Il dissanguamento della sanità pubblica tra austerity e privatizzazioni
Fonte immagine: affaritaliani.it

Uno dei meriti del Coronavirus è quello d’aver posto in evidenza la natura criminale dell’attuale logica economica che subdolamente ha incentivato enormi tagli alla sanità pubblica: 37 miliardi d’euro in meno per la spesa sanitaria negli ultimi dieci anni, mentre l’incremento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale è aumentato di € 8,8 miliardi. I vari governi – tra destra e sinistra non c’è differenza, sono speculari – hanno applicato scrupolosamente i dettami dell’austerity ordoliberista, che valutano la spesa pubblica come il peggiore dei mali, a meno che non serva per sostenere i profitti e coprire le perdite dei privati. Le Asl e gli ospedali sono stati violentemente depauperati delle risorse necessarie. In Italia normalmente il sistema sanitario si rivela spesso inadeguato, non riuscendo a garantire neanche le prestazioni essenziali e i livelli minimi di assistenza (per garantirli servirebbero almeno 106 mila dipendenti in più tra medici e infermieri), di conseguenza in una situazione emergenziale tutta la sanità pubblica rischia di collassare.

sanità pubblica
Fonte immagine: Verona In

Negli anni sono stati soppressi circa 70mila posti letto e 758 reparti ospedalieri, con l’annesso calo occupazionale di circa 30mila unità tra personale medico e infermieristico. Ai fini del pareggio di bilancio si sono attuate esternalizzazioni dei servizi e di conseguenza v’è stata la precarizzazione dei lavoratori: tutto ciò non ha comportato nessun risparmio, ma aggravi di spesa e un’inevitabile diminuzione del livello dei servizi. Per via della totale mancanza d’investimenti pubblici i macchinari ospedalieri sono nell’83% dei casi obsoleti, mentre medici, infermieri, ostetriche e operatori socio sanitari praticano sovente l’intramoenia oppure lavorano – non equamente retribuiti – per un numero di ore straordinario pur di coprire i turni, a causa del blocco delle assunzioni e dei concorsi. I neolaureati e gli specializzandi sono afflitti dal calvario della precarietà contrattuale in conformità alle logiche della flessibilità e dello smart working.

Privatizzazione della sanità

La sanità pubblica italiana è stata brutalmente smantellata a suon di aziendalizzazioni, tagli, chiusure dei presidi nelle zone svantaggiate, e di conseguenza questa condizione ha concesso inevitabilmente ampio margine alla sanità privata che a costi competitivi sopperisce alle inefficienze strutturali del pubblico.

Chomsky scrisse: «Questa è la strategia standard per privatizzare: togli i fondi, ti assicuri che le cose non funzionino, la gente s’arrabbia e tu consegni al capitale privato».

La povertà aumenta vertiginosamente e le cure mediche sono diventate un privilegio: l’universalità del diritto alla salute previsto dalla Costituzione è solo una formalità astratta. Un segno tangibile dello stress e del dissanguamento a cui è sottoposto il sistema sanitario sono le liste d’attesa bibliche e fuori controllo, il crescente costo dei ticket, la burocrazia pletorica, il deterioramento dei servizi sanitari e l’incremento della corruzione.

Fonte immagine: Adriatico News

La contrazione della spesa pubblica e le feroci privatizzazioni della sanità hanno imposto un nuovo paradigma, ovvero ci si può curare non secondo il diritto ma secondo il reddito. L’accesso alle cure subisce una selezione su basi di classe sociali d’appartenenza e il welfare si assottiglia a vantaggio di compagnie assicurative e cliniche private, che soprattutto al Nord incassano profitti milionari. Inoltre le cliniche private sono spesso convenzionate, il che significa che oltre a far pagare il paziente che necessita di cure richiedono un rimborso allo Stato, asserendo di aver erogato alcune prestazioni ai singoli con un prezzo inferiore rispetto a quello dovuto. Quindi tali cliniche distorcono il costo delle prestazioni mediche, in modo arbitrario, facendo in genere pagare un terzo ai privati cittadini e il resto allo Stato.

Questi modelli di sanità privata integrativa sono ben rappresentati dalle banche e dalle assicurazioni che investono molto nell’ambito sanitario in cui intravedono un proficuo tornaconto. Ragion per cui in alcuni contratti nazionali (Federmeccanica) e in tutti i contratti aziendali gli aumenti di salario ai dipendenti sono sostituiti da bonus per asili, scuole e assistenza sanitaria, su offerta precisa di centri ed enti privati prescelti dal datore di lavoro. I dirigenti d’azienda sono così interessati a non corrispondere più gli aumenti salariali e a sostituirli con polizze assicurative sanitarie perché, con l’introduzione di piani sanitari integrativi nei contratti collettivi, tutte le prestazioni sanitarie godono di agevolazioni fiscali, con detrazione di imposte. Da ciò deriva una significativa riduzione dei costi di produzione e una successiva maggiore plusvalenza aziendale. Ovviamente chi non ha i soldi per pagarsi una polizza assicurativa rinuncia a curarsi.

La sanità è intesa come una potenziale fonte di profitti e si assiste progressivamente alla mercificazione del diritto alla salute. Lo scopo non è la qualità della vita dei cittadini, ma l’utilizzo della sanità come fonte di reddito dei privati. Invece la salute dovrebbe porsi al centro di tutte le decisioni politiche non esclusivamente sanitarie, ma anche ambientali, industriali, sociali, economiche e fiscali. Costruire un servizio socio-sanitario nazionale rappresenta un’esigenza primaria, poiché i bisogni sociali condizionano la salute e il benessere delle persone. Purtroppo la sanità italiana – secondo uno studio svolto da Euro Index Consumer Health – è al ventiduesimo posto su 35 Paesi europei, scendendo di 11 posizioni in dieci anni. Stando ai criteri della cosiddetta “aspettativa di vita in buona salute”, l’Italia è al di sotto della media europea. Insomma, gli italiani vivono sì a lungo, ma peggio che altrove. Si sta procedendo velocemente verso un sistema sanitario a doppio binario: un servizio pubblico scadente per le fasce più deboli e una sanità privata costosa per garantire procedure efficienti e rapide. La sanità italiana non è più universale bensì è un bene di consumo come ogni altro, che sottostà alle leggi «oggettive» del mercato capitalistico.

Fonte immagine: Trend Online

Sanità Pubblica e Diritto alla Salute

L’importanza e il valore della sanità pubblica sono inestimabili, ed è necessario assicurare il diritto alla salute a tutti attraverso un sistema pubblico universale e solidaristico finanziato dalla fiscalità generale e gestito democraticamente sotto il controllo degli operatori e degli utenti organizzati in comitati a livello territoriale in sinergia con le direttive nazionali. La sanità dev’essere in funzione dell’utilità sociale, non del profitto, ragion per cui bisogna ripristinare un sistema di prevenzione e controlli e migliorare i servizi sanitari erogati investendo e assumendo con la garanzia di eque retribuzioni. Bisogna estirpare all’interno della sanità pubblica qualsiasi forma di business, è necessario vietare le speculazioni farmaceutiche, eliminare l’integrazione fraudolenta tra pubblico e privato, a netto favore di quest’ultimo, e bisogna eliminare ticket, superticket e l’attività intramoenia. La sanità pubblica è un bene comune inalienabile e il diritto alla salute non è negoziabile.

Però, al momento, nella fase del capitalismo finanziario tutto è monetizzabile, persino la vita umana. Il fine unico è il profitto. Probabilmente è più facile immaginare la fine del mondo che la fine di questo sistema economico.

Gianmario Sabini

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here