Lo strano caso delle elezioni in Siria
Fonte: flickr.com

Con oltre il 95% dei voti, Assad ha vinto le elezioni in Siria in cui di fatto era l’unico candidato. Descriviamo il meccanismo, di certo ben poco democratico, con cui si vota nel paese mediorientale martoriato da anni di guerra civile.

Come già detto, il 26 maggio 2021, Bashar al Assad ha vinto nuovamente le elezioni ed ha ottenuto il suo quarto mandato come presidente. Tutti, o quasi, hanno azzeccato il pronostico, riscontrato da un lapidario 95% dei voti a favore del rais uscente. Un dato criptico, che merita di essere approfondito.

Se tutto ciò sembra incredibile, in realtà non lo è poi così tanto, visto e considerato che in blocco, Stati come gli USA, la Germania, l’Italia, la Gran Bretagna e l’UE, hanno criticato aspramente le elezioni e corrispondenti metodi democratici siriani. In sostanza, l’espressione più democratica, ovvero il voto, in Siria è decisamente opinabile. Cerchiamo quindi di campire il meccanismo delle elezioni in Siria.

Il contesto delle elezioni in Siria

Prima di analizzare nel dettaglio il sistema elettorale siriano, è bene capire in che contesto i votanti si sono diretti alle urne. In primis, cosa già nota a tutti, ma che è utile ribadire, la Siria vive in una guerra civile dal 15 marzo 2011. Nel conflitto, si confrontano l’esercito legato al governo siriano ed al presidente, sostenuto da Mosca ed appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanese filoiraniane di Hezbollah e i ribelli, sostenuti, anche militarmente, dalla Turchia e in passato dall’Occidente. Inoltre, nel nord e nell’ovest del paese, ci sono anche i curdi.

Solo il 60% del territorio è sotto il controllo del governo centrale. Ciò significa che, il restante 40% è quindi impossibilitato a votare.

Limesonline.com – Mappa suddivisione territoriale Siria – 2018

Anche la popolazione siriana è divisa per etnia e religione. Più della metà della vive in aree non controllate dal regime (sia dentro che fuori la Siria). Il conflitto bellico ha portato ad almeno 500.000 vittime circa, oltre 100.000 sono detenuti come prigionieri politici, 7milioni sono sfollati interni al paese (di cui 4,4milioni nel territorio dei ribelli), ed infine, dato del 2020, la Siria è il più grande paese fonte di rifugiati con 6,6 milioni di persone fuggite dallo Stato dall’inizio della guerra civile.

Va infine considerata anche la crisi economica, figlia della guerra e dalle ataviche divisioni. L’economia siriana ha pagato a duro prezzo la guerra civile, le sanzioni contro il regime di Assad dell’occidente, la corruzione governativa, la pandemia in corso (che ha messo in ginocchio il sistema sanitario), ed infine la crisi economica libanese. I problemi finanziari in Libano, per svariati motivi tra cui i deprezzamenti e gli import, hanno fatto da ulteriore zavorra all’economia già debole della Siria.

L’inflazione è elevatissima, reperire corrente elettrica è problematico, la valuta impossibilita le transazioni e ci sono svariate altre difficoltà si riflettono sulla popolazione. Secondo molti media ed organizzazioni, la percentuale di persone che vivono sotto la soglia di povertà in Siria è almeno l’80%.

Bashar Al Assad, il regime dal 2000 in poi

Appurato il quadro generale in cui verte la Siria, a dir poco surreale se si pensa che ci si reca alle urne come se nulla fosse, vediamo ora chi ha governato questa nazione per tutto questo tempo, dal 2000 ad oggi con un ulteriore mandato di 7 anni che parte da ora.

flickr.com – Bashar al Assad – Presidente della Siria

Bashar al Assad, dal 17 luglio del 2000, data in cui ha cominciato il suo primo mandato come presidente siriano, è rimasto sempre al suo posto, vincendo lo scoglio di tre tornate elettorali. In tutte e tre le occasioni la vittoria è stata schiacciante, con il 97,29% e il 97,6% dei voti totali ed infine un modesto l’88,7% dei voti. Va fatto notare che praticamente si trattava dell’ultimo candidato. Senza ripercorrere troppo della sua carriera politica, basti sapere che Assad è stato il precursore delle repressioni durante la Primavera Araba, aprendo le porte della guerra civile.

In politica internazionale il neo-presidente siriano, conta molti più ”nemici” che ”amici”. Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania e molti altri paesi UE, hanno aspramente criticato il leader del Partito Ba’th e del Fronte Nazionalista Progressista, e ribadito più volte l’invalidità delle elezioni. A sostegno invece, ci sono la Russia di Vladimir Putin e l’Iran, molto attivo nel sostegno militare.

Secondo molti analisti, il governo della famiglia al-Assad, e quindi anche del padre Hafiz, si qualifica a tutti gli effetti come un regime dittatoriale. A sostegno di tale tesi vi sono svariati casi di ostruzione all’opposizione politica, l’uso indiscriminato di forze armate a sedare i ribelli, gli strumenti di propaganda, promesse di riforme populistiche che avvengono puntuali prima delle elezioni per incrementare il consenso, incarcerazione di giornalisti, avvocati, politici e dissidenti.

La democrazia siriana

Ma come funziona il meccanismo elettorale siriano? In realtà bisogna chiedersi piuttosto cosa dovrebbe essere, e come invece è. Si tratta di un sistema che suggella per altri sette anni il regime autoritario di Assad.

Stando a quanto si legge nella Costituzione siriana, siglata nel 2012 e quindi durante il governo Assad ad un anno dallo scoppio della guerra civile:

«Gli elettori sono i cittadini che hanno compiuto i diciotto anni di età e hanno soddisfatto le condizioni stabilite nella legge elettorale»; (Articolo 59). La legge elettorale deve includere le disposizioni che assicurano (Articolo 61):

  • La libertà degli elettori di scegliere i propri rappresentanti e la sicurezza e l’integrità delle procedure elettorali.
  • Il diritto dei candidati a supervisionare il processo elettorale.
  • Punire chi abusa della volontà degli elettori.

Ulteriori requisiti servono invece ai candidati che decidano di correre per una carica elettiva a Damasco o per la Presidenza.

Per esempio, ai sensi della Legge n. 5 dell’anno 2014 del codice delle elezioni generali, Capitolo 5 – articolo n. 30, il candidato alla carica di Presidente della Repubblica Araba di Siria deve:

  • avere raggiunto l’età di 40 anni.
  • avere la nazionalità araba siriana per nascita.
  • avere tutti i propri diritti civili e politici e non essere condannati per crimini spregevoli.
  • non essere sposato con uno straniero.
  • risiedere nei territori siriani per non meno di 10 anni consecutivi quando si presenta alle elezioni.
  • non avere una nazionalità diversa da quella della Repubblica Araba Siriana.
  • non essere privato del diritto di voto.

Ulteriori requisiti di ammissibilità nella Costituzione includono:

  • La religione del presidente è l’Islam (articolo 3)
  • Il presidente non può portare un’altra nazionalità (articolo 152)

Queste normative già mostrano controsensi, lacune, e concetti ben distanti dalla democrazia, soprattutto se si considera in che contesto si sono svolte le elezioni. Concentrandosi sui requisiti richiesti per diventare un candidato si notano subito delle regole incomprensibili. Le incongruenze più eclatanti sono essenzialmente due: ”Non essere condannati per crimini spregevoli” e ”Risiedere nei territori siriani per non meno di 10 anni consecutivi quando si presenta alle elezioni”. Al di là di altre diciture opinabili, queste rappresentano più delle altre una forte tendenza anti-democratica anche se velata da una apparente ragionevolezza.

La prima dicitura dimezza, e di molto, i possibili oppositori politici, visto che il governo Assad negli anni ha fatto volare sentenze e punizioni verso tutti coloro provassero ad opporsi. In secondo luogo, se per candidarsi era necessario ”Risiedere nei territori siriani per non meno di 10 anni consecutivi”, basta fare dei conti molto semplici per accorgersi dell’assurdità della regola. La guerra civile, iniziata nel 2011, ha costretto molte figure dell’opposizione ad andare in esilio, quindi ad essere impossibilitate a candidarsi.

Come riprova della ”irregolarità” di queste elezioni, ci sono le pesanti critiche all’unisono dei paesi occidentali. I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti hanno pubblicato un comunicato congiunto prima delle elezioni in cui le definivano illegittime e dicevano che non sarebbero state né libere né regolari senza la supervisione delle Nazioni Unite. Come infatti, le elezioni si sono svolte senza controlli, supervisioni e democrazia.

I dati elettorali fanno da titoli di coda: 78% circa di affluenza (numero assurdo se si ripensa alla divisione del territorio, alle difficoltà economiche ed alla guerra in corso). I due rivali di Assad, Abdullah Salloum Abdullah e Mahmoud Ahmad Marie, molto poco conosciuti e inseriti tra i candidati solo per dare una parvenza di legittimità al voto, hanno ottenuto rispettivamente l’1,5% e il 3,3% dei voti. Assad rimane saldo a Damasco con un incredibile, quanto inverosimile, plebiscito del 95%.

Il futuro della democrazia in Siria

Le elezioni in Siria non sono democratiche, e non è democratico il governo di Assad. Il paese verte in una situazione ancora drammatica sotto molti aspetti, allo scoccare del decimo anno di guerra civile, senza che si veda uno spiraglio di luce. Ad ostacolare le premesse da cui dovrebbe ripartire un paese falcidiato dai problemi, ovvero dalla democrazia, dalla volontà e scelta dei cittadini, dalla possibilità del confronto, si trova un regime violento e corrotto.
In questo caso, ma non solo, valgono molto più della democrazia gli interessi geopolitici e le mosse sullo scacchiere internazionale.

Finché Assad resterà al potere in Siria, la possibilità di vedere la fine dell’incubo per la popolazione si assottigliano sempre di più. Finché le potenze straniere sosterranno militarmente le fazioni della guerra civile, continueranno i morti e la distruzione. Finché il popolo siriano non potrà votare regolarmente e non ci sarà reale democrazia, non ci sarà libertà.


Greenpeace

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