Nietzsche, ultimo uomo, Dio, la memoria storica e l’oblio
''Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila.'' G. Bruno

La memoria del tempo che fu è indubbiamente un aspetto fondamentale per l’uomo ma l’attuale tendenza a isolare e idolatrare le singole virtù, non sempre bastevoli per se stesse, e l’altra tendenza a percepire la storia come una sequela di fatti puramente cronologici e insensati, e subalterni alla libera interpretazione, non permettono una visione ampia del contesto e del tempo stesso. Nell’epoca del rumore (rumore fisico e mentale) è difficile non lasciarsi obnubilare da questa babele d’informazioni e convinzioni. Tutto è intensificato ed esteso. Una bramosia universale che ci lega a un’umanità troppo umana. Abbiamo, forse, necessità dell’oblio?

Nietzsche così scrive: «Considera il gregge che pascola di fronte a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia domani, salta di qua e di là, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dalla mattina alla sera, giorno dopo giorno, poco legato al suo piacere e alla sua svogliatezza, cioè al paletto dell’istante, e perciò né malinconico né annoiato. È doloroso per l’uomo vedere questo, perché egli si pavoneggia della sua umanità di fronte all’animale e, nonostante ciò, osserva con invidia la sua felicità, perché questo solo egli desidera: vivere come l’animale né annoiato né soggetto al dolore, e lo desidera vanamente, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo si meraviglia  di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di rimanere attaccato al passato. Allora l’uomo dice: ”Mi ricordo” e invidia l’animale che dimentica immediatamente e che vede davvero ogni attimo morire, sprofondare nella nebbia e nella notte, estinguersi per sempre. L’animale vive così in modo non storico, poiché si muove nel presente».

Memoria o Storicismo?

Questa memoria che secondo l’autore tedesco è una malattia storica, consistente in un’eccessiva mistificazione del passato che conduce a una paralisi dell’azione sul presente. Ma non in questo sta una critica tout court della storia in sé, bensì nella mancata capacità di porre la storia al servizio della vita, del non vivere esclusivamente nell’assenza del passato.

In greco, ritorno si dice nóstos, álgos significa sofferenza. Dunque la nostalgia è la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. Non è benefico fossilizzarsi nel ciò che fu, vivere in malinconiche retrotopie di un passato perduto e immaginato, pur di rifuggire la paura di un futuro ancora inesistente e imprevedibile. Nietzsche propone un’armonia tra memoria e oblio; poiché è solo attraverso l’oblio che l’azione può essere compiuta, perché esso permette di immergersi totalmente nell’immediato presente, di s-gravarsi dal peso della storia e di agire concretamente. Infatti in virtù di ciò ha operato il paragone tra l’uomo e la bestia. Quest’ultima priva di memoria e ricordi (oblio), non avverte su di sé il pesante fardello del passato, è libera di vivere il presente, un presente fatto di una piccolissima ma costante e ininterrotta felicità, al contrario dell’uomo che, godendo della facoltà del ricordare, è destinato a una perenne sofferenza, un dolore che atrofizza l’azione impedendo la piena maturazione sociale e culturale, tipica soprattutto nei grandi spiriti.

Però la riflessione di Nietzsche sfocia nella pessimistica constatazione dell’assenza di forza creativa da parte dei moderni, i quali, credendo di incentivare la cultura, ne hanno invece causato la degenerazione, promuovendo una sterile cultura enciclopedica fatta di un accumulo di nozioni che non trovano mai applicazione pratica. Potremmo pensare, analogamente alla nostra società post-moderna dove: l’eccesso e il conseguente abuso d’informazioni e nozioni decontestualizzate, con l’illusoria sensazione d’estirpare l’ignoranza, la nutrono e la ingrassano. Ed è qui che la Profezia di Nietzsche: ”L’Ultimo Uomo’’ si manifesta stridente e inquietante se applicata alla nostra post-modernità. Zarathustra si rivolge alla folla che si trova al mercato:

«Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non partorirà più stella alcuna. Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quegli che non sa disprezzare se stesso. […] La sua genia è indistruttibile, come la pulce di terra; l’ultimo uomo campa più a lungo di tutti. ”Noi abbiamo inventato la felicità”, così dicono gli ultimi uomini. […] Un po’ di veleno ogni tanto: ciò rende gradevoli i sogni. E molto veleno alla fine per morire gradevolmente. Nessun pastore e un sol gregge! Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio. […] Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salvo restando la salute. ”Noi abbiamo inventato la felicità”, così dicono gli ultimi uomini».

Vita e Oblio

Questo Ultimo Uomo è indifferente, passivo e superficiale. La sua miseria spirituale lo rende impassibile anche dinanzi ”La morte di Dio’’. Ogni fine per lui è vista come un insignificante incidente della storia, egli si rifugia nel mercato, nella più cupa materialità, nell’accumulo e nell’orizzonte di se stesso. Crede di godere della sua esistenza e si accontenta della sua illusoria libertà e di una tranquilla e abitudinaria felicità.

Tale uomo si dispone nella dimensione del ridursi a oggetto, del ridursi costantemente a pronunciare un  passivante, tutto gli scorre impassibilmente. Egli è dominato dalla chiacchiera (saper tutto senza saper nulla), dalla curiosità morbosa (veder tutto senza veder nulla) e dall’equivoco. Egli è complice in ogni contingenza e lo è soprattutto del potere che lo soggioga. Ma il presupposto della vita parte dalla necessità di superare se stessi, d’abbandonare ogni forma di definizione di sé, bisogna saper dire No, anche se la vogliuzza è allettante: perché è nel distacco che ci si ritrova, perché la rinuncia dona forza e illuminazione.

Il presupposto della vita parte dalla volontà di vivere il proprio decorso temporale nella sua finitezza, nella consapevolezza che ogni morale è arbitraria e liberticida e con la stessa consapevolezza che dire  alla vita comporta accettarne il suo significato insensato, accettarne la sua azione presente e, tramite essa, la gioia e la sofferenza, la morte e la rinascita.

L’attaccamento, la confusione, l’accettazione passiva e lo scoramento generano dis-conoscimento e paure paralizzanti. La vita è trasformazione, movimento e necessità di conoscenza. S’abbia memoria dell’uomo nella sua autentica natura e nella sua capacità di pensare e agire al fine di modificare la propria realtà, e s’abbia oblio dell’Ultimo Uomo che è dimorato in ognuno di noi.

Gianmario Sabini

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