Cina carbon neutral entro il 2060: svolta green o strategia?

Punto di svolta sull’Accordo di Parigi. Così titola l’ultima analisi realizzata dal gruppo CAT (Climate Action Tracker), che – prendendo in esame le vicende politiche mondiali verificatesi negli ultimi tre mesi – ipotizza un contenimento dell’aumento della temperatura globale a 2,1 gradi centigradi entro la fine di questo secolo.  Cinque anni dopo l’adozione dell’Accordo di Parigi, la transizione verso una società a emissioni zero è senza dubbio iniziata. In questo contesto, la promessa fatta dalla Cina di diventare carbon neutral entro il 2060 non può che rendere ancora più vicina la realizzazione degli impegni assunti a Parigi nel dicembre 2015.

Questo impegno rappresenta il primo obiettivo climatico a lungo termine della superpotenza più inquinante del mondo che, da sola, è responsabile del 28 per cento delle emissioni globali di gas serra. Diventare carbon neutral significa farsi carico dei propri impatti ambientali (che il mercato normalmente neppure quantifica) e scegliere di rendere attività e servizi non impattanti sul clima, attraverso un processo di quantificazione, riduzione e compensazione delle emissioni di CO2.

«L’umanità non può più permettersi di ignorare i ripetuti avvertimenti provenienti dalla natura. […] La Cina aumenterà il contributo previsto a livello nazionale adottando politiche e misure più vigorose». Queste le parole pronunciate dal presidente cinese Xi Jinping, durante la riunione annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Una dichiarazione senza dubbio importante, ma che non chiarisce quali saranno i provvedimenti che, nella pratica, verranno impiegati dalla Cina per diventare carbon neutral.

Maggiori precisazioni a riguardo si avranno in occasione della pubblicazione (prevista per il mese di marzo) del prossimo piano quinquennale, che traccerà la direzione economica che la Cina dovrà seguire dal 2021 al 2025. Nel frattempo, la rivista scientifica Nature ha esplorato le proposte elaborate da autorevoli gruppi di ricerca, che lavorano a stretto contatto con il governo cinese, su come il Paese può mantenere gli impegni assunti.

I piani differiscono nei dettagli ma concordano sul fatto che, per trasformarsi in una potenza carbon neutral, la Cina dovrà iniziare a generare la maggior parte della sua elettricità da fonti a zero emissioni. Elettrificare il più possibile l’economia significa, per esempio, passare dai veicoli a benzina a quelli elettrici e utilizzare l’elettricità invece del carbone nella produzione industriale. Per arrivare a emissioni zero, l’attuale produzione di elettricità in Cina dovrà raddoppiare fino a raggiungere i 15.000 terawattora entro il 2050. La Repubblica Popolare Cinese dovrà altresì riuscire a rendere il solare e l’eolico fonti energetiche centrali nella sua rete elettrica e sviluppare tecnologie in grado di catturare la CO2 rilasciata dalla combustione di combustibili fossili o dalle biomasse e di immagazzinarla nel sottosuolo. Che sia raggiunta in un modo oppure nell’altro, una cosa è certa: la carbon neutrality cinese contribuirà significativamente a rallentare il riscaldamento globale che, secondo l’analisi realizzata dal CAT, potrebbe così ridursi da 0,2 a 0,3 gradi centigradi entro la fine del secolo.

Le nazioni che hanno aderito all’Accordo di Parigi, in realtà, si sono già da tempo impegnate a contenere l’aumento della temperatura al di sotto della soglia di 1,5 gradi centigradi, ma fino a ora solo gli stati più piccoli hanno mostrato un impegno effettivo nell’elaborazione di politiche per il raggiungimento delle emissioni zero. Ecco perché, con i negoziati globali sul clima in fase di stallo e la COP26 rinviata al 2021, la dichiarazione cinese costituisce un passo significativo nella lotta al cambiamento climatico. Per di più, la decisione cinese potrebbe incoraggiare gli altri grandi emettitori globali a comportarsi allo stesso modo e la nuova amministrazione statunitense a riassumere i vecchi impegni in campo ambientale. Non a caso l’altro significativo cambiamento verificatosi sulla scena internazionale e preso in esame dai ricercatori del gruppo CAT è stata l’elezione di Joe Biden negli Stati Uniti. Affrontare il cambiamento climatico è una parte importante della sua agenda. Ha infatti promesso di portare gli Stati Uniti a zero emissioni nette entro il 2050. Una scelta che permetterebbe di ridurre le temperature globali di 0,1 gradi centigradi entro il 2100.

Fonte immagine: climateactiontracker.org

Tornando alla Cina, quello che ha recentemente assunto – spiega Li Shuo di Greenpeace Asia –  segna senza dubbio l’inizio di un rinvigorito ciclo di sforzi globali per il clima, ma le dichiarazioni di Xi Jinping dovranno essere accompagnate da maggiori dettagli e da un’implementazione concreta. Le parole del leader cinese, infatti, sembrano lasciare aperti troppi interrogativi, suscitando qualche perplessità sulla fattibilità dell’obiettivo prefissato oltre che sull’autenticità dell’impegno assunto. Non è infatti raro che la lotta al cambiamento climatico finisca per nascondere secondi fini.

Allontanare lo spettro di una gestione poco trasparente della pandemia e salvaguardare la posizione del Paese sulla scena internazionale possono rappresentare un valido motivo per favorire una svolta green basata sul raggiungimento della carbon neutrality.  Anche perché, adesso, non si tratta più di respingere le accuse complottistiche di Donald Trump sul “China virus” che ha infettato il mondo. Né di rispondere alle insinuazioni sulla presunta diplomazia delle mascherine messa in atto per fornire soccorso ai paesi occidentali, ma percepita come una campagna di promozione delle forniture mediche cinesi. Con la pubblicazione dei Wuhan files, la Cina è chiamata a difendersi da capi di accusa ben più gravi. All’interno dei documenti – che coprono un periodo di tempo incompleto che va dall’ottobre 2019 all’aprile di quest’anno – si legge, per esempio, che il tempo medio trascorso tra l’inizio dei sintomi e la conferma di diagnosi è stato di 23,3 giorni. Una circostanza questa che, oltre a ostacolare in modo significativo il monitoraggio e il debellamento della malattia, sembra confermare una gestione dell’emergenza sanitaria completamente difforme rispetto alla narrazione che ne è stata fatta dal governo cinese.

Se la Cina riuscirà, col tempo, a dissociare la propria immagine da quella della pandemia e se ci riuscirà proprio facendo ricorso a politiche di sostenibilità ambientale è ancora presto per dirlo, ma una cosa è certa: finché l’implementazione dell’agenda climatica mondiale resterà subordinata ai momentanei interessi geopolitici dei leader di turno non ci sarà punto di svolta che tenga.

Virgilia De Cicco

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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