Monnezza rifiuti ecomafia
“La società umana sostiene se stessa trasformando la natura in immondizia.”

All’inizio del 1992 Nunzio Perrella, fratello del boss Mario Perrella, decise di diventare collaboratore di giustizia. Di fronte ai magistrati di Napoli, interrogato sui rapporti con altri clan per quanto riguardava il controllo del territorio e dei traffici di droga, si espresse con la frase: «Dottore, ma quale droga. La monnezza è oro». Il pentito Perrella intendeva spiegare che l’affare dell’illegale traffico di rifiuti di ogni tipo (urbani, ospedalieri, chimici, tossico-nocivi e radioattivi) faceva più utili del traffico internazionale di stupefacenti ed esponeva chi lo gestiva a minori rischi di natura penale, poiché i reati connessi alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento illegali dei rifiuti sono puniti, al massimo, con pochi mesi di arresto e, quasi sempre, sono soggetti a prescrizione. Nacque l’ecomafia.

Le rotte del traffico illegale dei rifiuti si dipanano sull’asse Nord-Sud in direzione del Mezzogiorno, dove vengono smaltite centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti di ogni specie in discariche prevalentemente non autorizzate − cave, specchi d’acqua, grosse buche scavate in fondi anche agricoli sulle quali, una volte ricoperte, vengono piantate molto spesso colture o anche costruiti degli edifici. I rischi modesti connessi a tale pratica illegale e le garanzie di omertà assicurate dai trasportatori e dagli smaltitori hanno, purtroppo, reso l’affare appetibile anche per imprese legali di medie e grosse dimensioni che affidano, con sempre maggiore frequenza, i loro rifiuti a soggetti legati alla criminalità organizzata.

Centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti transitano sulla rotta interna, dal Nord Italia alla Campania, con il sistema del giro bolla, che falsifica sulla documentazione la vera natura del rifiuto.  La tecnica è semplice: il rifiuto viene prelevato dal produttore e trasferito presso un centro di stoccaggio, dove viene falsificata la bolla mascherando il produttore originario. Oltre la bolla, anche il formulario, che ne descrive la tipologia ed è necessario per legge, viene modificato declassificando il rifiuto da pericoloso a non pericoloso, senza sottoporlo così a nessun reale trattamento che ne diminuisca la tossicità. Lo scopo è di renderlo non riconducibile al vero produttore del rifiuto, che paga profumatamente per essere estromesso dalle eventuali responsabilità fiscali, ed anche di ordine penale.

In alcuni casi, viene eluso persino il transito nei centri di stoccaggio perché l’organizzazione criminale provvede a recapitare le false bolle di accompagnamento direttamente agli autisti degli automezzi in movimento. Quindi, il camion parte vuoto ma con a bordo le bolle false, va dal produttore, prende in carico il rifiuto pericoloso e le bolle vere, ma queste ultime finiscono subito per essere distrutte.

In seguito s’è affiancata una nuova tecnica, completamente diversa, ribattezzata da alcuni magistrati “teoria del codice prevalente” che permette di attribuire a una partita di rifiuti diversi, quindi con codici CER (Codice Europeo del Rifiuto) differenti, il codice CER di quel rifiuto non pericoloso che, quantitativamente, è maggiormente presente all’interno della miscela, camuffando i restanti rifiuti tossici. Queste pericolose miscele sono state addirittura rivendute come fertilizzanti per terreni. Per quanto riguarda le masse di monnezza smaltita illegalmente, si tratta di cifre espresse in milioni di tonnellate. Tutti rifiuti pericolosi: dalle polveri d’abbattimento, fumi delle industrie siderurgiche e metallurgiche alle ceneri da combustione; dalle morchie oleose e di verniciatura, alle pitture, alle vernici di scarto, ai solventi, ma anche fanghi da trattamento, acque reflue industriali, inchiostro di scarto, melme acide, fanghi di potabilizzazione e chiarificazione delle acque, scorie di fonderie.

Legambiente stima, sulla base dei prezzi di mercato, ma anche di quelli appurati dalla magistratura, un fatturato dell’ecomafia complessivo nel ventennio 1995-2015 pari a 57,9 miliardi di euro. La monnezza è oro.

Il principio di base dell’ecomafia è semplice: guadagni unitari bassi e fatturato basato su quantitativi alti. Un principio di concorrenza sul prezzo unitario. In assenza di costosi trattamenti per rendere meno pericolosi i rifiuti tossici − visto che basta abbandonarli sul territorio − la criminalità ecologica riesce a contendere il mercato legale alle altre aziende, quelle svincolate dai clan, che scelgono di operare nella legalità. Quando si tratta di rifiuti provenienti da privati, il prezzo complessivo dello smaltimento si riduce fino alla metà di quello di mercato, distruggendo quindi ogni tipo di concorrenza. Se invece si tratta di rifiuti solidi urbani, il prezzo di smaltimento lievita − tanto a pagare è lo Stato − con conseguente danno all’erario, senza considerare il danno proveniente dall’evasione fiscale della cosiddetta ecotassa.

Questo è il guadagno dell’ecomafia sulla monnezza. E non è solo a discapito delle entrate dello Stato. C’è anche un altro prezzo, che si sta pagando quotidianamente. Il prezzo della contaminazione del terreno, delle falde acquifere, dell’aria e dell’uomo stesso. I dati in Campania dell’Osservatorio Epidemiologico, relativi all’ultimo decennio, sono allarmanti. Le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte: 55% della mortalità per gli uomini, il 60% per le donne. Negli ultimi dieci anni tale causa di morte si è sempre mantenuta su livelli più elevati rispetto alla media italiana e del Mezzogiorno. Negli stessi anni, i tumori sono diventati la seconda causa di morte: 40% della mortalità per gli uomini, il 28% per le donne.

Considerando quindi i fattori ambientali di contaminazione sommati a stili di vita non proprio salubri − ad esempio, si pensi all’incidenza dei tumori al polmone sui fumatori − il numero di morti resta immane. Troppo elevato di fronte alla non eccessiva industrializzazione della regione. Troppo elevato per essere naturale. Statisticamente, le insorgenze tumorali sono connesse a determinate sostanze, riconosciute come agenti cancerogeni primari. Gli idrocarburi e le diossine, in quanto da sole possono provocare un tumore. Per crescere e affermarsi hanno bisogno però di altre sostanze, dette co-carcinogene, come le mitrosamine o il nickel.

Queste sostanze sono state ritrovate nelle discariche abusive in Campania e in Calabria: sviluppatisi tra morchie oleose e fanghi industriali, tra sversamenti chimici nelle discariche campane e rifiuti solidi urbani stessi che, se non trattati, possono diventare allo stesso modo molto pericolosi. Per non parlare degli incendi della Terra dei Fuochi, di tutti i prodotti di combustione che liberano nell’aria e delle micidiali ceneri. La monnezza è morte. Disastri ecologici e biocidio.

Le regioni del Sud Italia sono in ritardo nell’adozione di un nuovo piano per i rifiuti che non si basi sul ciclo, ormai obsoleto, di raccolta e sversamento. L’emergenza rifiuti permette di varare piani con cui s’affida l’intero ciclo dei rifiuti a imprese private, riducendo gradualmente la funzione di controllo istituzionale. E, in virtù dello stato emergenziale, mutano continuamente le valutazioni di impatto ambientale e i pareri tecnici sulla compatibilità ambientale dei rifiuti variano in funzione degli intenti malavitosi.

Con il ciclo della monnezza nelle mani dei privati, dal momento che l’individuazione delle discariche spettano alle aziende, iniziano subito le speculazioni su terreni (speculazione edilizia). La diversificazione del profitto fa sì che i terreni – spesso di proprietà dei clan mafiosi – vengano comprati a prezzi folli dalle società appaltatrici – spesso infiltrate – pesando sul bilancio del commissariamento.

La rete clientelare passa per gli affari, gli affari passano per la concessione di servizi pubblici ai privati, gli imprenditori amici ricevono denaro, che intanto assumono personale, bacino di voti per il politico connivente di turno. Tanto, nel caso della monnezza, e non solo, a pagare sono i contribuenti con denaro e salute.

È necessario combattere l’ecomafia, l’indifferenza e la logica avvelenata del profitto.

Ricordando le parole di Capo Seattle:

«L’uomo non ha tessuto la rete della vita, ne è soltanto un filo. Qualsiasi cosa farà alla Terra lo farà a se stesso».

 

Gianmario Sabini

 

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Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano, peccato c'abbia pensato già T. S. Eliot a scrivere "Waste Land", sono giunto con ispirazione tardiva. Sono un ramingo laureatosi in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro in particolar modo Nietzsche e Marx, e amo anche le percussioni, un po' meno il metronomo. Comunque l'oggetto di studio che più mi affascina e terrorizza, al contempo, è l'essere umano; ma voi lettori potete star tranquilli, cercherò di non influenzarvi con i miei disagi esistenziali. Ma qualora qualcuno di voi volesse incontrarmi, mi troverebbe a casa seduto, fumando la pipa e sorseggiando un buon scotch oppure, per vostra fortuna, potrei essermi semplicemente perso. ''Je est un autre''…

2 COMMENTI

    • Grazie mille, Marilena. Sicuramente avremmo entrambi preferito una realtà differente. Ora non ci resta che modificarla, ne vale la nostra esistenza e quella di chi ci succederà. Un abbraccio!

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