Le malmaritate nel Decameron: l'arte del vivere di Monna Filippa

L’afa è forte e il sole brucia, specie in città, per cui Lettere in Soffitta – che neppure ad agosto va in vacanza – proverà a offrire refrigerio ai lettori, conducendoli per questo mese all’ombra degli arbusti del contado fiorentino: saremo insieme all’allegra brigata del Decameron, ‘ascolteremo’ e racconteremo a modo nostro le novelle più belle e divertenti del celeberrimo libro del Boccaccio.

Il primo a ottenere la parola sarà Filostrato con la storia di Madonna Filippa: viaggeremo idealmente sino a Prato per assistere all’arringa di una donna audace e caparbia, in grado di andar controcorrente pur di tutelare i propri diritti e far valere gli irrefrenabili istinti amorosi.

«[…]bella cosa è in ogni parte saper ben parlare, ma io la reputo bellissima quivi saperlo fare dove la necessità il richiede. Il che sì ben seppe fare una gentil donna, della quale intendo di ragionarvi, che non solamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de’lacci di vituperosa morte disviluppò».

È già l’introduzione alla novella a svelare la vera protagonista della stessa, ossia quell’arte di saper parlare per la quale nel Decameron sempre ci si salva, ora dalla morte fisica, ora da quella spirituale: nell’universo boccacciano essere capaci di esprimersi con efficacia non equivale semplicemente a essere dei bravi oratori, significa, al contrario, essere capaci di stare al mondo, essere all’altezza della vita. E Madonna Filippa dimostra pienamente di esserlo.

Scoperta dal marito Rinaldo con il bello e nobile Lazzarino de’ Guazzagliotri, Filippa viene denunciata al podestà e convocata da quest’ultimo a giudizio, procedura consueta a quei tempi, frutto di una legge assai dura vigente in città: a Prato, difatti, le donne che peccavano di adulterio potevano essere chiamate in tribunale e perfino condannate a bruciare sul rogo in caso di ammissione della propria colpevolezza.

Preoccupati, amici e parenti consigliano a Filippa di non presentarsi dinanzi alle autorità o, almeno, di negare quanto fatto, ma la donna proprio non è disposta a comportarsi da codarda: così lascia cadere nel vuoto ogni suggerimento ricevuto e sceglie di affrontare la causa con l’animo fiero di chi è pronto a confessare senza il timore delle conseguenze che dalla verità possono scaturire.

«Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito e che egli questa notte passata mi trovò tra le braccia di Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e per perfetto amore che io gli porto, molte volte stata, né questo negherei mai» dichiara con sfrontatezza l’imputata di fronte ai tanti pratesi accorsi in loco, altamente incuriositi dalla vicenda.

Monna Filippa, che esibisce fin da subito un’eccellente padronanza retorica oltre che un gran controllo della situazione, tenta poi di giustificare le proprie azioni appellandosi a una sorprendente fusione di logica amorosa e visione mercantile: mai ella è venuta meno agli obblighi del matrimonio, concedendosi al marito tutte le volte che a lui piaceva, volte che però erano evidentemente poche per una donna giovane e con tanta energia da vendere quale era Filippa.

«domando io voi, messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che dovevo fare o debbo di quel che gli avanza? debbolo io gittare a’ cani? non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m’ama, che lasciarlo perdere o guastare?»

Come per l’avveduto mercante è necessario evitare ogni tipo di spreco affinché gli affari diano i frutti sperati, ugualmente per una moglie che sia degna del suo ruolo è indispensabile sfruttare a pieno la vivacità erotica di cui la natura l’ha dotata, affinché l’amore coniugale non ne risenta. Gli avanzi dunque non possono essere gettati via, né in ambito commerciale, né in campo sentimentale.

Teoria questa certamente stramba, eppure del tutto plausibile se concepita da una malmaritata come Filippa che, oltre a eroina della parola, si erge a brillante rappresentante di una delle categorie femminili più corpose del Decameron, dando voce ai pensieri di tutte coloro che dentro la raccolta boccacciana – e pure nella vita reale – sono indotte a ricorrere a disparati escamotage pur di appagare quei desideri che coniugi incuranti lasciano lì insoddisfatti.

Alla fine il discorso di Filippa non può che risultare vincente: da colpevole la donna si trasforma agli occhi del podestà in una paladina di giustizia per la quale vale persino la pena cambiare il rigido statuto in vigore, da quel momento in poi valido solo per le mogli spinte a tradire dal denaro; Rinaldo, invece, è costretto a tornarsene a casa tra le risa della gente e, come si suol dire, con le corna in capo, perché nel Decameron si pretende che i mariti coscienti delle proprie mancanze abbiano almeno il buon senso di tacere, pena l’umiliazione pubblica.

Con una conclusione di questo tipo il sorriso divertito sulle bocche dei lettori/ascoltatori è assicurato; tuttavia la novella, una volta terminata, lascia molto più che una leggera sensazione di piacevolezza: d’un tratto ci si rende conto di quanto l’ottica di Boccaccio, nato in seno al Medioevo, sia molto più progressista di quella di tanti figli della modernità che, volentieri, vedrebbero applicata l’antica legge di Prato o che, addirittura, non esiterebbero a sporcare di sangue innocente le loro stesse mani.

Sebbene partorita da un’epoca tanto lontana, la storia di Monna Filippa – come d’altronde l’intera opera del certaldese – dà della donna una visione davvero emancipata, ne fa una creatura libera di agire, di decidere, di difendere le proprie scelte e la propria vita con il potente strumento del linguaggio, che più non è esclusiva prerogativa degli uomini, così come non spetta più soltanto a questi ultimi reclamare i naturali bisogni d’amore.

Con il Decameron, dunque, prende avvio una vera e propria rivoluzione, un rinnovamento di ideologie, di ruoli e valori e Filippa, indubbiamente, col suo spirito risoluto e battagliero ne è artefice ed emblema assoluto. 

Anna Gilda Scafaro