Il sonno istituzionale che minaccia la Masseria Antonio Esposito-Ferraioli
Fonte: www.luomoeillegno.com

I buoni propositi che finora hanno orientato la produzione normativa verso il riutilizzo in prospettiva sociale dei beni confiscati alle mafie, verrebbero frequentemente disattesi dalla solita inerzia amministrativa. Il caso della Masseria Antonio Esposito Ferraioli è soltanto un esempio lampante delle criticità figlie della flemma burocratica e della parziale volontà da parte delle istituzioni nel voler affermare concretamente la legalità nel territorio, estraniandosi dalle realtà come quella messa in piedi dalla cooperativa afragolese. 

L’iniziativa dei senatori Ruotolo, Valente e Nugnes di sottoporre un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Lamorgese nasce proprio da questa esigenza: mettere al corrente il dicastero delle difficoltà in cui versa la cooperativa sociale, la quale da anni attraverso progetti educativi si prende cura del bene immobile confiscato più vasto dell’area metropolitana di Napoli. 

Perché la Masseria Antonio Esposito Ferraioli va preservata ad ogni costo

Il progetto della Masseria Antonio Esposito-Ferraioli nasce nel 2017, esattamente venti anni dopo la confisca dell’ampio terreno di dodici ettari (con all’interno una casa colonica di mille metri quadri), avvenuta ai danni del boss Vincenzo Magliulo. Una rete di cooperative con il supporto del sindacato CGIL di Napoli, tra spese e altre difficoltà, decidono di ridare nuova luce ad un luogo che come tanti altri sembrava destinato a deteriorarsi. 

Da quando è stata avviata, la Masseria Antonio Esposito-Ferraioli funge da presidio di legalità: dalla lotta al caporalato al contrasto alle diseguaglianze di genere, passando per le attività didattiche e la sensibilizzazione alla tutela ambientale. Ed è proprio quest’ultimo filone che costituisce il tema centrale dell’operato degli attivisti afragolesi, mediante l’affido di orti urbani da coltivare e la realizzazione di un “museo vivente della biodiversità”, che ospita 1704 piante di varietà autoctone del territorio. 

Un’altra caratteristica tutt’altro che trascurabile, e che probabilmente fa da vero collante per il crescente sviluppo della cooperativa, sia in termini di idee che di partecipazione, è il forte coinvolgimento da parte di tutti. Ad esempio nell’ambito degli orti urbani, le decisioni vengono prese in apposite assemblee, alle quali possono partecipare tutti gli affidatari degli orti stessi, i quali a loro volta, provengono dai contesti più disparati. Questa modalità, fortemente partecipativa ed inclusiva, darebbe senz’altro impulso a nuove forme democratiche di sperimentazioni sociali. 

Tuttavia il cammino della comunità non è stato privo di ostacoli. Le difficoltà sorgono già al compimento dei primi passi, quando la cooperativa ha dovuto far fronte ad ingenti spese di riqualifica del sito di tasca propria. Inoltre nel corso degli anni, la Masseria Antonio Esposito Ferraioli continua ad essere il bersaglio di numerosi atti intimidatori: carcasse di auto sospette abbandonate sul suolo adiacente, colpi di proiettile sparati a salve, continui furti di alberi da frutto e di materiali agricoli; solo per citarne alcuni. A questi pericoli si aggiungerebbe la passività dell’amministrazione comunale, che oltre a disinteressarsi delle minacce, non pone in essere alcun atto amministrativo in relazione ad un bando pubblico di 1,5 milioni di euro, vinto dalla cooperativa sociale nel 2018. Le risorse servirebbero in buona parte a ristrutturare la casa colonica, nella quale si prevede di realizzare una dimora per donne e minori vittime di violenza. 

Per queste ragioni i senatori Ruotolo, Valente e Nugnes, tra gli unici politici ad avere a cuore la vicenda, hanno opportunamente richiamato l’attenzione del Ministro dell’Interno, facendo suonare quel campanello d’allarme che sarebbe dovuto scattare già da tempo. Nell’interrogazione parlamentare, si chiede anzitutto di adottare alcune urgenti misure in tema di sicurezza, attraverso un presidio fisso di vigilanza e l’attivazione della videosorveglianza. Viene anche richiesta una commissione di accesso agli atti del Comune di Afragola, e il patrocinio del Viminale nella realizzazione del progetto legato al bando di cui si è fatto cenno precedentemente.

Intanto, la mobilitazione dei senatori, con l’appoggio del Prefetto di Napoli, sembra aver già prodotto i primi frutti: dopo il richiamo, si sarebbe subito palesata nella giunta comunale la volontà di impegnarsi concretamente nel compimento degli atti amministrativi nell’interesse della cooperativa. Eppure la tardiva presa di coscienza non la solleverebbe inequivocabilmente dalle sue marcate responsabilità. Non è la prima volta che l’amministrazione ostacola le ambizioni della cooperativa, ma l’auspicio è che d’ora in poi possa nascere una fruttuosa sinergia.

Lo Stato deve farsi carico del buon esempio

Se analizzassimo più in generale due delle criticità che maggiormente gravano sulle associazioni no profit, ovvero la mancanza delle risorse nel circuito dei beni confiscati e l’inoperosità degli enti locali, ci accorgeremmo facilmente che la situazione della Masseria Antonio Esposito Ferraioli rappresenta soltanto la punta dell’iceberg. Analizzando i dati sull’argomento, risulterebbe che in due casi su tre il bene viene assegnato in cattive condizioni strutturali, e solo nel 12% dei casi arriverebbe alle associazioni in uno stato ottimale. In questo quadro si inserisce la legge 132/2018, che assegna alla manutenzione soltanto il 10% delle risorse provenienti dalla vendita dei beni confiscati. Emblematico sembra anche il caso del bando indetto dallo Stato nel 2020, per l’assegnazione delle particelle confiscate. Esse ammonterebbero a circa mille, per una copertura delle spese fino ad un massimo del 20% e un totale di un milione di euro. Ragionando secondo questi termini, ad ogni particella corrisponderebbe una somma di appena mille euro per far fronte alle spese: poco o nulla, insomma.

Viceversa il Programma Operativo Nazionale (PON) offre ai beneficiari maggiori risorse. Istituito nel 2015 dalla Commissione Europea e attuato dal Ministero dell’Interno, esso si propone di rafforzare la legalità nelle regioni economicamente più vulnerabili. Buone intenzioni ma risultati non sempre ottimali. Può capitare che destinando questi fondi dapprima alle amministrazioni comunali senza effettuare un sostanziale controllo, si verifichino casi di inerzia come quelli avvenuti ad Afragola. Teoricamente sarebbero previsti anche dei controlli amministrativi, affidati al Comitato di Sorveglianza (CdS), il quale con cadenza “almeno annuale” avrebbe l’obiettivo di valutare l’avanzamento di un Programma Operativo e i progressi compiuti nel raggiungimento dei suoi obiettivi.

Sempre per quanto attiene la questione dell’inoperosità, la Corte dei Conti avvertiva già nel 2016 che solo l’intervallo temporale tra la confisca di un bene e la comunicazione all’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) è in media di 470 giorni, fino a toccare punte di 5400 giorni, ovvero 15 anni. Anche l’associazione “Libera” denuncia delle falle simili nell’arco di tempo che va dal sequestro del bene all’effettivo riutilizzo sociale. 

In conclusione, per rammentare alle istituzioni il ruolo fondamentale che svolgono le cooperative sociali nell’ambito dei beni confiscati alle mafie come la masseria Antonio Esposito Ferraioli, possiamo ritenere sufficiente il monito del Parlamento Europeo nella risoluzione dell’ottobre del 2011: «Il riutilizzo a scopi sociali dei beni confiscati consente un approccio positivo alle strategie di contrasto, poiché il bene confiscato non viene più inteso solamente come una risorsa sottratta ad un’organizzazione criminale, ma rappresenta un fattore doppiamente costruttivo, sia per ciò che attiene alla prevenzione del crimine organizzato sia per il suo effetto promotore di sviluppo economico e sociale». 

Gianmarco Santo

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