il clima estremo, diretta e drammatica conseguenza della crisi climatica
Il Pianeta Terra, in bilico tra annientamento e resilienza. Fonte: landofsize.com / iStock

Secondo un approfondito studio pubblicato sulla rivista PNAS, passerà solo mezzo secolo prima che oltre il 30% della popolazione mondiale possa trovarsi a vivere in condizioni desertiche, praticamente simili a quelle del Sahara: si tratta della manifestazione più evidente del clima estremo, diretta e drammatica conseguenza della crisi climatica. «Ogni grado centigrado al di sopra dei livelli attuali corrisponde all’incirca a un miliardo di persone, che finiranno fuori dalla nicchia climatica favorevole», spiega il climatologo Tim Lenton, mentre si ribadisce per l’ennesima volta che la finestra per agire si restringe. C’è ancora speranza di evitare una catastrofe senza precedenti?

Clima estremo, disastri estremi: la sopravvivenza è a rischio

Dunque a cosa ci si riferisce quando si parla di clima estremo? Mai come in questo caso, partire dalle sue conseguenze è autoesplicativo: violente e sistemiche ondate di calore, incidenza superiore di fenomeni atmosferici catastrofici, innalzamento del livello dei mari, inondazioni, smottamenti, incendi, uragani. I suddetti fenomeni climatici estremi, raccontati sempre più spesso dalla cronaca internazionale e italiana (gli alluvioni a Genova e Venezia, ad esempio), sono in diretta correlazione con l’aumento delle temperature a livello mondiale, non contingente, bensì indotta in massima parte dai comportamenti antropici.

Secondo Scientificast, il 44% delle nazioni del mondo ha sperimentato nel periodo 2001-2010 temperature massime oltre i record: erano il 24% nel 1991-2000. Anche le temperature minime hanno conosciuto un incremento nell’ultimo decennio, per l’11% dei paesi. Un dettagliato rapporto del World Meteorological Organization (WMO) evidenzia come le emissioni di gas responsabili dell’effetto serra, che intrappolano il calore nell’atmosfera, sono generalmente aumentate negli ultimi anni: dall’anidride carbonica, al metano atmosferico, fino ai gas che riducono l’ozono nella stratosfera (protossido d’azoto e triclorofluorometano). La temperatura del globo è aumentata di circa 1,06 gradi rispetto alla media dal 1880 al 1920 (National Climatic Data Center). Qualora crescesse ulteriormente di 2 o 3 gradi, la sopravvivenza dell’uomo nella maggior parte degli habitat diverrebbe impossibile.

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Le condizioni desertiche di un paesaggio da clima estremo.
Fonte: watersource.awa.asn.au

L’estensione della fascia climatica riconducibile alle condizioni desertiche a danno di altri ecosistemi, è forse il portato più evidente della sopra descritta trasformazione profonda del nostro pianeta. Sicuramente si tratta di quella più gravida di conseguenze: il clima estremo di tipo desertico comporta drammatiche carenze di risorse idriche, vulnerabilità agli incendi pantoclastici, danni significativi alla salute di anziani e malati, e la crisi delle attività agricole e produttive. Le acque oceaniche a temperature più alte, inoltre, contribuiscono in modo determinante agli eventi meteorologici distruttivi.

Fenomeni legati a siccità sempre maggiormente devastanti, durature ed endemiche, si stanno diffondendo soprattutto nel Mediterraneo (Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria le regioni italiane più interessate), in tutta l’Africa, nell’Asia Meridionale e in Australia.

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Il clima estremo è responsabile fino al 43% delle variazioni della produzione agricola.
Fonte: rinnovabili.it

Le ristrette fasce climatiche dove si concentra la vita delle comunità umane, ossia quelle dei climi temperati, rischiano di mutare repentinamente la propria fisionomia. Le popolazioni interessate sono e saranno costrette alle migrazioni di massa per l’impossibilità di sostentarsi, ma anche per l’intensificarsi della belligeranza relativa alle cosiddette “guerre per le risorse”, tra paesi soprattutto del sud del mondo e/o tra fazioni interne agli stessi, e del Land Grabbing. Gli effetti catastrofici delle condizioni desertiche assottigliano notevolmente, in sintesi, gli spazi di agibilità dell’umanità, minacciandone esplicitamente la sopravvivenza.

Il passaggio al clima estremo sta avvenendo repentinamente, secondo tempistiche estranee al naturale dispiegarsi della variabilità climatica. Avanza, anno dopo anno, con pervasiva e metodica implacabilità. Termini come emergenza e urgenza sono ormai riduttivi, se si pensa che la deadline (mai termine fu più calzante) per le zone ad alto rischio, ossia il 19% delle terre emerse, si riferisce già ai prossimi decenni, e che ad ogni minima variazione nel delicato equilibrio tra ecosistemi e condizioni climatiche, consequenzialmente l’esistenza di milioni di persone viene minacciata e compromessa.

Il Sahara è vicino, ma questa è un’altra storia

Per un paragone immediatamente eloquente e comprensibile, si può ricorrere al deserto per antonomasia, quello del Sahara, la più vasta area a clima arido e desertico del pianeta, con temperature che superano i 50 °C, e scenari di assoluta inospitalità per la vita umana. Le condizioni climatiche che si troveranno a vivere i territori e le popolazioni interessate dai fenomeni del clima estremo, sono effettivamente sovrapponibili, ma c’è di più: il Sahara non è sempre stato assimilabile alle condizioni desertiche.

Diverse ipotesi scientifiche sostengono che durante l’Olocene, “solo” tra i 12.000 e i 5.000 anni fa, quella regione era un florido e fertile bacino idrografico, solcato da acque fluviali e costellato di laghi, ricoperto da una lussureggiante vegetazione, e popolato da uno dei primi gruppi stanziali di esseri umani, tra i più prosperosi del periodo preistorico. Poi, è arrivata la desertificazione, che ha rapidamente prosciugato le riserve idriche, costringendo la popolazione a migrare verso il bacino del Nilo e verso le coste mediterranee.

condizioni desertiche
Eoni fa, questa affascinante distesa di sabbia brulicava di vita.
Fonte: ermesverona.it

L’impronta ecologica umana non ha avuto un ruolo nel processo: esso sarebbe stato innescato, secondo recenti ricerche, all’influenza che la rotazione dell’asse terrestre comporta sul clima, ed è reversibile. Ciclicamente, ogni 20.000 anni, il Sahara ritornerebbe ad essere una rigogliosa savana. Tutto ciò evidenzia, da una parte, che il diffondersi delle condizioni desertiche è già culminata nel tramonto prematuro di una civiltà e dall’altra che l’insostenibile velocità secondo la quale il clima sta mutando a causa del contributo degli esseri umani esime dal naturale dispiegarsi dei tempi dei cicli climatici.

Nemmeno due secoli di serrata industrializzazione, stanno addirittura riportando le stesse trasformazioni climatiche di 5.000 anni, forse anche più. Il clima estremo dei giorni nostri non è una fisiologica trasformazione dell’ambiente, né tanto meno un’escatologica tragedia da accettare con spirito di sacrificio, o peggio, con incoscienza e noncuranza: piuttosto, una tragica conseguenza del perseverante e scellerato comportamento umano.

Preparatevi, “summer is coming”

“Winter is coming!”, avvertiva minacciosamente il motto della casata Stark della celebre saga fantasy di George R.R. Martin. “Summer is coming!”, potrebbe costituire un efficace traduzione calata nel contesto del propagarsi dei climi estremi, per affermare con forza che bisogna agire con consapevolezza, e farlo immediatamente. Non si tratta di allarmismo sensazionalistico e catastrofista: la generazione che sta sperimentando le prime conseguenze delle temperature elevate è allo stesso tempo l’ultima che ha concrete ed effettive possibilità di contenere gli effetti irreversibili del clima estremo.

Fonte: talenthouse.com, ARTIFICIAL ILLUSTRATOR

Rifondare l’economia globale improntandola alla sostenibilità, ad un modello di sviluppo post-capitalistico e alle energie rinnovabili, e contemporaneamente dimezzare le emissioni di carbonio e di anidride carbonica entro il 2030, attraverso accordi vincolanti a livello internazionale, è essenziale per mantenere il riscaldamento al di sotto degli 1.5 gradi, contrastando il proliferare delle conseguenze più disastrose del clima estremo. Ma anche una accorta e premurosa gestione del territorio e la tutela degli ecosistemi, così come un’accurata ed intelligente rimodulazione della fiscalità per scoraggiare settori economici legati ad abitudini di consumo pericolose, concertate tra governi nazionali e comunità locali, possono essere rilevanti.

C’è molto da fare, per prevenire quella che sarà una vera e propria apocalisse, degna degli accenti sensazionalistici dei disaster movie. Tuttavia, si percepisce ancora la mancanza di una consapevolezza ecologica, civile e politica diffusa, all’altezza di queste sfide epocali, che ancora non si esprimono in progettualità definita cronologicamente. Che dunque intervenga, quantomeno, l’istinto di sopravvivenza.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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