Lavoratori GKN dopo lo sblocco dei licenziamenti
I lavoratori GKN dopo lo sblocco dei licenziamenti. Foto di Michele Lapini.

GKN, Stellantis, Timken, Gianetti Ruote, Whirpool, sono solo alcune delle aziende che hanno usufruito dello sblocco dei licenziamenti voluto dal governo Draghi per “recuperare competitività” sulla pelle dei lavoratori licenziando un numero non indifferente di persone che si attesta già, nella sola Lombardia, a 1154. La misura del governo, si inserisce in una tendenza ormai consolidatasi nel tempo, ovvero quella di scaricare sui lavoratori gli effetti della crisi in essere che, nel caso dell’aziende automotive risulta essere doppia: alla difficoltà derivanti dalla pandemia da covid-19 si somma, infatti, quella del settore automobilistico nel suo complesso che, oggi, cerca nuovi mercati da sfruttare con la falsa sensibilità verso il green legittimata da un’ipocrita transizione ecologica.

Che le conseguenze dello sblocco dei licenziamenti potessero ricadere sui lavoratori pareva scontato a tutti tranne che ai sindacati Cgil, Cisl e Uil, e ai parlamentari del PD, che ora versano lacrime di coccodrillo dopo essersi resi protagonisti di questa infame misura: infatti, mentre i sindacati confederali (che oggi protestano per i numerosi licenziamenti) firmavano l’accordo con Confcooperative, Cna, Confapi e Confindustria nel quale «si impegnavano a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali prima di interrompere il rapporto di lavoro», il leader del PD Enrico Letta si diceva spiazzato dai numerosi licenziamenti affermando che «se l’andazzo dovesse essere questo, la formula dello sblocco dovrà essere rivista».

Il ministro del lavoro Orlando, invece, si è detto preoccupato per «il modo in cui sono avvenuti i licenziamenti». Forse avrebbe preferito che i licenziamenti avvenissero per posta raccomandata. Precisamente, che cosa ci si aspettava da una misura definita appunto sblocco dei licenziamenti? Abbracci e pacche sulle spalle? La malafede della classe politica e sindacale è evidente, così come è evidente il loro modello di riferimento neoliberale che attacca prepotentemente e costantemente i salari e i diritti dei lavoratori in nome della competitività aziendale e della flessibilità del lavoro.

Checché se ne dica, i sussidi in questo paese non sono indirizzati alle classi meno abbienti (come affermano i detrattori del reddito di cittadinanza), ma sono diretti verso quelle stesse multinazionali che prima intascano e poi licenziano, come fatto dalla Whirpool di Napoli che ha prima ricevuto i sussidi (27 milioni secondo l’ex ministro del lavoro Luigi Di Maio) per non licenziare, salvo poi farlo comunque, come ha sottolineato la viceministra per lo Sviluppo Economico, Alessandra Todde.

Chiagn’ e fotti” si dice a Napoli. A restare per strada sono quegli stessi lavoratori che nel corso degli anni hanno contribuito ai successi e ai profitti delle medesime aziende che oggi li licenziano col beneplacito, con l’impotenza o con l’indifferenza del governo nonostante, bisogna sottolinearlo, non siano in perdita. Ad esempio, i vertici del fondo che controlla GKN hanno venduto azioni per 22 milioni di sterline appena tre mesi prima dei licenziamenti di massa. Sulla questione sono intervenuti i candidati sindaci di Napoli che hanno preso di posizione all’unanimità a protezione «di ogni singolo posto di lavoro» e contro lo sblocco dei licenziamenti.

«Che fare?» avrebbe domandato Lenin, e la risposta arriva direttamente dal Collettivo di fabbrica della GKN che ha portato in strada oltre 5000 persone al grido di «Insorgiamo!» per alimentare nuovamente il conflitto capitale-lavoro sia al fine di tutelare il settore industriale manifatturiero italiano che conta il 27% del PIL, sia per rifiutare in toto il paradigma neoliberale di risposta alla crisi. Quel paradigma consolidato che impone di creare nuova disoccupazione e, dunque, nuove persone ricattabili disposte a cedere diritti e ad abbassarsi i salari, così da diminuire i costi di produzione e tutelare (o aumentare) i profitti delle imprese sulla pelle dei lavoratori. Insorgere, è l’unica arma a disposizione, per richiedere che la produzione continui e che venga portata avanti da quei lavoratori che per trent’anni hanno garantito profitti alla multinazionale e che oggi si ritrovano in strada a protestare a causa dello sblocco dei licenziamenti.

Una delle richieste dei lavoratori GKN: requisire l’impianto e continuare la produzione. Foto di Michele Lapini

Stare con i lavoratori è un dovere morale per chi crede e combatte per una società più giusta, più equa, più solidale e per portare avanti una protesta legittima e alternativa alle quotidiane lamentele degli imprenditori amplificate dai media a reti unificate, perché come cantava il grande Pino Daniele:

«’O padrone nun vale duje sordi

Dice sempe ‘e faticà’

E nuie ce magnammo ‘o limone

Pe’ duje sordi ca ce dà»

Nicolò Di Luccio

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