Essere senza casa di Gianluca Didino, oltre la soglia del weird
La scena finale del film Melancholia di Lars von Trier (2011). Fonte: https://www.pinterest.it/pin/401242648022913570/

Gianluca Didino è nato in provincia di Novara nel 1985 e dal 2013 vive e lavora a Londra come scrittore e giornalista culturale; ha scritto, tra gli altri, per Doppiozero, Internazionale, Esquire e Il Tascabile. Suoi racconti sono su Inutile, FaM e Catrame, nonché inclusi nelle antologie Jukebox letterario e Quintadicopertina. Nel 2017 è stato tra gli organizzatori del Festival of Italian Literatur in London (FILL) ed è autore di un ebook dedicato alla narrativa di Jennifer Egan (Doppiozero Books, 2016) e della postfazione a The Weird and the Eerie di Mark Fisher (minimum fax, 2018). Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani è il suo ultimo saggio, edito lo scorso giugno da minimum fax.
Case, soglie, paesaggi, fantasmi e storie: cinque capitoli sulla condizione ipermoderna, concreta e metaforica, di “essere senza casa”. Dalla precarietà economica che rende «il confine tra l’avere una casa e non averla molto più sottile di quanto possa sembrare»1 al capitalismo digitale, dal riscaldamento globale al terrorismo, dalle migrazioni di massa ai fantasmi di internet: sono tanti i motivi per cui “casa”, che sia la Terra, un paese o il nostro appartamento, non è più sinonimo di familiarità e sicurezza. L’alterità striscia, pervasiva, oltre le nostre soglie domestiche, varcandone i confini: le mura, lungi dal separare lo spazio intimo da quello pubblico, sono porose come un colabrodo, varcate dai fantasmi di un mondo che non è più casa (o da un virus). La casa è, prima di tutto, frutto di «un atto deliberato compiuto dall’uomo per tracciare una distinzione tra l’esterno (il mondo) e l’interno (il luogo dell’abitare). Tra queste due dimensioni, che sono spaziali e ontologiche allo stesso tempo, si trovano due tipi di barriera: da un lato i confini della casa, costituiti tipicamente dai muri, e dall’altro le soglie costituite da porte e finestre, barriere porose che possono essere attraversate»2. Oltre la soglia, c’è il weird: il termine inglese, come insegna Mark Fisher nel suo The Weird and the Eerie, designa l’inquietudine disturbante e sottile suscitata dall’irruzione dell’esterno in un ambiente familiare. Non è lo sconcerto, né il terrore, ma una strisciante weirdness il convitato di pietra dell’odierna quotidianità. Differentemente dal freudiano unheimlich (negazione di heimlich, in tedesco “confortevole”, da Heim, “casa”), che conferisce al familiare un’estraneità inquietante, il weird «apporta al familiare qualcosa che normalmente si trova al di fuori di esso»3. Da wyrd, “fato”, il weird è anche il disorientamento suscitato da connessioni causali e temporali estranee alla nostra comprensione. È weird, insomma, una presenza fuori posto. Ancora di presenze, ma anche, e soprattutto, di assenze, si nutre l’eerie: l’esperienza estetica che, sempre secondo Fisher, deriva da un fallimento di presenza o da un fallimento di assenza; dall’inquietudine, cioè, suscitata da una presenza dove dovrebbe esserci un’assenza e viceversa. Una condizione, questa, che libera dinamiche di suspence, allerta e interrogazione molto più accentuate che nel weird. Quest’ultimo resta, comunque, la categoria prediletta in Essere senza casa: tra soglie violate e catastrofi ambientali Didino rinviene la weirdness dei nostri tempi, raccontandola, a tratti, con la leggerezza colloquiale del personal essay.

Essere senza casa di Gianluca Didino, oltre la soglia del weird
La copertina di Essere senza casa, opera di Patrizio Marini. Fonte: https://www.labottegadihamlin.it/tag/novita-in-libreria/

Non avere una casa, letteralmente, è molto comune. Tra il 1994 e il 2014 il prezzo medio di una casa a Londra è cresciuto del 478%: un dato che parla di crescita demografica e speculazione edilizia, prezzi stellari e homelessness di massa. Non serve non avere un tetto sulla testa per sperimentare la precarietà di vivere senza casa: l’Office for National Statistics (ONS), un’agenzia britannica che raccoglie e diffonde informazioni statistiche, comunica che tra il 2001 e il 2011 il numero di case occupate da più di una famiglia è cresciuto del 70% e che nel 2013 erano 3,3 milioni le persone tra i 20 e 34 anni conviventi con i loro genitori, il numero più alto dal 1996. Ad aggravare la situazione, più recentemente, è stato il capitalismo delle piattaforme. L’inchiesta Un gioco di società, prima su Instagram e vincitrice della sezione sperimentale del Premio Morrione 2019, rivela che a Napoli, solo nel 2016, le richieste di sgombero sono state 6270: tasse alla mano, fittare casa a un turista è più conveniente che stipulare un contratto residenziale, complice Airbnb che non fornisce dati ufficiali, né alle istituzioni, né agli enti di ricerca. Eppure «Airbnb non solleva solo il problema della casa temporanea, ma anche quello della casa trasparente o aperta, la cui soglia può essere oltrepassata da chiunque»4: ancora una volta, la nostra intimità è violata e della casa, sempre se ne abbiamo una, non resta che “l’impressione spettrale5.

Essere senza casa di Gianluca Didino, oltre la soglia del weird
Un’immagine tratta dal profilo Instagram dell’inchiesta “Un gioco di società”. Fonte: https://www.instagram.com/ungiocodisocieta_napoli/

È altrettanto «spettrale e stupefacente al tempo stesso» la vista dell’«esoscheletro della torre», che «simile a un waffle, si staglia contro il sole che sorge»: a parlare è Deborah Hardt, nel 2001 assistente di Steve McCurry. La mattina dell’11 settembre erano entrambi nello studio del Greenwitch Village, quando un’allarmante telefonata dal Nebraska li fece precipitare alla finestra, per assistere al crollo del World Trade Center. Alle tre del mattino successivo, Hardt e McCurry, eludendo i posti di blocco, attraverso polvere e fumo, sarebbero saliti al primo piano del Two World Financial Center, a immortalare l’alba dalle finestre in frantumi. Come puntualmente nota Didino, «i caratteri di paranoia assunti dalla cosiddetta “guerra del terrore” seguita all’11 settembre, si spiegano con la sensazione strisciante che il nemico si nasconda non visto dentro i confini della casa»6. Il terrorismo ha bucato lo schermo, trasformandosi nella violenza reale che infesta la nostra casa che, come in un film horror, è percorsa da alterità imprevedibili. Non a caso l’Isis si è deliberatamente servito dell’immaginario gore, trasformandolo in uno strumento di propaganda: torture e decapitazioni, compiute e filmate, vengono sottoposte alla pubblica attenzione. Dalla decapitazione del giornalista James Foley, avvenuta nel 2014, a quella, recentissima, dell’insegnante Samuel Paty, il terrorismo ha assunto i caratteri di una forza eerie, che agisce inaspettatamente e si presta ad incarnare paure inconsce; una forza liminale, che è dove non ci saremmo aspettati di trovarla: it’s weird.

Essere senza casa di Gianluca Didino, oltre la soglia del weird
Steve McCurry, Torri Gemelle, 2001. Fonte: https://www.pinterest.it/pin/384283780700915123/

La minaccia da cui, per eccellenza, una casa non può difendersi è il fantasma che, attraversandone i muri, «ne mette in discussione il fondamento ontologico»7. Come ricorda Mark Fisher, l’Oxford English Dictionary riporta tra i primi significati di haunt quello di “fornire di una casa”; il verbo, però, significa anche “infestare”: sembra che case e fantasmi siano intrinsecamente legati. Il topos letterario vuole che una casa sopravviva ai propri inquilini, che ne diventano i fantasmi, gli “inquilini originali”, rispetto a chi vi si trasferisce; la dimora infestata, dunque, è porosa e inefficace non solo perché popolata da entità estranee, ma anche perché queste contaminano il presente con un passato eterno. L’hauntologia del digitale consiste proprio in questo: il continuo riproporsi, attraverso internet, di un passato remixato, che annichilisce la spinta verso il futuro. L’eterno presente del virtuale accoglie quel che non c’è più e quel che non c’è ancora, trasformandosi in uno spazio infestato da spettri che, talvolta, scavalcano il confine del reale. D’altronde, lo spiega bene Davide Sisto, le impronte digitali che lasciamo sul web hanno alterato profondamente il nostro modo di ricordare e dimenticare: basti pensare, semplicemente, alla sezione “Ricordi” di Facebook, che ci consente di “rivivere” le esperienze condivise in passato e, eventualmente, di riattualizzarle con una nuova condivisione. Le tracce che seminiamo negli spazi digitali non si decompongono, al contrario possono riemergere, a nostro piacimento o a discrezione di chi le ricondivide, accessibili da qualsiasi dispositivo. È così per i ricordi che custodiamo da vivi, come per le nostre identità digitali, dopo la morte corporea: il numero di utenti registrati a Facebook, e morti nella vita reale, cresce ogni giorno; se Yorkie chiedesse a Kelly «How many of them are dead? Like what percentage?», ma al posto di San Junipero (Black Mirror, 3×04) ci fosse Facebook, forse Kelly non saprebbe rispondere, ma avrebbe un gran daffare nel conteggio.

Essere senza casa di Gianluca Didino, oltre la soglia del weird
Kelly e Yorkie al Tucker’s, il locale notturno di San Junipero. Fonte: https://www.pinterest.it/pin/147774431502874706/

Nel mondo pervaso dalle estranee forze della contemporaneità, non siamo capaci di raccontarci una storia convincente: abitiamo una casa demondificata, perché non riusciamo ad attribuirle un senso complessivo. Come ricorda Didino, «quando le metanarrazioni vengono sostituite dalle microstorie non stiamo più “cooperando in maniera efficace”: siamo soli davanti agli schermi dei nostri computer e ci stiamo raccontando una storia che non siamo in grado di confrontare con la realtà». Senza il potere di riconfigurazione di un racconto condiviso siamo privati, come vorrebbe Paul Ricoeur, della nostra “identità narrativa”, che ci consente di riconoscerci a partire dal racconto che costruiamo di noi stessi. Ma per costruire un racconto, serve aprirsi «all’esterno, avere il coraggio di uscire dalle pareti protette della casa e guardare il buio profondo e gli improvvisi lampi di luce di questa nostra epoca strana»8: solo così il futuro diventa possibile.

Siria Moschella


  1. Gianluca Didino, Essere senza casa, minimum fax, 2020, p.29.
  2. Ivi, p. 52.
  3. Mark Fisher, The Weird and The Eerie, minimum fax, 2018, p. 10.
  4. Gianluca Didino, Essere senza casa, minimum fax, 2020, p. 35.
  5. Ivi, p. 34.
  6. Ivi, p. 44.
  7. Ivi, p.115
  8. Ivi, p. 165.
Greenpeace

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