Il dissanguamento della sanità pubblica tra austerity e privatizzazioni
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Uno dei meriti del coronavirus è quello d’aver posto in evidenza la natura criminale dell’attuale logica economica che subdolamente ha incentivato enormi definanziamenti della sanità pubblica: 37 miliardi d’euro in meno per la spesa sanitaria negli ultimi dieci anni, mentre l’incremento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale è aumentato di € 8,8 miliardi. I vari governi – tra destra e sinistra non c’è differenza, sono speculari – hanno applicato scrupolosamente i dettami dell’austerity ordoliberista, che valutano la spesa pubblica come il peggiore dei mali, a meno che non serva per sostenere i profitti e coprire le perdite dei privati. Le Asl e gli ospedali sono stati violentemente depauperati delle risorse necessarie. In Italia normalmente il sistema sanitario si rivela spesso inadeguato, non riuscendo a garantire neanche le prestazioni essenziali e i livelli minimi di assistenza (per garantirli servirebbero almeno 106 mila dipendenti in più tra medici e infermieri), di conseguenza in una situazione emergenziale tutta la sanità pubblica rischia di collassare.

sanità pubblica
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Tra il 2012 e il 2017 sono stati soppressi circa 70mila posti letto e 758 reparti ospedalieri, con l’annesso calo occupazionale di circa 30mila unità tra personale medico e infermieristico. Ai fini del pareggio di bilancio si sono attuate esternalizzazioni dei servizi e di conseguenza v’è stata la precarizzazione dei lavoratori: tutto ciò non ha comportato nessun risparmio, ma aggravi di spesa e un’inevitabile diminuzione del livello dei servizi. Per via della totale mancanza d’investimenti pubblici i macchinari ospedalieri sono nell’83% dei casi obsoleti, mentre medici, infermieri, ostetriche e operatori socio-sanitari lavorano – non equamente retribuiti – per un numero di ore straordinario pur di coprire i turni, a causa del blocco delle assunzioni e dei concorsi. Mentre i neolaureati e gli specializzandi sono afflitti dal calvario della precarietà contrattuale in conformità alle logiche della flessibilità e dello smart working.

Privatizzazione della sanità

La sanità pubblica italiana è stata brutalmente smantellata a suon di aziendalizzazioni, tagli, chiusure dei presidi nelle zone svantaggiate, e di conseguenza questa condizione ha concesso inevitabilmente ampio margine alla sanità privata che a costi competitivi sopperisce alle inefficienze strutturali del pubblico.

Chomsky scrisse: «Questa è la strategia standard per privatizzare: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente s’arrabbia e tu consegni al capitale privato».

La povertà aumenta vertiginosamente e le cure mediche sono diventate un privilegio: l’universalità del diritto alla salute previsto dalla Costituzione è solo una formalità astratta. Un segno tangibile dello stress e del dissanguamento a cui è sottoposto il sistema sanitario sono le liste d’attesa bibliche e fuori controllo, il crescente costo dei ticket, la burocrazia pletorica, il deterioramento dei servizi sanitari e l’incremento della corruzione.

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La contrazione della spesa pubblica e le feroci privatizzazioni della sanità hanno imposto un nuovo paradigma, ovvero ci si può curare non secondo il diritto ma secondo il reddito. L’accesso alle cure subisce una selezione su basi di classe sociali d’appartenenza e il welfare si assottiglia a vantaggio di compagnie assicurative e cliniche private, che soprattutto al Nord incassano profitti milionari. Invece il SSN dovrebbe essere del tutto gratuito, giacché è pagato dalla fiscalità generale, secondo una progressività e una proporzionalità in base ai redditi. In tal senso l’inserimento dei ticket è una frode legalizzata, perché ogni cittadino ha già pagato per la sanità pubblica.

Inoltre le cliniche private sono spesso convenzionate, il che significa che oltre a far pagare il paziente che necessita di cure richiedono un rimborso allo Stato, asserendo di aver erogato alcune prestazioni ai singoli con un prezzo inferiore rispetto a quello dovuto. Quindi tali cliniche distorcono il costo delle prestazioni mediche, in modo arbitrario, facendo in genere pagare un terzo ai privati cittadini e il resto allo Stato.

Con il decreto Bindi del 1999 è stato introdotto il concetto di accreditamento: alle strutture private accreditate da ogni singola regione è stata concessa la possibilità di competere con le strutture pubbliche. Ciò ha trasformato gradualmente il pubblico nell’ancella del privato. Inoltre con tale decreto è stato concesso ai medici, in quanto dipendenti pubblici, di scegliere tra un rapporto di lavoro esclusivo a tempo pieno e un rapporto non esclusivo. Chi ha scelto il rapporto esclusivo con il SSN ha ricevuto l’autorizzazione a praticare l’intramoenia, ovvero prestazioni fornite da un medico a pagamento o all’interno d’un ospedale o privatamente in accordo con la direzione ospedaliera. Dunque gli ospedali pubblici sono incentivati a favorire queste prestazioni private, i profitti sono notevoli, perché una quota parte va al personale infermieristico disponibile a essere presente durante le visite private, un’altra parte viene, in alcuni casi, ripartita anche tra gli amministrativi e una percentuale non indifferente resta nelle casse dell’ospedale. Il ticket che pagano i cittadini per una prestazione pubblica, invece, non va all’ospedale ma alla Regione che poi ridistribuisce le risorse.

Difatti nessuno ha più interesse a incentivare la prestazione pubblica a scapito dell’intramoenia, poiché si tratta di soldi freschi nelle casse dell’ospedale al di fuori dei canali regionali. Con la conseguenza che questo processo diventa anche una delle ragioni delle liste d’attesa, perché le visite intramoenia non avvengono a fine turno, ma anche durante la giornata.

Questi modelli di sanità privata integrativa sono ben rappresentati dalle banche e dalle assicurazioni che investono molto nell’ambito sanitario in cui intravedono un proficuo tornaconto. Ragion per cui in alcuni contratti nazionali (Federmeccanica) e in tutti i contratti aziendali gli aumenti di salario ai dipendenti sono sostituiti da bonus per asili, scuole e assistenza sanitaria, su offerta precisa di centri ed enti privati prescelti dal datore di lavoro. I dirigenti d’azienda sono così interessati a non corrispondere più gli aumenti salariali e a sostituirli con polizze assicurative sanitarie perché, con l’introduzione di piani sanitari integrativi nei contratti collettivi, tutte le prestazioni sanitarie godono di agevolazioni fiscali, con detrazione di imposte. Da ciò deriva una significativa riduzione dei costi di produzione e una successiva maggiore plusvalenza aziendale. Ovviamente chi non ha i soldi per pagarsi una polizza assicurativa rinuncia a curarsi.

La sanità è intesa come una potenziale fonte di profitti e si assiste progressivamente alla mercificazione del diritto alla salute. Lo scopo non è la qualità della vita dei cittadini, ma l’utilizzo della sanità come fonte di reddito dei privati. Invece la salute dovrebbe porsi al centro di tutte le decisioni politiche non esclusivamente sanitarie, ma anche ambientali, industriali, sociali, economiche e fiscali. Costruire un servizio socio-sanitario nazionale rappresenta un’esigenza primaria, poiché i bisogni sociali condizionano la salute e il benessere delle persone. Purtroppo la sanità italiana – secondo uno studio svolto da Euro Index Consumer Health – è al ventiduesimo posto su 35 Paesi europei, scendendo di 11 posizioni in dieci anni. Stando ai criteri della cosiddetta “aspettativa di vita in buona salute”, l’Italia è al di sotto della media europea. Insomma, gli italiani vivono sì a lungo, ma peggio che altrove. Si sta procedendo velocemente verso un sistema sanitario a doppio binario: un servizio pubblico scadente per le fasce più deboli e una sanità privata costosa per garantire procedure efficienti e rapide. La sanità italiana non è più universale bensì è un bene di consumo come ogni altro, che sottostà alle leggi «oggettive» del mercato capitalistico.

Fonte immagine: Trend Online

Sanità Pubblica e Diritto alla Salute

L’importanza e il valore della sanità pubblica sono inestimabili, ed è necessario assicurare il diritto alla salute a tutti attraverso un sistema pubblico universale e solidaristico finanziato dalla fiscalità generale e gestito democraticamente sotto il controllo degli operatori e degli utenti organizzati in comitati a livello territoriale in sinergia con le direttive nazionali. La sanità dev’essere in funzione dell’utilità sociale, non del profitto, ragion per cui bisogna ripristinare un sistema di prevenzione e controlli e migliorare i servizi sanitari erogati investendo e assumendo con la garanzia di eque retribuzioni. Bisogna estirpare all’interno della sanità pubblica qualsiasi forma di business, è necessario vietare le speculazioni farmaceutiche, eliminare l’integrazione fraudolenta tra pubblico e privato, a netto favore di quest’ultimo, e bisogna eliminare ticket, superticket e l’attività intramoenia. La sanità pubblica è un bene comune inalienabile e il diritto alla salute non è negoziabile.

Però, al momento, nella fase del capitalismo finanziario tutto è monetizzabile, persino la vita umana. Il fine unico è il profitto. Probabilmente è più facile immaginare la fine del mondo che la fine di questo sistema economico.

Gianmario Sabini

Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera, i Tool e i Kyuss. Detesto i moderati, i fanatici, gli spocchiosi self-made man, i tuttologi, Calcutta, i Thegiornalisti e Achille Lauro. Studio, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, bevo sovente per godere dell'oblio, suono la batteria negli IVAS. Morirò.

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