L’esempio della Nuova Zelanda: settore pubblico a emissioni zero entro il 2025
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Con il nuovo ambizioso piano della prima ministra labourista Jacinda Ardern, la Nuova Zelanda sarà il primo Stato al mondo ad avere un esecutivo a “emissioni zero” nette.

Dopo essere stata rieletta a gran voce per un secondo mandato durante una pandemia che ha incrinato la stabilità di molti altri governi in giro per il mondo, una pandemia la cui gestione ferrea è stata applaudita dai suoi stessi connazionali, e dopo aver creato la squadra di ministri più eterogenea ed inclusiva nella storia del Paese, la premier Jacinta Ardern ha fissato  un nuovo obiettivo per il suo secondo governo: trasformare  il settore pubblico della Nuova Zelanda in una realtà a emissioni zero entro il 2025 grazie al Carbon Neutral Government Program. Una decisione temeraria in grado di battere sul tempo sia l’Unione Europea che la Cina.

Alcune parti del discorso di Jacinda Ardern – Fonte: Guardian/YT

Nel suo discorso davanti al Parlamento, Ardern ha dichiarato lo stato di emergenza climatica in Nuova Zelanda e ha affermato la necessità di «agire con urgenza» per rispondere ad una delle più grandi sfide del nostro tempo. «Questa dichiarazione è un riconoscimento per la prossima generazione» continua Ardern «Un riconoscimento del fardello che loro dovranno addossarsi se noi non facciamo la cosa giusta e se non agiamo subito». La mozione presentata ha avuto prevedibilmente l’appoggio dei Verdi e del Partito Māori, suoi alleati, mentre le opposizioni si sono dimostrate scettiche rispetto alla fattibilità di questo nuovo piano.

Il settore investito dal Carbon Neutral Government Program sarà, appunto, quello delle pubbliche amministrazioni, non quello privato o dei trasporti e neanche quello agricolo, che risulta essere il maggior produttore di gas serra (soprattutto metano) del Paese. Sembra che l’obiettivo di emissioni zero nette verrà raggiunto attraverso l’acquisto di veicoli elettrici o ibridi, la riduzione della flotta di tali veicoli del 20% e una graduale eliminazione dei circa 200 caldaie a carbone collegati agli edifici pubblici. Sarà resa possibile grazie ad un fondo di 141 milioni di dollari americani (200 milioni di dollari neozelandesi). «Dobbiamo mettere la nostra stessa casa in ordine», ha affermato Ardern. «Come possiamo alzarci e prendere una posizione di leadership nel settore privato se non intraprendiamo le stesse azioni che richiediamo loro?».

Già nel 2019 il primo governo Ardern aveva elaborato lo Zero Carbon Act, una legge con la quale la Nuova Zelanda si è impegnata a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di gas serra entro il 2050 e rispettare gli Accordi di Parigi sul Clima nel tentativo di contenere l’aumento delle temperature media globali entro gli 1.5° C. Anche in questo caso però il settore agricolo e quello dei rifiuti sono stati esclusi dalla conta, propendendo in questi casi per una riduzione delle emissioni più limitato. Se con il Zero Carbon Act si è cercato di tagliare quasi tutte le fonti di emissioni alla radice, con questa nuova proposta si parla di bilanciamenti e compensazioni, ovvero fare in modo che le emissioni prodotte e rilasciate nell’atmosfera vengano annullate da quelle assorbite, ad esempio piantando alberi oppure istituendo mercati di scambio delle emissioni, come nel caso dell’UE.

La risoluzione della Nuova Zelanda secondo alcuni sembra un obiettivo improbabile viste le bandiere nere che questo Paese ha collezionato in fatto di ambiente. Secondo il Climate Action Tracker, il Paese non sarà in grado di raggiungere gli obiettivi del 2030 per il clima, non rispettando quindi gli Accordi di Parigi. Come riporta il Guardian, la Nuova Zelanda è uno dei pochi Stati in cui la produzione di emissioni è aumentate notevolmente negli ultimi trent’anni (quasi del 60%), ed è anche uno degli Stati maggiormente inquinanti rispetto alla propria superficie, il diciassettesimo tra i trentadue stati OCSE, nonostante produca appena lo 0.17% di emissioni del pianeta. Sono percentuali irrilevanti se comparate con altri Paesi, ma che suggeriscono alcune difficoltà nel riuscire a «fare la cosa giusta».

La corsa ad una rivoluzione green sta assumendo sempre più la forma di una competizione per affermarsi come Paese leader nelle emissioni zero e assicurarsi un posto di rilievo nella scena internazionale nel prossimo futuro. L’Unione Europea guarda al 2030 e sembra aver raggiunto gli obiettivi di riduzione delle emissioni posti per il 2020. La Cina sembra voler invertire, almeno nelle intenzioni, la rotta decidendo di diventare carbon neutral entro il 2060. Intanto, il mondo sta attendendo le decisioni che il nuovo presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden, prenderà in merito al clima.

La Nuova Zelanda non è il primo e non sarà l’ultimo Paese ambizioso a voler bruciare le tappe per salvaguardare l’ambiente e la propria posizione sulla scacchiera internazionale. Vedremo tra cinque anni quante caldaie a carbone ci saranno ancora nel Parlamento neozelandese, nella speranza che questo non sia l’ennesimo specchio per allodole.

Carlotta Merlo

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