Vincent van Gogh, «Studi sui contadini»: miseria e dignità del lavoro
Vincent van Gogh - I mangiatori di patate (Wikipedia)

Vincent van Gogh è sempre stato attratto dalla vita contadina, soprattutto dai valori umani e morali che questa incarna. Nei suoi «Studi sui contadini» e in altre opere, ha dipinto il lavoro che si svolge nei vasti spazi della campagna, nelle miniere, nei laboratori artigianali, sulle barche dei pescatori, e persino tra le mura domestiche. Ha ritratto i mestieri, le movenze e l’estenuante fatica d’intere classi sociali; ha cercato di rappresentare la miseria di chi dal proprio lavoro riesce a ricavare a malapena il sostentamento per vivere. L’arte del pittore olandese si situa nella costante ricerca estetica d’una verità spirituale e pone in evidenza la dignità umana dei lavoratori e delle lavoratrici.

La pittura di van Gogh è un’epopea degli «ultimi»:

van Gogh, Le scarpe (Ai lati dell’ARTE)

V. van Gogh tra realismo e post-impressionismo

La seconda metà dell’800 è un periodo attraversato da enormi e molteplici stravolgimenti sociali e ambientali che, di conseguenza, si sono riflessi inevitabilmente nell’ambito artistico. In particolar modo si nota nell’arte il contrasto tra città e campagna, tra la frenetica industrializzazione e la frugale vita rurale, tra la terrificante e alienante modernità e l’irenicità e l’autenticità della natura. Tale conflitto è visibile in particolar modo nelle correnti artistiche del realismo e del post-impressionismo (termine coniato dal critico inglese R. Fry).

Il realismo tende a rappresentare fedelmente e impetuosamente la realtà ottocentesca, ossia la vera condizione di vita delle classi lavoratrici senza mascherare i reali problemi sociali. Gli esponenti maggiori sono Millet, Breton, Daumier, Delacroix e Courbet, e il loro obiettivo culturale e ideologico è quello di descrivere – attraverso l’arte – le tremende sofferenze dei subalterni che sono imputabili agli spietati interessi della classe borghese. Dunque, il realismo  soprattutto in Francia  è la rappresentazione della realtà come denuncia della società.

V. van Gogh – approdato a Parigi nel 1875 – viene fortemente influenzato dal giapponismo (ukiyo-e) e dalla corrente realista, in particolar modo da Jean-François Millet, ovvero il suo «padre spirituale». Il pittore francese traspone su tela gli ideali, la moralità e la durezza della vita rurale, infatti le sue opere sono dei ritratti vividi della civiltà contadina. V. van Gogh già affascinato dai lavoratori agricoli della sua terra natìa, sviluppa attraverso le affinità con il realismo la sua evocazione poetico-pittorica della vita contadina. Dal 1883 al 1885, durante la sua permanenza a Nuenen, i contadini idealizzati da Millet divengono nelle opere di van Gogh dei volti angosciosi, corrosi dall’ansia e dalla stanchezza, stravolti persino nelle fattezze. I colori nei quadri dell’artista olandese irrompono con irrequietezza e disperazione allontanandosi con ciò dalle influenze «classiche» del realismo. Il crudo splendore rappresentato sorge da altre origini: nel tormentato van Gogh v’è una dimensione universale, una sete d’assoluto e un’abissale drammaticità.

Il pittore olandese infrange i canoni del realismo e dell’impressionismo, in preda alla sua follia mistica non si limita a descrivere la realtà oggettivandola bensì s’addentra convulsamente nei territori oscuri dell’esistenza e proietta il proprio febbrile disagio e la propria percezione allucinatoria nelle sue opere, materializzando così una realtà terribilmente autentica. Il suo pathos è l’espressione di una viscerale e rara umanità che apre un varco – attraverso sferzanti pennellate di colori frammentati e vorticosi – all’eterno istante della vita.

Nonostante il post-impressionismo non sia identificabile come un vero e proprio stile pittorico, stabilisce la crisi del linguaggio pittorico dell’impressionismo. L’arte con Cézanne, Gauguin, Seurat e van Gogh si pone unicamente la finalità di mettere in contatto l’artista e lo spettatore utilizzando la forma, ch’è essa stessa realtà, senza porsi più il problema della riproduzione della realtà visibile.

Il bello scompare a favore di una verità raccapricciante.

La civiltà contadina nello sguardo del pittore olandese

La pittura dell’artista olandese guarda alla dignità del lavoro degli «ultimi» e alla bellezza estetica e spirituale della natura. Egli raffigura scrupolosamente e con acuta valenza espressiva gli sguardi infossati, i volti segnati dalle rughe, le mani avvizzite, le espressioni rattristate e rassegnate, abiti e corpi consunti da una atavica fatica d’una civiltà contadina. Lo sguardo che van Gogh rivolge al mondo contadino riproduce su tela il loro essere ancorati alla terra, la loro vita di dignitosa povertà e di oneste fatiche quotidiane, il loro profondo legame con la natura nella sua organicità. Nella sua arte il lavoro contadino assume un significato etico-religioso.

van Gogh, Contadina: Ritratto di Giordina de Groot (Frammentiarte)

Per via della sua educazione di stampo protestante scruta nel duro lavoro un segno evidente della grazia divina. Tramite lo sguardo inquieto cerca le proprie radici spirituali nell’arcaico e millenario lavoro nei campi, e tale sensibilità lo contraddistingue particolarmente nel momento in cui ritrae le dimore spartane dei contadini, raffigurate con una certa sacralità. Infatti pone molta accuratezza verso la semplicità e la ritualità della gestualità contadina: testimonianza di miseria economica e di dignità umana.

van Gogh, Due contadini da scavo (alamy)

Da parte dell’artista olandese non c’è alcun interesse ideologico nei riguardi della vita rurale, piuttosto v’è un’affinità elettiva, ovvero una sintonia umana con la ciclicità naturale di quella realtà scandita da semine, arature e raccolte. La sua dolorosa empatia verso la condizione sociale dei contadini è stato un ulteriore stimolo per il compimento delle sue opere. Cerca spasmodicamente di rappresentare l’essenza della vita dei contadini a tal punto da vivere quella medesima miseria esistenziale.

L’anima solitaria di van Gogh si sublima nelle sue tele, che incarnano il compimento catartico di un urlo silenzioso verso una società ipocrita e indifferente, e sono la figurazione d’un mondo ridotto al suo stato più brutale, fragile ed emarginato.

Egli stesso dice: «I quadri devono essere fatti con la volontà, col sentimento, con la compassione e con l’amore, non con i sofismi di quei conoscitori che oggi si riempiono la bocca con la parola “tecnica”.[…] La cosa che più desidero è di poter fare proprio quelle manchevolezze, quelle deviazioni, quelle aberrazioni e varianti della realtà, di modo che divengano, sì diciamolo pure, delle falsità, ma più vere della verità letterale».

L’opera d’arte nella sua forma inerte è considerabile come il sintomo d’una realtà più vasta che si sostituisce a essa come sua verità ultima. L’immedesimazione totale del pittore con la civiltà contadina lo ha condotto a trasformare violentemente quella grigia realtà con l’intento di creare un mondo utopico dei sensi.

van Gogh, Seminatore al tramonto (ADO)

Il suo è un richiamo alla dignità dell’uomo e della terra. L’arte del geniale e folle van Gogh ci trascina con forza verso una sconvolgente percezione del simbolico e dunque della vita stessa.

van Gogh (Arte.it)

Citando Foucault: «Dall’uomo all’uomo vero, il cammino passa attraverso l’uomo folle».

Gianmario Sabini

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