Come si è arrivati ad assaltare il Congresso degli Stati Uniti?
Fonte Immagine RAI News

Il 6 gennaio migliaia di sostenitori di Donald Trump, alcuni dei quali armati, si sono dati appuntamento davanti al Campidoglio, sede del Congresso degli Stati Uniti (l’equivalente del nostro Parlamento) e l’hanno assaltato. L’obiettivo era interrompere il passaggio, burocratico più che formale, della ratifica della vittoria di Joe Biden, che ha sconfitto il Tycoon alle elezioni presidenziali del 3 novembre scorso. La seduta è stata sospesa fino a che, dopo circa tre ore, i rivoltosi non sono stati tutti allontanati. Secondo fonti della polizia, i morti sarebbero quattro mentre i feriti tredici, soprattutto tra le forze dell’ordine.

L’episodio è il culmine di una violenta campagna post-elettorale, condotta da Donald Trump, che ha martellato a lungo, e continua ancora a farlo, sull’assunto non provato per cui le elezioni siano state truccate e che, di conseguenza, Joe Biden non sia il vero vincitore. La sua propaganda social quotidiana ha generato la condivisione di numerose teorie del complotto che hanno reso il suo elettorato più scettico, più radicalizzato e fidelizzato e al contempo più pericoloso e disposto a tutto pur di supportare il suo paladino. E non conta che il Tycoon abbia presentato almeno 60 ricorsi – di cui uno alla Corte Suprema – per presunti brogli elettorali e che li abbia persi tutti per insufficienza di prove.

Nonostante tutto ciò possa far credere il contrario, l’elezione di un Presidente profondamente atipico per la politica americana (e tutto ciò che è accaduto in quattro anni di mandato), non è stata la causa scatenante dell’attacco al Congresso degli Stati Uniti. O meglio, la responsabilità di quanto è successo non è solamente figlia di un’amministrazione che, per quanto sia stata violenta e imprevedibile, era semplicemente la naturale conseguenza di un lento declino politico, istituzionale e sociale del paese.

Gli Stati Uniti e un “sistema inceppato”

Il modello Washington è contraddistinto dalla divisione netta e chiara del potere tra presidente e Congresso. Con la divisione dei poteri un parlamento teoricamente non può interferire nella sfera dell’esecutivo e, viceversa, un presidente non può sciogliere il parlamento.

Questo non significa che il presidente americano sia indifferente al fatto di poter contare o no sul sostegno del Congresso. Anzi, “più abbiamo una struttura che divide i poteri più c’è bisogno di un governo unito“. Per 150 anni questa è stata la pratica del sistema politico degli Stati Uniti. Tuttavia il sistema americano attuale pare spaccato e antagonisticamente scisso: i governi divisi sono diventati la regola e le due maggiori componenti partitiche fanno di tutto per ostruire l’esercizio della democrazia da parte dell’avversario e la conseguente realizzazione del programma politico. E dato che il potere legislativo è in mano al parlamento, il presidente ha le mani legate e va avanti per inerzia.

Un presidente immobile, un Parlamento ostile e una paralisi istituzionale. Come sbloccare un sistema che si inceppa di continuo? Non facendo politica. I tre fattori per sbloccare un governo diviso passano tutti per l’indisciplina dei partiti, cioè per la rinuncia ai propri principi ideologici per trovare un accordo, dunque dei partiti strutturalmente deboli, e una serie di scambi clientelari (pork-barrel). Non proprio soluzioni istituzionalmente gratificanti.

A causa dei numerosi episodi di governo diviso, si assiste a una crescente frammentazione localistica del partito americano e a un Congresso in cui le maggioranze diventano effimere e volatili. Per queste ragioni per un presidente è diventato difficile fidarsi anche del suo partito. Per il parlamentare la preoccupazione predominante è essere rieletto, dunque, quanto la sua attività sia gradita al collegio da cui proviene. L’interesse nazionale è secondario.

Sicuramente i Padri fondatori degli Stati Uniti non avevano previsto una degenerazione di questa portata, poiché concepivano il compromesso come qualcosa di positivo e necessario. A un certo punto, però, qualcosa in questo sistema si è inceppato. Fino a quando le due parti possono trattare, il compromesso è sempre raggiungibile, ma se le parti si radicalizzano, il compromesso diventa difficile. Può il sistema politico degli Stati Uniti, a questo punto, continuare a reggersi su un anacronistico perseguimento della concordia, senza prevedere altre soluzioni?

La radicalizzazione politica

La radicalizzazione della politica americana non è figlia di questo secolo. Nel giugno del 1978 ad Atlanta, in Georgia, un candidato al Congresso di nome Newt Gingrich tenne un comizio ai ragazzi dell’università iscritti al Partito Repubblicano. L’abile oratore aveva provato a farsi eleggere per due volte senza successo, forse perché i suoi discorsi erano carichi di idee radicali e violente. Quando riuscì a farsi eleggere, queste idee («i giovani repubblicani dovrebbero scatenare l’inferno») le portò all’interno di un partito distrutto dallo scandalo Watergate e bisognoso di una politica di rilancio. Se i colleghi di Gingrich erano preoccupati di non fare troppo rumore, il giovane repubblicano della Pennsylvania aveva le idee chiare: i compromessi non vanno favoriti ma sabotati.

E sabotare i compromessi significa aumentare la sfiducia reciproca, rendere il Congresso inservibile, bloccare le leggi e dare la colpa agli altri, sfruttare i media per alzare il livello dello scontro dialettico. Insomma, per sabotare il compromesso bisognava diventare “populisti“. Le idee di Gingrich vennero inizialmente ignorate dalla vecchia guardia, la quale si limitò a considerare il deputato come una meteora. Così facendo, i repubblicani gli diedero l’occasione di muoversi liberamente e di scagliarsi anche contro di loro, accusati di essere “anti-americani e corrotti”.

Non c’era nessun interesse legislativo nell’attività di Gingrich, i suoi disertavano il più possibile il Congresso per poi farsi riprendere dalle telecamere mentre tenevano discorsi offensivi in aule vuote (e che finivano in televisione). Agli elettori repubblicani, l’atteggiamento combattivo di Newt Gingrich cominciò a piacere.

Inizialmente i democratici rimasero spiazzati da questo nuovo modo di fare politica, ma ben presto vi si abituarono e cominciarono a candidare deputati e senatori di “pari livello”. La politica cominciò a farsi sporca. Da un lato e dall’altro i due partiti si lanciavano accuse diffamatorie, facendo ostruzionismo e arrivando, nel 1992, a favorire un pretestuoso “shutdown” generale che lasciò quasi un milione di americani senza stipendio. Fu il punto più alto della carriera di Gingrich, il quale, dopo un fallito impeachment nei confronti di Bill Clinton si dimise dal Partito.

La storia di Newt Gingrich è esemplificativa di tutti i cambiamenti intercorsi nella politica americana nel corso degli anni ’70 e ’80. Sicuramente il deputato della Pennsylvania diede una grande mano portando in politica gli insulti, gli attacchi personali, l’avvelenamento dei pozzi e una radicalizzazione per cui l’Occidente paga ancora le conseguenze, ma la politica del Paese aveva già iniziato a cambiare prima di lui.

Dalla legge contro la segregazione razziale alle riforme sanitarie che consolidarono la presenza dei democratici nelle grandi città, passando per il malcontento dei bianchi e dei sostenitori del federalismo o della teoria dello “stato minimo”. I cambiamenti intercorsi negli anni Sessanta negli Stati Uniti hanno creato del disagio che qualcuno è riuscito a sfruttare. E la politica non è l’unica responsabile, ci sono anche i media.

Negli anni ’90 le televisioni americane si contendevano il dominio della rete, con la CNN a farla da padrone. Secondo alcuni magnati televisivi il primo canale americano era troppo sbilanciato a favore dei democratici, dunque bisognava fare qualcosa. Così nacque un canale a cui non interessava dare notizie, bensì crearle oppure montare scandali su qualsiasi argomento, con opinioni e inchieste condotte con un modo di fare violento e pretestuoso. Così nasce Fox News, canale televisivo americano che ha plasmato numerose generazioni di conservatori repubblicani, offrendo un bacino non indifferente di voti al partito.

Un elettorato radicalizzato elegge politici radicalizzati. Non è difficile immaginare che con l’avvento dei social network e meccanismi che mostrano agli utenti ciò che vogliono guardare, la situazione sia peggiorata. In più le divisioni sociali maturate nel corso degli anni, la crisi del 2008 che le ha acuite, l’immigrazione latinoamericana che spaventa i “bianchi” e l’avvento dei social media manager che studiano le tendenze del giorno e le portano in politica, hanno completato il quadro di un Paese in cui la politica non risolve i problemi, li sfrutta.

Il resto è già storia ed è sotto gli occhi di tutti. In uno scenario del genere la vittoria di Donald Trump appare una naturale conseguenza di tutto ciò. La ricerca di un outsider, lontano dai palazzi e la cui immagine non è associata alla politica bensì al successo televisivo e imprenditoriale.

Quella statunitense è una società restia ai cambiamenti ma che si sta trasformando inesorabilmente. Dipende come, però. Le teorie del complotto, il sensazionalismo e le fake news hanno plasmato una parte consistente dell’elettorato repubblicano, il quale non si accontenta più di compromessi. L’assalto a Capitol Hill rappresenta una delle tante pulsioni che decenni di cattiva politica hanno favorito e che ora non si riesce più a controllare. Quanto ancora riuscirà a resistere il sistema americano non è dato saperlo. Si spera soltanto che una soluzione meno divisiva e più conciliante possa servire a calmare le acque e a respingere pulsioni autoritarie.

Donatello D’Andrea

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