sanatoria immigrati
Fonte: Radio Onda Rossa

La settimana scorsa è uscita la bozza della sanatoria per gli immigrati irregolari proposta dalla Ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova. Già il nome stesso, sanatoria, seppur di uso ormai prettamente giuridico, è un sostantivo derivato dal latino “sanus” ed indica perciò la necessità di “sanare” un qualcosa. Qualcosa che non è sano, non va bene. Eppure, mentre la COVID-19 è una malattia esogena dalla quale non vediamo giustamente l’ora di “sanarci”, dalla sanatoria degli immigrati proposta da Bellanova possiamo invece comprendere la necessità del governo di sanare qualcosa per interessi puramente industriali (e meschini), che nulla hanno a che vedere con il diritto a ottenere un documento. Non a caso mentre porgiamo finti sorrisi a migliaia di braccianti agricoli necessari per la nostra sopravvivenza, chiudiamo i porti a chi scappa dalla Libia.

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Teresa Bellanova (Italia Viva) Ministra delle politiche agricole, alimentari e forestali del governo Conte II. (fonte: Il Manifesto)

Questa “gentile concessione” del Governo (la cui bozza deve ancora essere approvata) altro non è che l’ennesima prova di forza di uno Stato sovrano sui corpi di tanti esseri umani il cui unico “crimine” è quello di non avere un documento. Chiariamoci: ovviamente dobbiamo rallegrarci quando anche un solo immigrato riesce a ottenere un documento, perché è proprio tramite quel pezzo di carta che gli sono garantiti una serie di diritti imprescindibili; eppure, questa sanatoria per gli immigrati è un altro contentino su base individuale che si rivela inutile rispetto alla necessità di mettere a sistema la condizione di un Paese in cui migliaia di immigrati e immigrate vivono e lavorano quotidianamente da anni, ciclicamente sfruttati anche in virtù dell’impossibilità di ottenere un documento.

Inoltre, queste persone non lavorano solo nell’agricoltura. Allora perché la misura proposta dalla Ministra Bellanova riguarderà solo i lavoratori immigrati irregolari nel settore agricolo? Perché gli italiani devono mangiare. Se i lavoratori stranieri contribuiscono a livello nazionale al 20% della frutta e della verdura che troviamo sulle nostre tavole, in alcune regioni e settori (la raccolta delle mele in Trentino, uno tra tanti esempi) i braccianti irregolari sono la maggioranza assoluta. Che accadrà invece alle decine di migliaia di care workers (smettiamo di chiamarle badanti, vi prego) che oggi lavorano in Italia, la cui sfortuna è di essere sfruttate in un settore diverso da quello dell’agricoltura? Affari loro.

La sanatoria per gli immigrati è stata gettata su un tavolo e presentata come una misura “normale”: così, dopo anni di diffamazione e violenza emotiva (ancor prima che legale) nei confronti degli immigrati, con un colpo di penna si rende (forse) possibile regolarizzare migliaia di lavoratori in un minuto. Il potere della burocrazia sulle anime e i corpi degli immigrati ricorda la crudele semplicità con cui Salvini, con un colpo di penna, ha reso illegali migliaia di stranieri tramite il Decreto Sicurezza.

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Le migliaia di immigrati/e diventati illegali a causa del Decreto Salvini (fonte: ISPI, Matteo Villa)

Non è inquietante come uno scarabocchio di penna a Palazzo Chigi possa concedere o privare di diritti migliaia di persone? Viene da domandarsi che ne sarà, a questo punto, della retorica mainstream in cui l’immigrato illegale viene rappresentato come un criminale proprio perché senza documenti. Bastava quindi l’inchiostro di una biro per trasformare un individuo malvagio in due braccia assolutamente necessarie e a cui, quindi, si spalancano le porte (dello sfruttamento legalizzato, spesso).

La sanatoria proposta da Bellanova spalanca agli immigrati le porte dell’Italia, sì, ma per quanto tempo? Fino a dicembre 2020. Poi, una volta esauritasi la necessità, quando Salvini avrà mangiato abbastanza verdura “made in Italia” da sfoggiare sui social, arrivederci e grazie! L’immigrato tornerà a essere quel ladro del lavoro degli italiani che è sempre stato nella percezione di molti. 

Al contempo ci sono ancora migliaia di immigrati e immigrate costretti a rimanere rinchiusi nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) senza poter essere espulsi, visto che i rimpatri dall’Italia sono bloccati, ma che devono comunque permanere in una struttura pseudo-carceraria esponendosi a un altissimo rischio di contagio da COVID-19. Per non parlare poi del “stiamo tutti a casa” e dell’obbligo di “distanziamento sociale”, lussi per esseri umani con documenti che hanno la fortuna di non risiedere negli insediamenti informali.

I ghetti sembrano quindi essere considerati posti sicuri per il Governo, ma al contempo l’Italia stessa non è più un porto sicuro. Gli imperativi di sicurezza dei cittadini italiani e accoglienza dei naufragi non sono perseguibili insieme? Non prendiamoci in giro. Mentre Italia, Malta e Libia sospendono il soccorso in mare, l’unica nave che al momento sta colmando questo vuoto enorme nel Mediterraneo centrale è l’Alan Kurdi. Almeno 6 migranti (si ritiene molti di più) sono morti in mare tra il 5 e l’11 aprile in seguito al rifiuto di assistenza da parte delle autorità maltesi.

La comune pratica di riportare i migranti in Libia anche quando si trovano nella SAR maltese, come successo nei giorni dal 5 all’11 aprile

E L’Europa che fa? Un aeromobile di Frontex, dopo aver sorvolato e seguito la rotta di una nave di migranti in estrema emergenza l’11 aprile, è scomparso – facendo sparire anche le sue tracce dai radar. 500 tra i più dei 2.000 migranti che vagavano nel Mediterraneo tra il 5 e l’11 aprile sono stati invece riportati a Tripoli dalla famigerata (e da noi finanziata) “guardia costiera” libica.

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L’aereo di Frontex che ha sorvolato l’area in cui si trovava la nave dei migranti in distress è stato, come si può vedere dal sito di tracking Flight Aware, letteralmente bloccato

L’unica spiegazione logica che possiamo trarre dalle due misure citate, la sanatoria per gli immigrati e la chiusura dei porti italiani, è che gli immigrati li vogliamo (e addirittura li regolarizziamo) solo quando servono i nostri interessi. Senza dimenticare che la sanatoria degli immigrati proposta in Italia si configura come una mera regolarizzazione temporanea, totalmente asservita alle logiche della produzione dell’industria alimentare, che continuerà quindi ad offrire infinite possibilità di ricatto per chi impiega gli immigrati. 

Tuttavia concentrarci sui piccoli proprietari terrieri, certo responsabili diretti dello sfruttamento degli immigrati in agricoltura, altro non è che un modo per distogliere l’attenzione dalla “corsa al ribasso” che le grandi industrie alimentari percorrono da anni. Prendiamo ad esempio la filiera del pomodoro. Se in Italia dal fruttivendolo paghiamo almeno 1€/kg i pomodori industriali e il loro prezzo all’ingrosso per il 2020 è fissato a 8,8 cents/Kg, siamo davvero sicuri che quell’euro di differenza sia andato a retribuire giustamente ogni lavoratore della filiera, dalla raccolta, al trasporto, alla trasformazione? Siamo sicuri che no, tutt’al più. Un fatto portato alla luce dalla battaglia che reti come Campagne in Lotta portano avanti da anni a fianco degli immigrati e delle immigrate per ottenere i documenti e percepire una giusta paga. 

Mentre il capitalismo sorride ancora, mentre Coldiretti plaude alla sanatoria proposta da Bellanova, in Italia ancora una volta il Governo (sia esso di centro-destra o di centro-sinistra) strizza l’occhio alle multinazionali dello sfruttamento e mentre chiude letteralmente l’ingresso in Italia a migliaia di naufraghi, propone strumenti farlocchi come la sanatoria per gli immigrati proposta da Teresa Bellanova: uno strumento a breve termine, diseguale (solo per gli immigrati braccianti agricoli) e con forti componenti di ricattabilità rispetto al rinnovo dei documenti. Questa non è la strada o, almeno, non dovrebbe essere la strada della sinistra

Lorenzo Ghione

Lorenzo Ghione
Studente magistrale di relazioni internazionali all’Università di Bologna, Bolognese di nascita, ho vissuto un anno a Lione (2015-2016) ed uno a Parigi (2018-2019) per motivi di studio e, perché no, di conoscenza. Studio, mi interesso e quindi scrivo principalmente di migrazioni internazionali, rapporti tra Africa ed Europa, politica interna ed estera italiana e francese. Scrivo e milito nella convinzione che l’atteso cambiamento, la fine della crisi, rivoluzione, non possano avvenire né solo tramite le parole né solo attraverso le azioni. “Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere”. (Gramsci)

2 Commenti

  1. D’accordo quasi su tutto, ma care workers anche no.
    Si trovi un altro sillogismo o un altro termine se “badanti” non piace, ma per favore basta anglicismi del tutto casuali nell’italiano.
    Tra l’altro “badante” è il participio presente del verbo “badare”che nella nostra lingua significa “avere cura”: quindi il termine badante ha il medesimo significato di “care worker”. Perché è indicibile?
    Effettuare tale sostituzione sarebbe come utilizzare TEACHER al posto di INSEGNANTE.

    Ho la fortuna di capire diverse lingue e assicuro che la tendenza di utilizzare termini inglesi in maniera inflazionata e non necessaria è un elemento tipico solo dell’italiano odierno. In spagnolo, in tedesco, in francese ma anche in turco ed olandese non vi è un tale abuso.

    Il colmo? Il cittadino italiano possiede in media sempre meno parole (ciononostante il nostro idioma abbia fra i vocabolari più ampli dell’intero vecchio continente, assieme alle altre lingue neolatine), ha, dati ocse, i più bassi livelli di competenza nella produzione e comprensione della lingua madre ed in più, nonostante l’enorme quantità di anglicismi inseriti nel dizionario nostrano, ha fra i più bassi punteggi d’Europa in relazione alle competenze in lingua inglese.

    In pratica stiamo diventando un popolo che conosce sempre meno la propria lingua, la quale assai impoverita ed appiattita, non risulta più sufficiente per esprimere coerentemente il proprio pensiero. Sostanzialmente non si sa più esprimere, in profondità, ciò che si pensa.
    In tutto questo manco sappiamo parlare inglese, nonostante ci riempiamo la bocca di lemmi d’oltremanica.

    Questa tendenza è incentivata dai media (con la E) e dai giornalisti, che scrivono e si esprimono in modo povero.

    Io non mi ritengo una persona purista della lingua, tuttavia mi pare si stia esagerando. Basta confrontare uno stesso servizio tradotto in più idiomi (es. EURONEWS.EU) per notare come in altre lingue (spagnolo, tedesco e francese) la varietà di vocaboli impiegata sia assai più amplia della nostra, i costrutti delle frasi più articolati e l’uso di anglicismi assente o limitato a specificatissime parole. La versione italiana sembra rivolgersi a bambini ed è imbottita di parole inglesi d’ogni tipo (pronunciate sovente impropriamente).

    Perché dire SMART WORKING anziché TELELAVORO o se non aggrada telelavoro, LAVORO AGILE?
    Perché FAKE NEWS e non BUFALE o NOTIZIE DISTROTE?
    Perché LOCK DOWN e non CLAUSURA o CHIUSURA TOTALE?
    Perché BABY SITTER e non TATA?
    Perché JOB ACT e non DECRETO SUL LAVORO, RIFORMA DEL LAVORO, ATTO SULLE PROFESSIONI o simili?
    FREEZER anziché CONGELATORE?
    Perché CARE WORKER anziché BADANTE/COLLABORATORE FAMILIARE (COLF), ACCUDENTE, ASSISTENTE FAMILIARE/ANZIANI?
    Potrei andare avanti all’infinito… Impieghiamo i prestiti linguistici quando necessario.

    In Italia si crede che usando vocaboli inglesi si appaia più colti, politicamente corretti ed intriganti. Ebbene in tutto il resto d’Europa questa nostra tendenza è derisa come segno di “ignoranza” e “provincialismo”.
    Non dico di tornare al fascismo linguistico (traduzione di tutti i termini) ma di prendere in prestito lemmi solo laddove manchi il corrispettivo italiano e sia impossibile crearlo efficacemente.

    Vi prego, smettiamola con gli anglicismi inutili: per una volta seguiamo l’Europa. Incentiviamo l’uso coretto della nostra lingua (salvandogli innumerevoli lemmi che stanno morendo) affiancando significativi incentivi volti al favorire la diffusione della conoscenza della lingua inglese, senza però mischiare i piani linguistici (per non saper poi gestire nessuno dei due).

    La povertà linguistica, e l’italiano d’uso sta divenendo un idioma povero, si accompagna alla povertà logica e quindi rende il possessore della stessa facilmente ingannabile.

    Quindi se badante non piace (perché mai?) coniamo un termine più gradito ma per cortesia facciamolo attingendo al nostro vocabolario.

    Saluti

    • Grazie per la precisazione. Effettivamente devi riconoscere che in questo caso sia care worker che badanti sono assolutamente fuorvianti e andrebbero resi un po’ più “neutri”. Mi ero semplicemente basato sul fatto che care worker è gender neutral (scusi l’anglicismo, ma già che stiamo discutendo di un termine inglese!) al contrario di badante. “Badante” a livello di immaginario italiano richiama una donna dell’est che sta accanto ad un nonnetto italiano, quindi sono d’accordo con lei sul trovare un termine (in italiano!) che soppianti l’idea che 1) sia solo un lavoro femminile (cosa che comunque resta in larghissima parte) 2) sia un termine con un’eccezione generale quasi negativa, in certi casi (sempre per tornare all’esempio della donna dell’est che assiste il nonnino).

      Grazie per la precisazione

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