Salman Rushdie
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Salman Rushdie scrive I figli della mezzanotte nel 1981, presentando al pubblico un romanzo globale dalla cifra stilistica unica. Si tratta dell’autobiografia che racconta Saalem Sinai alla sua Padma, in punto di morte, e ha come incipit il giorno della sua nascita: la mezzanotte del 15 agosto del 1947, allo scoccare della proclamazione dell’Indipendenza dell’India. In questo esatto momento sono nati altri mille bambini, sono i figli della mezzanotte, tutti dotati di poteri sovrannaturali (forza erculea, bellezza divina, capacità di viaggiare nel tempo, di diventare invisibili..) ma nessuno può penetrare nel cuore e nella mente degli uomini come fa Saalem.


Autore ibrido, Salman Rushdie lascia andare la sua penna in un’opera che si impreziosisce di un linguaggio in cui si intrecciano termini inglesi ed indiani, creando contrasti e giochi di parole che coinvolgono entrambe le culture. Questa tendenza alla globalizzazione del romanzo (il global novel) è tipica di quegli autori che pongono la loro opera come un crogiolo, un crocevia di culture diverse, affrontando il tema della ricerca dell’identità tramite personaggi che lasciano il loro paese e diventano cittadini del mondo. In questo caso i protagonisti di Salman sembrano identificarsi continuamente con oggetti, colori, cibi, abbracciando l’India nella sua totalità e in tutta la sua concretezza. Il lettore vede l’azzurro del chashmere, allegoria della paternità, assapora e odora il mix agrodolce della salsa chutney, avverte il caos, la confusione urbana e quella mentale. Quando inizia la guerra indo-pakistana del 1965 (e la loro adolescenza) i personaggi escono dal calore della loro comfort zone, tutti si aggrappano disperatamente ai loro ricordi o a oggetti concreti (sempre caricati di una notevole forza simbolica) per tentare disperatamente di mantenere integra un’identità destinata a frantumarsi a colpi di spari o semplicemente come reazione naturale alla crescita. Specchio di questa perdita e di questa continua distruzione-ricostruzione di se stessi è il cambio dei loro nomi, tema che si appesantisce di tutto il suo archetipo biblico. Il nostro nome è in sintonia con il nostro essere, così l’uomo chiama e definisce solo ciò che conosce e solo ciò che conosce può possedere. Nella dicotomia avere un nome-essere consapevoli della propria identità, nel cuore della storia, la Scimmia perde le sue fattezze da “sorellina”, scopre di avere il dono del canto e diventa un’artista famosa ma quasi evanescente, irraggiungibile, sarà chiamata Jamila Singer. Parvati-la-strega sommerà alla sua vita traumi su traumi che la faranno errare e diventare motore della storia dei figli della mezzanotte e della Storia dell’India, diventerà la nuova Laylah Sinai. Saalem, già sgretolato dalla nascita ed etichettato con numerosi soprannomi (Nasochecola, Testapelata, Facciamacchiata, Tirasucolnaso), dimentica d’un tratto la sua infanzia, i suoi familiari, la sua storia. Un uomo senza passato perde la sua concretezza, il suo essere nel mondo: Salman Rushdie si riferirà a lui come il buddah.

Già dall’incipit è notevole come Salman Rushdie voglia sottolineare la nostra natura frammentaria. Il protagonista costruisce lentamente la sua genealogia e racconta di come suo nonno, il dottor Aadam Aziz, si innamora di Naseem, una ragazza viziata e ipocondriaca (la vita la farà maturare tanto da trasformarla nella Reverenda). Essendo la figlia di un proprietario terriero e quindi avendo una reputazione da salvare, Naseem sarà sempre visitata da dietro un lenzuolo al quale è stato apportato un foro: Aadam si innamorerà di lei ricostruendo la sua immagine, giorno dopo giorno, senza mai guardarla in tutta la sua interezza.

«Oh, eterna contrapposizione tra dentro e fuori! Perché dentro di sé un essere umano è tutt’altro che un tutto, tutt’altro che omogeneo; sono mescolate in lui cose d’ogni genere ed egli è una persona ora e un’altra tra un momento. Il corpo, invece, è assolutamente omogeneo. Indivisibile, un vestito a un pezzo.»

L’anima, la persona e la coscienza sono quindi fatte a pezzi, puzzle da decodificare e da ricostruire. Salman Rushdie è un autore che crede inoltre nell’arte del raccontare: destruttura così la prosa del suo romanzo in storie che si susseguono, si sovrappongono, si alimentano tra loro.

«Ma chi sono io? La risposta: sono la somma di tutto ciò che è accaduto prima di me, di tutto ciò che mi si è visto fare, di tutto ciò che mi è stato fatto. Sono ogni persona e ogni cosa il cui essere al mondo è stato toccato dal mio. Sono tutto quello che accade dopo che me ne sono andato e che non sarebbe accaduto se io non fossi venuto. E ciò non mi rende particolarmente eccezionale; ogni “io”, ognuno di noi che siamo ora più di seicento milioni, contiene una simile moltitudine. Lo ripeto per l’ultima volta: se volete capirmi, dovrete inghiottire un mondo.»

Ma non solo l’aspetto linguistico e della costruzione dei personaggi ci appare come un mosaico.
Postmodernismo, realismo magico e realismo storico: questi gli ingredienti che nutrono una prosa torrenziale e totalizzante, che avvolge il lettore richiamandolo continuamente all’attenzione, per poi confonderlo per voce di un narratore bugiardo. La biografia di Saleem Sinai è una storia fittizia che funge da espediente narrativo per raccontare fatti reali, infondendoli di un’atmosfera onirica e fiabesca. Saleem è un megalomane, un egocentrico che suppone che ogni evento storico sia causa di un qualche suo merito o demerito. In questo modo le sue azioni diventano allegoria degli sforzi umani, dell’Uomo che si muove nella Storia, ostacolato e spesso vinto dal caso e dagli imprevisti. Uno dei bambini della mezzanotte, Shiva (battezzato col nome di un dio e dotato della forza di un guerriero) è la sua nemesi, l’ombra con la quale dovrà scontrarsi: «Shiva e Saleem, vincitore e vittima; cercate di capire la nostra rivalità e potrete anche capire l’epoca in cui viviamo».
In sintesi: come sfondo la guerra, in primo piano maschere che emulano la Vita e gli equilibri della società umana.

Come anticipato, la globalizzazione è uno dei temi portanti. L’opposizione tra vecchio e nuovo di derivazione generazionale assume man mano una connotazione economico-politica. Salman Rushdie parla dei nuovi solidi uomini di affari indiani che stanno uscendo dalla loro condizione di persone povere e senza mezzi e, come effetto, stanno impallidendo: pigmento dopo pigmento, la loro pelle sta assumendo le connotazioni dell’Uomo Bianco Occidentale che detiene il potere dei soldi e che detta legge grazie ad esso. I nuovi comunisti, che all’improvviso hanno iniziato a riempire le strade indiane, sono invece dei «maghi innocentemente scarlatti, dei rivoluzionari, bestemmiatori senzadio, all’ombra stessa della casa di Dio.» Così il Mondo entra nella Finzione, strappando il cielo di carta e la magia con cui Rushdie illude i suoi lettori.

Alessia Sicuro

Alessia Sicuro
Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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