Madame de Staël, Giordani, Romanticismo

Agli inizi del XIX secolo, in tutta Europa prendeva piede un nuovo movimento letterario che sconvolse profondamente i canoni dei classicisti: il periodo in questione è il Romanticismo e tra i protagonisti assoluti si annoverano Madame de Staël e Pietro Giordani.

Dall’Illuminismo al Romanticismo

In contrapposizione al secolo dei Lumi caratterizzato dalla preminenza dell’intelligenza della mente umana, il Romanticismo metteva in risalto i sentimenti dell’anima e la passione, considerati spinta vitale ed energia pura. Abbandonando la ragione illuminista, la natura e gli eventi circostanti non hanno più un’unica interpretazione: l’uomo tende sempre a dare una propria idea del locus amoenus in cui riflette il proprio io.

Inoltre, all’universalismo che aveva caratterizzato il secolo precedente, si contrappone l’idea di nazione unita e di patriottismo: in particolar modo, l’Italia e la Germania saranno le grandi protagoniste del secolo in quanto combatteranno per unire il paese creando un’unica coscienza nazionale.

Dal punto di vista prettamente letterario, il Romanticismo si ispira al movimento tedesco sorto tra il 1770 e il 1785 e denominato “Sturm und Drang”: durante il quindicennio cominciarono ad affermarsi tutti gli ideali del sentimento, dell’impeto, della passione e del genio umano.

Il dibattito tra Classicisti e Romantici: Madame de Staël

Nel nostro paese, il Romanticismo arriva nel 1816 quando la baronessa francese Madame de Staël pubblicò nella Biblioteca italiana un saggio che destò scalpore e al tempo stesso una serie di riflessioni e diede inizio al dibattito letterario tra Classicisti e Romantici.

Donna coltissima e intelligentissima, Madame de Staël nel saggio “Sulla maniera e utilità delle traduzioni” si rivolgeva specificamente agli intellettuali italiani invitandoli a conoscere e a tradurre i testi di autori stranieri per apprendere una nuova cultura e una nuova letteratura. L’intento era quello di dare un forte scossone alle coscienze intellettuali degli italiani i quali restavano pur sempre chiusi in un mondo culturale troppo arretrato rispetto alle novità letterarie del circostante panorama europeo.

Il fatto che gli italiani non avevano imparato a tradurre la letteratura straniera, aveva fatto sì che la loro produzione letteraria fosse sempre statica e mai dinamica tanto da non suscitare più alcun interesse nel pubblico. Madame de Staël sosteneva fortemente che le traduzioni dei nuovi testi letterari potevano essere l’unico mezzo per far circolare nuove idee: restare ancorati alla traduzione delle opere della classicità greca e latina significava non stare al passo con i tempi e di conseguenza riciclare una materia già di per sé obsoleta.

Il saggio si chiude con un riferimento negativo agli “eruditi”:



«Havvi oggidì nella letteratura italiana una classe di eruditi che vanno continuamente razzolando le antiche ceneri, per trovarvi forse qualche granello d’oro: ed un’altra di scrittori senz’altro capitale che molta fi ducia nella lor lingua armoniosa, donde raccozzano suoni vôti d’ogni pensiero, esclamazioni, declamazioni, invocazioni, che stordiscono gli orecchi, e trovan sordi i cuori altrui, perché non esalarono dal cuore dello scrittore. Non sarà egli dunque possibile che una emulazione operosa, un vivo desiderio d’esser applaudito ne’ teatri, conduca gl’ingegni italiani a quella meditazione che fa essere inventori, e a quella verità di concetti e di frasi nello stile, senza cui non ci è buona letteratura, e neppure alcuno elemento di essa?»



La risposta di Pietro Giordani, difensore dei classicisti

La lettera della baronessa francese scatenò una serie di polemiche tra gli intellettuali italiani, primo tra tutti Pietro Giordani che, tra le altre, fu lui stesso a tradurre in italiano il saggio di Madame de Staël. Giordani, con il testo “Un italiano, risponde al discorso della Staël”, sosteneva che i letterati italiani, adoperando la traduzione dei testi stranieri, non avrebbero tratto alcun giovamento significativo in quanto i nuovi letterati non sarebbero certamente potuti diventare modelli di riferimento.

I letterati italiani, secondo Giordani, dovevano continuare ad ispirarsi a Dante Alighieri, agli autori greci e latini, in quanto sono stati così grandi e significativi da risultare sempre moderni e mai scontati.

Analizzando tutti i punti negativi evidenziati dalla baronessa, Pietro Giordani procede difendendo saldamente i valori dei classicisti: non è assolutamente d’accordo sullo squallore di cui parlava Madame de
Staël , ma al contrario sosteneva che la letteratura europea era in decadenza dato che gli intellettuali erano una generazione troppo pigra per poter studiare i canoni classicisti.


« Studino gl’Italiani ne’ propri classici, e ne’ latini e ne’ greci; de’ quali nella italiana più che in qualunque altra letteratura del mondo possono farsi begl’innesti; poiché ella è pure un ramo di quel tronco; laddove le altre hanno tutt’altra radice; e allora parrà a tutti fiorita e feconda. Se proseguiranno a cercare le cose oltramontane, accadrà che sempre più ci dispiacciano le nostre proprie (come tanto diverse) e cesseremo affatto dal poter fare quello di che i nostri maggiori furono tanto onorati; né però acquisteremo di saper fare bene e lodevolmente ciò che negli oltramontani piace; perché a loro il dà la natura, che a noi altramente comanda; e così in breve condurremo la nostra letteratura a somigliare quel mostro che Orazio descrisse nel principio della Poetica. »

Arianna Spezzaferro