Paradisi Fiscali: sovranità offshore ed economia criminale
Paradisi Fiscali (kahntaxlaw.com)

I paradisi fiscali sono organismi politici sovrani che si sviluppano offshore e concentrano circa la metà delle riserve mondiali di denaro. Tale denaro s’accresce senza alcun ostacolo, dal momento che è contabilizzato senza regolamentazioni, senza supervisione bancaria, senza controllo borsistico, senza fisco. Con l’ausilio di queste «sovranità offshore» s’alimentano fortune monetarie sospette e fusioni societarie ambigue, i cui effetti negativi si ripercuotono direttamente sugli Stati cosiddetti democratici.

Le istituzioni pubbliche hanno perso la loro influenza sul corso degli eventi: avviene quindi un trasferimento di sovranità dagli Stati alle istituzioni finanziarie internazionali protette da segreto bancario e compagnie assicurative, e sono al di là della politica formale e del diritto. I capitali esulano dai contesti strettamente nazionali e si concentrano a un livello superiore, ovvero un mercato speculativo detassato e anonimo.

Dunque i paradisi fiscali permettono loro d’esercitare un peso decisivo sul corso reale degli eventi senza dover rispondere ad alcun principio democratico. Le fughe del capitale valutario recano vantaggi finanziari ma soprattutto politici, consentono il finanziamento di lobby e politici, attraverso i quali è estremamente facile dominare gli Stati di diritto e gestire al di fuori della legge le politiche offshore private.

I paradisi fiscali, in buona sintesi, rispecchiano le parole di K. Marx: «La circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, poiché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento del capitale è senza misura».

Paradisi fiscali e circolazione del denaro

Gli organismi pubblici prendono in prestito i capitali da coloro che li detengono anziché tassarli; quindi gli Stati si presentano come debitori al cospetto della classe finanziaria, e in tal caso il creditore si trova nella posizione di imporre al debitore una redditività massima sul denaro prestato. Lo Stato, legittimando questi metodi di sfruttamento finanziario, fa sì che il sistema tributario risparmi il capitale e colpisca esclusivamente con imposte indirette su reddito e consumo i lavoratori salariati e i piccoli consumatori.

S’innesca un circolo vizioso: lo Stato è oppresso dall’insostenibilità del debito, non tutela i salari e i diritti della manodopera nazionale, quest’ultima inoltre è soggetta alle costanti delocalizzazioni industriali, ai subappalti internazionali e all’automazione del lavoro, di conseguenza l’ente statale si limita a deregolamentare l’economia per attirare i «capitali nomadi».

Dunque, il libero scambio ridefinisce esclusivamente lo spazio globale in cui i capitali possono circolare senza regole. L’economia dipende in ogni suo aspetto dai capitali speculativi, perché la deregulation generale rende permanente l’instabilità: lo Stato è economicamente dipendente dal mercato finanziario e i paradisi fiscali radicalizzano questa logica, poiché il capitale internazionale vi trova un riparo sicuro e non controllato.

Conti Offshore

I principali paradisi fiscali sono situati nei principati europei, in micro-stati e in alcune città (Lussemburgo, Monaco, Liechtenstein, Svizzera, San Marino, Bahamas, Hong Kong, Panama, Singapore, Irlanda, Isole Cayman, Andorra, la City di Londra, il Delaware negli USA) e sono perfetti per l’autonomia del capitale internazionale. La globalizzazione finanziaria ha creato degli «Stati del denaro» in cui i conti offshore sono punti ciechi dove smaltire fondi di varia origine e confondere qualsiasi possibile indagine giudiziaria.

Trattare il problema dei conti offshore unicamente in termini di evasione fiscale è limitativo, giacché frodare il fisco non si riduce a una riduzione dei costi, bensì consiste nell’influenzare e danneggiare le istituzioni pubbliche, col fine di costituire nuove sfere occulte di potere. Oltretutto gli Stati di diritto sono fortemente coinvolti nel processo di extragiuridizzazione della finanza globale; infatti si pongono come intermediari atti a valorizzare sul mercato globale le risorse di cui il territorio è ricco, le infrastrutture edificate perché possano essere saccheggiate e a ridurre i costi tramite precarizzazione lavorativa e scarsa tutela ambientale. La governance politica si cura esclusivamente del «diritto regale della finanza», ovvero alla difesa delle disposizioni che consentono d’offrire al capitale i suoi preziosi servizi in nome del profitto.

Economia Criminale

Lo sviluppo di questa «sovranità offshore» finanziaria senza obblighi nei confronti dello Stato di diritto è una panacea per la criminalità organizzata. L’universo senza leggi della finanza permette una crescita esponenziale su scala globale delle attività illecite; i paradisi fiscali sono dei veri e propri rifugi criminali dove mimetizzare il denaro sporco, offrendo la discrezione e i servizi necessari per trasformare i fondi illeciti negli utili tanto bramati dalle economie di mercato.

Gli Stati che cercano d’attirare i capitali degli investitori stranieri non possono indagare sulla effettiva legalità o illegalità di tali fondi. Spesso questi capitali provengono dai circuiti economici dei Narco-Stati sudamericani, delle dittature militari africane o della Yakuza giapponese. Dunque, è evidente che gli introiti del crimine sono in gran parte reinvestiti nel mercato economico tradizionale e s’impongono come fondi le cui origini non sono tracciabili.

Nulla ormai consente di distinguere con certezza i fondi originati dal traffico d’armi da quelli dello sfruttamento minerario, i frutti della corruzione politica da quelli della vendita di carburante. Il denaro circola attraverso mille ramificazioni in ogni anfratto: il denaro pulito finanzia attività illecite e le attività criminali sostengono lo sviluppo di economie di mercato formalmente regolamentate dagli Stati di diritto. L’economia criminale oscilla tra il legale e l’opaco, senza margine di distinzione.

Circa la metà dello stock mondiale di denaro mondiale transita o risiede nei paradisi fiscali; tali transazioni sono calcolate in teradollari (un teradollaro corrisponde a 1.000.000.000.000,00 di dollari). Il bilancio criminale che consiste nel traffico di droga, di armi, di esseri umani, di organi, prostituzione, trattamento dei rifiuti, riciclaggio di denaro e altri svariati racket, si attesterebbe annualmente intorno a 1,5 teradollari, ovvero circa il 5% del PIL mondiale. Il Boston Consulting Group stima che nei paradisi fiscali sia depositato un patrimonio privato intorno ai 38 teradollari più altri fondi depositati dalle multinazionali e dai capi di Stato corrotti. Cifre folli d’un capitalismo clandestino.

L’attività criminale, la deregolamentazione della circolazione di capitali e la quasi totale soppressione delle attività di controllo degli scambi nel contesto finanziario internazionale concorrono alla crescita mostruosa del potere offshore. La finanza occulta ha le medesime sembianze di quella autorizzata, giacché condividono gli stessi circuiti e rispondono alle stesse esigenze di solvibilità e di credito.

Sovranità finanziaria

Oltre ai paradisi bancari, fiscali e giudiziari, numerose altre attività industriali e produttive si sono sviluppate offshore in zone e porti «franchi» che garantiscono impunità, noncuranza e negligenza ambientale. Sotto le mentite spoglie dello sviluppo economico si celano i grandi profitti di investitori e industriali.

Il termine «democrazia» si comprime e riduce, secondo la visione dei predatori economici, all’esistenza d’istituzioni legali che garantiscano diritti di proprietà e diritto agli affari. Infatti l’architettura della finanza sancisce un rapporto triangolare tra Stati imperialisti, Stati del Sud del mondo sottomessi e i paradisi fiscali, dove s’annidano le plusvalenze. Gli interessi offshore dominano questo rapporto. Le società d’estrazione del Nord si prodigano nel Sud, attraverso giurisdizioni di comodo, nel predare risorse: contratti fraudolenti, corruzione, saccheggi, espropriazioni violente, collusioni con mercenari e tiranni, sfruttamento di manodopera e ambientale.

La fuoriuscita illecita di capitali dall’Africa ammonta a 30 miliardi di dollari all’anno. 124 miliardi di dollari sono i mancati guadagni annuali dei Paesi in via di sviluppo a causa delle attività offshore, con cui sarebbe stato possibile finanziarie servizi statali pubblici. Questa macchinazione prevale nel settore minerario, energetico e agroalimentare. Il colonialismo finanziario fa sì che le attività ad alto impatto tecnologico che richiedono risorse umane qualificate vengano svolte prevalentemente al Nord, mentre quelle inquinanti o a elevata manovalanza sottopagata vengano trasferite al Sud.

La finanza è ormai sovrana. Banche e fondi d’investimento, multinazionali, criminalità organizzata ed élite politiche utilizzano o ignorano a piacimento lo Stato di diritto. Questa sovranità si distingue da quella statale per il fatto di non aver nessun vincolo né alcun tipo di relazione con il popolo. Quindi gli Stati non sono i guardiani del diritto in quanto principio politico, ma s’offrono al servizio del diritto piegato agli interessi finanziari occulti. Un diritto continua a esistere, ma i vincoli che impone s’applicano alle maggioranze che non hanno accesso ai paradisi fiscali. Nessuna legge può condannare la «sovranità offshore» e inoltre gli viene garantito, su un piano strettamente legale, il diritto all’accumulazione illimitata di ricchezze.

La cancrena offshore non è risolvibile con qualche aggiustamento tecnico, è necessario un risveglio di coscienza popolare per riappropriarsi della sovranità pubblica che contrasti questi rapporti di forza iniqui che sanciscono immunità a un sistema economico criminale. La lotta è tra popolazioni imprigionate momentaneamente in una totale irrilevanza politica e un potere proteiforme e fagocitario che dissemina disuguaglianza e distruzione. Nessuna opposizione è vana. Nessuna lotta è perdente in partenza. L’impero finanziario non è eterno.

Gianmario Sabini

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