cambiamento del clima
Il lago Poopo in Bolivia si è prosciugato nel 2015 per cause anche legate alle attività umane - @Mauricio Lima

«Gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati da una serie di eventi mortali, drammatici e devastanti. Uragani come Sandy, Maria e Harvey hanno cambiato profondamente le comunità nelle quali si sono scaraventati, lasciando ferite che ancora faticano a rimarginarsi. Ondate di calore sempre più forti hanno costretto popolazioni nel mondo a fare i conti con giornate soffocanti. Grandi incendi hanno devastato centinaia di migliaia di chilometri quadrati in un attimo. Da tutte le parti sono stati registrati record climatici. L’anno più caldo di sempre nell’atmosfera terrestre? Fatto. L’anno più caldo per gli oceani del pianeta? Fatto. Ghiaccio artico sottile e debole a livelli mai visti? Abbiamo avuto anche questo.» Inizia così l’articolo di National Geographic che ha voluto lanciare un monito per il nuovo anno appena sopraggiunto: il cambiamento del clima è reale e sono già numerosi i casi in cui il surriscaldamento globale ha contribuito a creare nuovi disastrosi fenomeni naturali, o ad ampliare la portata di quelli già esistenti (come accaduto per l’uragano Harvey in Texas il quale è stato caricato di pioggia il 20% in più rispetto a quanto ci si aspettava a causa del cambiamento del clima).

Desertificazione, scioglimento dei ghiacciai, fenomeni meteorologici estremi, sono solo alcuni degli effetti a cui andremo incontro se non prenderemo le giuste contromisure iniziando col dichiarare il cambiamento del clima come un’emergenza globale. Considerare il problema su scala globale dovrebbe essere infatti il primo passo per iniziare ad affrontarlo nel migliore dei modi: il surriscaldamento globale deriva in buona parte da micro-attività antropiche che hanno luogo su scala locale ma che, molto spesso, producono effetti su scala regionale se non globale: ad esempio, un incidente avvenuto in un determinato luogo può essere contenuto nel locale oppure, entrando nella circolazione atmosferica, nei fiumi o negli oceani, può farsi sentire sia in altri luoghi distanti, sia sul funzionamento del clima su scala regionale e globale.

Tali incidenti vanno a ridefinire le relazioni ambiente-società, orientando la formazione di politiche sovranazionali che influenzano azioni, decisioni, politiche alle diverse scale. È il caso delle decisioni assunte con il cosiddetto Protocollo di Kyoto che indirizzano le politiche internazionali, nazionali, regionali e locali nella direzione del contenimento dei fenomeni responsabili del cambiamento del clima, nonché della riduzione di immissioni di CO2 nell’atmosfera. Tale iniziativa, seppur con molti limiti, ha comunque rappresentato un nuovo modo di agire e collaborare a livello globale per il raggiungimento di un obiettivo comune: possiamo pertanto affermare che il Protocollo di Kyoto abbia gettato le basi per il più recente Accordo di Parigi (2015) tra gli Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) riguardo la riduzione di emissioni di gas serra a partire dall’anno 2020. L’obiettivo di lungo periodo è quello di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e di limitare tale incremento a 1.5 °C poiché questo ridurrebbe sostanzialmente i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici. Nonostante sia stata segnata la rotta, molti scienziati sostengono che le istituzioni si siano mosse in notevole ritardo:

«L’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media entro i 2°C rispetto all’epoca pre-industriale non è raggiungibile, dobbiamo prendere le giuste precauzioni per sperare che la temperatura media aumenti “solo” di 2°C, altrimenti rischiamo di beccarci un aumento di 5°C» sostiene Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana.

Il 2019 è stato l’anno più caldo della storia.

Capire il cambiamento del clima: l’Impronta Ecologica

Ogni uomo sulla Terra, in ogni azione che compie, genera una sorta di pressione sull’ambiente: esso respira, mangia, produce rifiuti. Quanto pesano in termini ambientali le nostre attività? Di quante risorse naturali abbiamo bisogno ogni anno per sostenere il nostro stile di vita ordinario? 

L’Impronta Ecologica è proprio quell’indicatore che consente di determinare quante risorse consuma ogni singolo individuo e di confrontarle con quelle che effettivamente il pianeta Terra mette a disposizione; l’Impronta Ecologica non risponde alla domanda “Quante persone può sostenere un determinato territorio?” ma, ragionando inversamente, risponde alla domanda “Di quanto territorio necessita una determinata persona o gruppo di persone per mantenere il proprio stile di vita?”.

Secondo gli studi la maggior parte dei Paesi avanzati non rispetta i tempi di rigenerazione naturali delle risorse, addirittura se gli stili di vita della popolazione mondiale fossero come quelli di Paesi come l’Australia o gli Stati Uniti, ci vorrebbero 5 pianeti Terra per rigenerare ogni anno le risorse utilizzate.

Un dato interessante diffuso dal Global Footprint Network è l’ Earth Overshoot Day, ovvero quel particolare giorno dell’anno in cui, seguendo le indicazioni dell’Impronta Ecologica, l’uomo esaurisce le risorse messe a disposizione annualmente dalla Terra e inizia ad attingere dalle riserve della stessa.

Cambiamento del clima

Dal grafico è facile osservare che, negli ultimi 50 anni, si è passati dal terminare le risorse in concomitanza con la fine dell’anno solare, a terminarle, nel 2019, il primo di agosto. Ad oggi, per rigenerare ogni anno le risorse utilizzate, l’uomo necessita di 1,75 pianeti Terra.

Attingendo con sempre maggiore intensità alle riserve del pianeta, anche le cosiddette risorse rinnovabili nel lungo periodo diventano non rinnovabili. Il sovrasfruttamento delle risorse è un fenomeno gravissimo che ci proietta in un circolo vizioso dal quale diventa arduo uscire: i gravosi stili di vita che una parte del mondo conduce – guidata dal raccapricciante paradigma consumistico del “vivere bene = consumare” – determinano il bisogno di trovare nuove risorse oltre quelle già disponibili: per questo motivo assistiamo a massicci fenomeni di deforestazione, di uso intensivo del suolo, di utilizzo irresponsabile dei combustibili fossili; essi non solo producono l’immissione di ingenti quantità di CO2 nell’atmosfera, ma soprattutto generano la perdita di biodiversità animale e vegetale, mettono a rischio la fertilità futura dei suoli agricoli, provocano il surriscaldamento globale e i conseguenti fenomeni di desertificazione e scioglimento dei ghiacciai che inducono le popolazioni ad emigrare verso luoghi “meno ostili”. Tutto ciò non fa altro che aumentare la portata dei disastri naturali o crearne dei nuovi: negli ultimi 20 anni i disastri ambientali sono aumentati del 151% rispetto al ventennio precedente e le alluvioni hanno causato circa il 43% dei disastri naturali. Quanto detto ci serve a confermare quello che purtroppo sapevamo già ma che qualcuno continua a negare: non stiamo lavorando per scongiurare il cambiamento del clima, ci siamo già dentro.

Quali alternative abbiamo a disposizione?

Nel corso degli anni sono stati tantissimi gli studiosi che hanno provato a teorizzare un’alternativa economica che tenesse conto anche della questione ambientale: basta andare a leggere il rapporto Our Common Future – più comunemente conosciuto come rapporto Bruntland – della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo del 1987 che inizia dicendo: “Esiste un chiaro legame tra i problemi ambientali e la distribuzione della ricchezza e delle povertà nel mondo”, da cui scaturiscono le diverse teorie di sviluppo alternativo – o di non sviluppo – che si sono susseguite negli anni: lo sviluppo sostenibile, la decrescita felice di Latouche, l’economia circolare e tanti altri contributi confermano come nel corso degli anni si sia provata a ricercare un’alternativa all’attuale modello di sviluppo senza però trovare un riscontro concreto con la realtà, dimostrando quindi l’incompatibilità dell’attuale modello di sviluppo con la sostenibilità ambientale. La domanda che dobbiamo pertanto porci è: “È possibile declinare l’idea di sviluppo sostenibile all’interno di una società capitalista?”.

La risposta è no, perché il mondo in cui viviamo è dettato da rapporti di forza squilibrati, da disuguaglianze economiche e da ingiustizie sociali: come facciamo a dire a India, Cina, Brasile e tutti gli altri Paesi in via di sviluppo di smettere di industrializzarsi mentre stanno riuscendo a sconfiggere la fame? Non hanno lo stesso diritto di vivere una vita dignitosa come la nostra? Inoltre, come si fa a salvaguardare l’ambiente quando l’obiettivo principale della società è il profitto e l’ambiente non è altro che uno strumento funzionale al suo raggiungimento? Ancora, come può uno Stato investire in pratiche green quando l’unica cosa che conta agli occhi dei mercati è la sua “performance economica”?

Insomma, trovare una sintesi che concili sostenibilità ambientale e sviluppo economico diventa davvero complicato: per parlare di una qualsiasi svolta green bisognerebbe partire dalla radicale messa in discussione del sistema sociale ed economico: non c’è socialismo senza ambientalismo e non c’è ambientalismo senza socialismo.

E quindi non fermiamoci alle teorie complottiste che riguardano Greta Thunberg o il movimento Fridays for Future, perché non ne abbiamo bisogno; il decennio appena iniziato sarà di fondamentale importanza per il nostro pianeta e noi non possiamo rimanere a guardare: bisogna prendere coscienza del potere e dell’efficacia che i movimenti popolari hanno avuto – e hanno tuttora – nella storia del progresso della civiltà umana: processi di trasformazione sociale, imposizione di riforme, rovesciamento di regimi, pensate sarebbero stati possibili senza una forte mobilitazione popolare? Tutti possiamo partecipare, tutti possiamo essere protagonisti di una svolta epocale: uomini e donne, giovani e anziani, studenti e disoccupati, perché noi siamo le vittime, non i responsabili.

Nicolò Di Luccio

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