Greenpeace avvisa: piantare alberi non ci salverà dai cambiamenti climatici
Credit: greanpeace.org

In occasione della giornata mondiale delle foreste, che ricorre ogni 21 marzo, Greenpeace Italia ha diffuso il rapporto “Le piantagioni non sono una soluzione per i cambiamenti climatici”,  con cui ha denunciato la tendenza di governi e multinazionali a spacciare per riforestazione la creazione di piantagioni ad uso commerciale, in modo da poter continuare a investire nell’industria estrattiva. Ma piantare alberi non è sinonimo di “carbon neutral”.

Ripristinare le foreste e ricorrere alle cosiddette “soluzioni basate sulla natura” per affrontare le sfide socio-ambientali è essenziale per mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C. Ma i colossi delle energie fossili come Shell, Total e Bp, così come le compagnie aeree che sostengono di poter compensare le proprie emissioni di CO2 grazie ad alcune iniziative che prevedono di piantare alberi, stanno abusando pericolosamente del concetto di “soluzioni basate sulla natura”. Martina Borghi, responsabile della Campagna Foreste di Greenpeace , afferma che tali aziende siano responsabili di alcune tra le più importanti distruzioni ambientali della storia umana «e ora vorrebbero far passare la creazione di piantagioni ad uso commerciale come riforestazione, facendoci credere che piantare qualche albero possa autorizzare a continuare ad estrarre petrolio, gas e carbone».

Le foreste sono i più importanti pozzi di carbonio naturale sulla terra, anche se stanno iniziando ad indebolirsi in alcune zone a causa della deforestazione, del degrado e degli impatti dei cambiamenti climatici. Questo considerazioni hanno portato alcuni progetti a concentrarsi sull’aumento del numero complessivo di alberi. Ma non tutte le “soluzioni basate sulla natura” sono uguali, alcune iniziative infatti, sono decisamente pericolose per il clima, la biodiversità e il benessere umano.

«Tanti alberi non fanno una foresta. Oltre ad ospitare gran parte della biodiversità terrestre, le foreste hanno la capacità di assorbire e immagazzinare grandi quantità di carbonio. Sono la casa di numerose comunità tradizionali e Popoli Indigeni, nonché fonte di aria e acqua pulite. Le piantagioni, invece, diventano spesso luogo di sfruttamento per le popolazioni locali, sono inaccessibili alla fauna selvatica e inadatte ad ospitare specie animali e vegetali in pericolo di estinzione.», continua Borghi.

È chiaro che per mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C, dobbiamo ridurre fortemente le emissioni e rimuovere in modo drastico la CO2 dall’atmosfera. Il potenziale degli ecosistemi naturali di assorbire questo eccesso di CO2 è ampiamente riconosciuto. Proteggere e ripristinare le foreste è dunque di fondamentale importanza per poter mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro gli standard fissati. Nonostante questo però, il prevalere degli interessi economici induce a promuovere false soluzioni per continuare a sfruttare indiscriminatamente le risorse naturali.

Greenpeace avvisa: piantare alberi non ci salverà dai cambiamenti climatici
Solo riduzioni delle emissioni e e la protezione delle foreste riduce la possibilità di catastrofici cambiamenti climatici.
Immagine: greenpeace.org

Non basta piantare alberi per salvare il mondo, e le iniziative per farlo rischiano di distrarci dall’obiettivo principale: ridurre il più possibile l’impiego di combustibili fossili. Con questo rapporto Greenpeace denuncia infatti la tendenza di governi e multinazionali a mascherare la creazione di piantagioni ad uso commerciale come riforestazione, in modo da poter continuare a investire nell’industria estrattiva.

Durante il suo discorso sullo stato dell’Unione lo scorso 4 febbraio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, uno dei negazionisti dei cambiamenti climatici, ha detto: «Per proteggere l’ambiente, alcuni giorni fa, ho annunciato che gli Stati Uniti parteciperanno al progetto della “One Trillion Trees Initiative”, uno sforzo ambizioso per far lavorare insieme il governo e i privati per piantare alberi in America e nel resto del mondo». La decisione di Trump ha sollevato diverse perplessità sull’utilità del progetto atto a ridurre gli effetti ormai inevitabili del cambiamento climatico.

La One Trillion Trees Initiative è una piattaforma che dovrebbe favorire la collaborazione tra gli Stati e le società private per piantare alberi, con l’obiettivo di arrivare a mille miliardi di nuove piante in giro per il mondo. L’idea, sostenuta da alcuni ricercatori, è che in questo modo si potrebbero ottenere importanti risultati per assorbire buona parte di CO2 in eccesso nell’atmosfera prodotta dalle attività umane. Ma questa forma di greenwashing non è propria solo le multinazionali, anche alcuni governi ne hanno fatto ricorso. Nel settembre 2011, come si legge nel rapporto Greenpeace, la Germania e l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) hanno lanciato la “Sfida di Bonn” chiedendo ai Governi di impegnarsi a ripristinare 350 milioni di ettari di aree forestali distrutte o degradate entro il 2030. Secondo una recente analisi della stessa Organizzazione ambientalista, circa la metà delle aree diventeranno monocolture di alberi sfruttabili a fini commerciali, e cioè destinate alla produzione di legno, polpa di cellulosa, gomma e olio di palma.

Piantare alberi è sicuramente una buona cosa, ma diversi ricercatori hanno espresso forti dubbi sull’efficacia di iniziative come questa per contrastare il cambiamento climatico. A ottobre del 2019 infatti, un gruppo di ricercatori ha pubblicato una valutazione su Science sostenendo che l’idea di piantare alberi non è la soluzione più efficace ed è anzi ingannevole e pericolosa. Piantare alberi rallenterebbe il riscaldamento del pianeta, ma l’unica cosa che potrà salvare noi e le generazioni future dal pagare un alto prezzo in termini di denaro, vite umane e danni alla natura è una riduzione rapida e significativa delle emissioni di CO2 derivante dall’utilizzo dei combustibili fossili.

Greenpeace avvisa: piantare alberi non ci salverà dai cambiamenti climatici
La CO2 permane a lungo nell’atmosfera. Le emissioni sono assorbite lentamente dagli ecosistemi e un po ‘di CO2 rimane nell’atmosfera indefinitamente.
Immagine: greenpeace.org

Trasmettere il messaggio che sia sufficiente piantare alberi per risolvere un problema complesso, e con una miriade di implicazioni, come il riscaldamento globale, rischia di diventare una pericolosa distrazione e di far perdere di vista le cause che stanno determinando il cambiamento climatico. L’unico modo per fermare il surriscaldamento globale passa attraverso soluzioni politiche, economiche, tecnologiche e sociali che mettano fine all’impiego dei combustibili fossili.

Il rapporto di Greenpeace contiene alcune raccomandazioni riguardanti il ruolo centrale della giustizia sociale nella gestione delle foreste, sottolineando l’importanza di coinvolgere comunità tradizionali e indigene. Rimarca infatti l’importanza di evitare che i meccanismi di finanziamento per la mitigazione dei cambiamenti climatici includano la creazione di piantagioni, favorendo invece progetti di sviluppo comunitario sostenibile in grado di dare spazio all’agricoltura ecologica e alla produzione di energia pulita e rinnovabile. La possibilità di piantare così tanti alberi da riuscire a riassorbire l’enorme quantità di CO2 che viene prodotta e immessa nell’atmosfera dai paesi industrializzati rappresenta un’utopia. Far ricrescere una foresta aiuterebbe sicuramente a ridurre alcuni effetti su base locale, determinati dalla sua precedente scomparsa, ma non sarebbe sufficiente per ridurre la quantità di CO2 al punto da influire positivamente sul cambiamento del clima.

«Il carbonio è per lo più immagazzinato nei fusti massicci e nelle radici profonde di alberi che hanno centinaia di anni. Piantare mille miliardi di alberi dicendo di voler “compensare” le emissioni di CO2 prodotte dall’estrazione dei combustibili fossili e continuare a distruggere foreste antiche non è la soluzione. E’ fondamentale piuttosto agire immediatamente per ripristinare e conservare le foreste, riconoscendo l’enorme potenziale degli ecosistemi naturali nella lotta contro i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità» conclude Borghi.

In linea con diversi studi, il passaggio alle fonti rinnovabili può costituire una grande opportunità, sia per la ricerca sia per lo sviluppo tecnologico, con ricadute positive sull’occupazione. Gli investimenti in nuovi sistemi e infrastrutture per le rinnovabili hanno importanti ritorni economici già nel medio periodo, ma si tendono spesso a sovrastimare le complicazioni del passaggio da un sistema inquinante a quello nuovo e più pulito. I progetti su piccola o media scala avviati finora, da governi nazionali o amministrazioni locali più lungimiranti, hanno mostrato quando sia difficile “decarbonizzare” società e cicli produttivi, complici i numerosi conflitti d’interessi tra i governi e le gigantesche multinazionali aventi il controllo dei combustibili fossili.

La sfida più importante per risolvere il cambiamento climatico è rendere l’energia pulita economica, sicura e largamente disponibile. Queste azioni e nuove regole sull’inquinamento da combustibili fossili faranno da acceleratore per l’innovazione, l’impiego e il nostro benessere. Quando si parla di ridurre velocemente le emissioni, bisogna concentrarsi su ciò che deve essere fatto: regolamentare l’inquinamento da CO2 e rendere l’energia pulita accessibile a tutti. Piantare alberi non basterà.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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