Opera d'Arte e propaganda, Totalitarismo e Capitalismo
''La credenza che la realtà che ognuno vede sia l'unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni.'' P. Watzlawick

Opera d’arte: un sintagma dal significato complesso e profondo. Persino da un punto di vista d’analisi grammaticale, il sintagma opera d’arte, non è facile da intendere. Poiché non è chiaro se si tratti di un genitivo soggettivo (l’opera è fatta dall’arte e appartiene a essa) oppure oggettivo (l’arte dipende dall’opera e riceve da essa il suo senso). In altre parole, tra i due elementi:

C’è conflitto? C’è armonia?

Stando all’estetica del filosofo W. Hegel, l’arte in quanto rappresentazione, in quanto opera che s’eleva al di sopra di ogni empiria e di ogni lavoro volto alla soddisfazione di bisogni naturali, manifesta la discesa dell’essenza divina dal suo al di là al sé dell’uomo. Attraverso il fare dell’arte, l’artista si collega a Dio. Ma l’opera d’arte entra in crisi fin dal suo stesso apparire; e non può insinuarsi in essa la pretesa di conciliare umano e divino, piuttosto ne rappresenta l’infinita distanza.

La Distanza

L’opera d’arte nella sua aura (ciò che nella sua unicità si sottrae alla riproducibilità tecnica) assicura la distanza, costringe il soggetto a una paziente attenzione. Impedisce la fruizione immediata, e obbliga a un’osservazione lunga nel tempo. L’aura significa che l’opera d’arte riserva sempre qualcosa che eccede ogni spiegazione, che non è totalmente dis-velabile. Ma già a partire dagli anni ’30 e ’40 del XX secolo, sino alla odierna post-modernità; c’è stato l’avvento della società di massa, e lo sviluppo della riproduzione tecnica. Infatti, le masse esigono l’annullamento della distanza, la concentrazione è divenuta sintomo d’asocialità, l’esigenza della fruizione immediata ha destituito il valore dell’unicità. Si è creata una società dedita alla distribuzione di realtà sensibile a domicilio.

Fotografia e Cinema nel periodo dei Totalitarismi rappresentano il processo di estetizzazione politica/politicizzazione dell’arte: propaganda.

Scrive W. Benjamin: «[…] il fascismo, come ammette Marinetti, si aspetta dalla guerra il soddisfacimento artistico della percezione sensoriale modificata dalla tecnica. È questo, evidentemente, il compimento dell’arte per l’arte. L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell’Olimpo, ora lo è diventata per se stessa. La sua auto-estraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine. Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte».

Totalitarismo e Capitalismo

L’intento dei Totalitarismi si manifesta, attraverso l’opera d’arte, nell’ideologizzazione universale del pensiero, e dell’agire sociale delle masse (democratizzazione delle masse). Dunque, il Cinema e la Fotografia sono stati strumenti tecnici utilizzati ai fini della manipolazione delle masse passive e spettatrici, tutto ciò è avvenuto attraverso la diffusione politico-culturale confacente all’ideologia della classe dominante. Nella attuale post-modernità è in atto una de-sostanzializzazione del mondo: ogni cosa perde la sua fissità e nessuna cosa è, se non in quanto valore di scambio. Ciò è il presupposto della moderna riproducibilità tecnica: l’idea che ogni cosa sia universalmente scambiabile/acquistabile e, in ciò, si rende possibile e si esige la totale riproducibilità. Il valore di una cosa è esclusivamente relativa a quello delle altre, con cui risulta scambiabile.

L’industria della cultura e la produzione dei consumi hanno generato la cultura di massa. O meglio, un insieme di nuovi beni di consumo culturali destinati al soddisfacimento di falsi bisogni e di insaziabili desideri, indotti da produttori e pubblicità (propaganda). Il denominatore comune di questi valori è: il denaro. In esso s’esprime l’esigenza delle masse che richiedono il costante rinnovarsi dello spettacolo delle merci. Il denaro (utilitas) elimina la distanza, ed evoca la possibilità di soddisfare tutto, di poter partecipare e godere immediatamente e ovunque. Il Capitalismo è non solo produzione d’oggetti/merci al fine del consumo, bensì è produzione della necessità del consumo. La merce vale tanto più, quanto più il suo esporsi segna la moda, ovvero produce consumo, ovvero genera homo consumans.

L’opera d’arte cosa diviene?

 L’opera d’arte diviene: intellettualizzazione astratta e universalizzazione in forma-merce.

Scrive Lyotard: «L’eclettismo è il grado zero della cultura generale contemporanea: si ascolta reggae, si guardano western, si mangia da McDonalds a mezzogiorno e cucina tipica la sera, ci si profuma parigini a Tokyo, ci si veste retrò a Hong Kong, la conoscenza è materia di giochi televisivi. Diventando kitsch, l’arte lusinga il disordine che regna nel “gusto” degli amatori. L’artista, il gallerista, il critico e il pubblico si compiacciono insieme nel “qualsiasi cosa va”, e l’era è quella del rilassamento. Ma questo realismo del “tutto va” è quello del denaro: in assenza di criteri estetici, resta possibile e utile misurare il valore delle opere in base al profitto ch’esse procurano. Tale realismo si accomoda a tutte le tendenze, come il capitale a tutti i “bisogni”, a condizione che tendenze e bisogni abbiano potere d’acquisto. Quanto al gusto, non c’è bisogno d’essere delicati quando si specula o ci si distrae».

Il che significa che la forma universale del fare non riesce a rappresentarsi che come produttività di merci. L’artista, nella creazione della sua opera d’arte, non può che dipendere dalla concezione universale del valore del mercato e dal grado di fruizione e attenzione del pubblico. I suoi prodotti non possono che apparire nella forma della merce. Perciò la trasformazione del prodotto artistico in merce si annuncia come destino ineluttabile.

Arte ed Emancipazione

L’arte deve combattere il pregiudizio della tecnica e il mantra della sovra-produttività. In tale lotta, l’opera d’arte acquisisce un valore emancipatorio per se stessa e per le collettività; acquisisce un valore d’auto-determinazione che non termina più solo nel bieco profitto. La bellezza dell’arte è una qualità che suscita un compiacimento universale. I. Kant così la definisce: «la bellezza è la forma della finalità d’un oggetto in quanto essa vi viene percepita senza la rappresentazione di un fine».

L’artista è un vivente che, nell’uso e soltanto nell’uso del proprio corpo e del mondo che lo circonda, fa esperienza di sé e costituisce sé come forma di vita. Costituisce ciò, mantenendosi costantemente in relazione con una pratica: l’arte. Urge liberare l’arte dalla menzogna d’esser verità. In ogni arte e in ogni forma di vita è in questione nulla di meno che la felicità.

Gianmario Sabini

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