, poiché presenta più vantaggi a livello di distribuzione e conservazione. Il Moderna, poi, costa 25 dollari. Ne consegue che il vaccino Astrazeneca deve oggi fare fronte a una cassa di risonanza negativa a livello mondiale, a causa del suo agevole costo.

Se poi si considera che molti Stati stanno esternando la volontà di privilegiare la propria popolazione mettendo un freno all’export dei vaccini prodotti o immagazzinati sul proprio territorio, è quasi possibile affermare che si sia aperta una ‘guerra’ incentrata sul protezionismo vaccinale. I contratti stipulati dall’Unione Europea per la fornitura dei vaccini  contenuti, infatti, non prevedevano clausole stringenti e vincoli circa il rispetto di dosi e tempistiche. Dunque, chi ha il vaccino qualità/prezzo più forte tende a liberalizzare gli scambi, ovvero inondare gli ospedali del proprio siero. Al contrario, chi ritarda la produzione dei vaccini o riscontra costi complessivi più alti rispetto alla concorrenza, adotta politiche protezionistiche per non vedersi sottrarre segmenti di mercato.

Gabriele Caruso

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