Riprende il viaggio alla scoperta delle coppie di fratelli più iconiche del calcio internazionale. Dopo i fratelli Cannavaro e Baresi, è il momento di approfondire un duo che ha dato tanto al calcio giocato a livello italiano, e che sta contribuendo in maniera ineluttabile al suo sviluppo anche dalla prospettiva della panchina.

Il confronto dal campo alla panchina si è spostato, manco a dirlo, quasi contemporaneamente. Nonostante fosse più giovane di tre anni, Simone ha lasciato il calcio giocato due anni prima di Filippo. Voleva cercare altri stimoli, probabilmente. Quegli stessi stimoli che Pippo riusciva a trovare esclusivamente all’interno del rettangolo verde: la gioia di correre sul filo del fuorigioco, di segnare in qualsiasi modo, contro qualsiasi avversario. Solo l’età lo ha trascinato fuori da una dimensione dalla quale non avrebbe mai voluto allontanarsi. Ora il primo guida la Lazio, l’altro ha appena preso il controllo del Bologna, dopo l’esperienza al Venezia successiva al fallimento rimediato al Milan.

Simone e Filippo. Filippo e Simone. Entrambi attaccanti, entrambi famosi, entrambi stimati. Filippo, in campo, è stato qualcosa in più: 291 gol in 623 partite a livello di club, al netto dei 90 in circa 300 gare di Simone. Per l’ex 9 del Milan, due Champions, tre campionati, il Mondiale del 2006; per l’ex attaccante biancoceleste, un campionato italiano, tre coppe Italia, qualche Supercoppa italiana, ma nulla a livello continentale, nonostante sia ancora oggi il miglior marcatore della storia della Lazio a livello di competizioni europee con venti reti – record che rischia di essere battuto da Ciro Immobile.

Filippo la sua fortuna nella memoria delle persone l’ha ricamata molto soprattutto dalla sua esperienza in Nazionale. Cinquantasette presenze e venticinque gol, di cui uno, importantissimo, contro la Repubblica Ceca ai Mondiali di Germania. Il peso specifico di questa rete, peraltro, è direttamente proporzionale all’ironia che ha generato: su ogni social rimbalzano ancora insistentemente i meme dedicati a Simone Barone e alla sua corsa disperata in attesa di un pallone che non sarebbe mai arrivato. L’Inzaghi “più piccolo” in Azzurro ci ha bazzicato poco e nulla. Tre presenze – due nel 2000 e una nel 2003, tutte da subentrato – e zero reti.

Gli Inzaghi sono sempre stati così, lo Yin e lo Yang. I due volti speculari di una medesima medaglia. Sì, perché lì dove Simone non è arrivato ad eguagliare il fratello in campo, ci sta riuscendo – ed è legittimo pensare che lo abbia anche superato – in panchina. Il beniamino di Lotito ha riportato ai massimi livelli una squadra che per anni ha bazzicato nelle zone di metà classifica: gli Aquilotti sono ora una realtà consolidata del nostro calcio, che non si schioda minimamente da quel quarto/quinto posto ogni anno. Il tutto condito da una Supercoppa vinta contro la Juventus nel 2017, successo che lo ha reso l’unico nella storia della Lazio a vincere questo trofeo sia da giocatore che da allenatore. Per SuperPippo, invece, solo un trofeo di Lega Pro e una Coppa Italia, sempre di Lega Pro. Dove finisce l’uno, inizia l’altro. Entrambi campioni, specializzati in diversi ambiti.

 

Fonte immagine in evidenza: ilmostardino.it

 

Vincenzo Marotta

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