caregiver, donne, COVID-19
Fonte: ilgazzettino.it

In questa emergenza da COVID-19, che ha richiesto una pronta e massiccia risposta dei sistemi sanitari per fronteggiare il gran numero di pazienti positivi al virus con problemi respiratori gravi, emerge l’importanza di figure prima non riconosciute e invisibili, spesso vittime della precarietà e ora risultate indispensabili: le caregiver, le donne impiegate in lavori di cura. In questa categoria rientrano non soltanto dottoresse, infermiere e  operatrici socio-sanitarie, direttamente coinvolte nella lotta contro la malattia infettiva, ma anche tutte le donne che durante la quarantena hanno visto un aumento delle mansioni domestiche sulle loro spalle. L’auspicio per il post-pandemia è che venga assegnato un adeguato riconoscimento a queste lavoratrici insieme alla creazione di misure di welfare atte a ridurre il peso degli incarichi di cura che grava sulle donne. 

Donne al centro della lotta contro il COVID-19

L’OCSE, a proposito degli effetti della pandemia sulla componente femminile della popolazione, utilizza un linguaggio militare per segnalare il ruolo della donna nella lotta contro la COVID-19. «Potrebbe essere la prima guerra mai combattuta in cui la maggioranza in prima linea è composta da donne», scrive l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico in un post su Instagram. Di fatti, le donne sono i due terzi della forza lavoro impiegata nella sanità mondiale, pur rappresentando una minima parte di medici, farmacisti e dentisti. Contando i 104 Paesi per cui sono disponibili i dati, circa l’85% delle infermiere e delle ostetriche sono donne, costituendo una schiacciante maggioranza dei lavoratori negli ambiti di cura che ora si trova particolarmente esposta al rischio d’infezione sul posto di lavoro.

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“In molti stanno paragonando la lotta contro il COVID-19 ad una guerra. Se così fosse, allora potrebbe essere la prima guerra mai combattuta in cui la maggioranza in prima linea è composta da donne.”
Fonte: Instagram

Tuttavia, non soltanto le operatrici socio-sanitarie devono affrontare una domanda di cura eccezionalmente alta, ma anche tutte le altre caregiver che a causa della quarantena forzata, dell’aumentata necessità di cura degli anziani e della chiusura delle scuole devono sobbarcarsi crescenti mansioni domestiche. Quest’ultimo è a tutti gli effetti lavoro non pagato e associato alle donne dalle norme di genere. 

Inoltre, le diseguaglianze di genere sono esacerbate in questo frangente anche a livello economico, dal momento che le donne saranno maggiormente esposte alla perdita di reddito e del posto di lavoro dovuta alla crisi economica post-pandemia. Senza dimenticare l’aumento dei fenomeni di violenza domestica, sfruttamento e abuso durante la quarantena, come denunciato da D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) che rileva un aumento del 74,5% delle richieste di supporto ai centri antiviolenza, pur essendoci un calo nelle prime domande d’aiuto. 

L’invisibilità delle caregiver 

Il lavoro di cura, chiamato anche riproduttivo o affettivo, realizzato in larga misura dalle donne include una vasta gamma di occupazioni remunerate o senza retribuzione economica, tra cui le prestazioni sanitarie del personale medico, le faccende domestiche, l’assistenza agli anziani e ai bambini. Secondo il Rapporto Oxfam 2020 “Time to care – Avere cura di noi”, la distribuzione degli incarichi di cura risulta profondante iniqua e pesa sulle spalle delle donne in maniera massiccia, producendo un divario di genere nell’uso del tempo quotidiano. Spesso le donne in condizioni di povertà o in contesti rurali dedicano fino a 14 ore ogni giorno al lavoro domestico non pagato, una cifra 5 volte maggiore rispetto al tempo impiegato dagli uomini per le faccende di cura. Ciò significa che la maggioranza delle donne in età lavorativa nel mondo non riesce ad accedere all’istruzione e alla forza lavoro a causa dell’eccessivo carico di lavoro non retribuito. 

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Fonte: Oxfam NZ

La situazione non migliora nel caso dei lavoratori domestici retribuiti che il report dell’Oxfam definisce “i più sfruttati al mondo”: l’80% di loro sono donne, uno su dieci gode di tutele legali e il 90% non ha accesso alle misure di protezione sociale. Purtroppo le condizioni in cui versano i caregiver sembrano trasferirsi a tutto il mondo del lavoro, sempre più precario e “femminilizzato” nei suoi contenuti. Si parla pertanto di femminilizzazione del lavoro per indicare quelle competenze e quei metodi di controllo oggi particolarmente richiesti in ambito lavorativo e che appaiono del tutto simili a quelli indispensabili nell’ambito di cura (capacità di comunicazione, attenzione ai sentimenti e agli affetti, identificazione con i valori d’impresa).

Questo mancato riconoscimento delle sfere vincolate al genere femminile, il disinteresse verso l’ambito riproduttivo e l’invisibilità delle donne nell’ambito economico palesano il carattere profondamente androcentrico di un’economia che normalizza l’esperienza maschile nel mercato, come denunciano studiose come Amaia Pérez Orozco e Silvia Federici, critiche anche nei confronti della teoria marxista accusata di non considerare la donna come soggetto di lotta. In altre parole, rimangono ancora valide la divisione sessuale del lavoro e l’idea di famiglia eteronormativa (in cui l’uomo si guadagna la pagnotta e la donna rimane l’angelo del focolare domestico).

Le donne nella società neoliberale e post-pandemia

Oggi più che mai abbiamo compreso l’importanza di un settore pubblico forte, smantellato e ridotto all’osso nel corso degli anni. Durante l’emergenza da COVID-19 abbiamo vissuto in maniera estrema gli effetti dei tagli drastici al welfare che caratterizzano il progetto politico neoliberale e il capitalismo finanziario. Proprio questi tagli hanno accresciuto il peso del lavoro di cura che grava sulle spalle delle donne, ma allo stesso tempo il tempo disponibile per adempiere a tali compiti è sempre più scarso, come afferma Nancy Fraser a proposito dell’attuale “crisi di cura”. Questo vuoto chiamato care gap viene colmato attraverso il reclutamento di manodopera straniera, di donne connotate dal punto di vista razziale, in fondo alla gerarchia occupazionale e assunte da donne più privilegiate. 

Se la pandemia da Covid-19 ha reso evidenti in maniera lampante tutte le contraddizioni di un sistema malato e distruttivo nei confronti della vita umana e dell’ambiente, la speranza risiede in un cambio di rotta, affinché gli applausi agli operatori sanitari si tramutino nel prossimo futuro in politiche di welfare capaci di dare centralità al lavoro delle caregiver e di promuovere l’equità di genere attraverso una lotta contro diseguaglianze, povertà ed emarginazione. 

Rebecca Graziosi

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