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Guarda te se mi tocca difendere Conte da Mentana

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Mentana replica a Conte su La7
Fonte immagine: la7.it

Naturalmente sto scherzando, dubito che il Presidente del Consiglio abbia bisogno di difensori d’ufficio, tantomeno dell’opinione scapestrata di un mezzo editorialista come il sottoscritto. Ma la replica di Enrico Mentana a Giuseppe Conte, andata in onda ieri durante l’edizione serale del TG La7 dopo quei “nomi e cognomi” (leggasi: Matteo Salvini e Giorgia Meloni), è la cartina tornasole di un’opacità nell’intero apparato mediatico italiano, di una mediocrità qualitativa che non giova affatto a quella democrazia di cui tanti – troppi – si ergono a redentori, e di una smisurata indulgenza all’egocentrismo che mal si addice a quell’imparzialità e a quel pluralismo che costituiscono la raison d’être dell’informazione.

I fatti sono più o meno questi: nella conferenza stampa del 10 aprile scorso Conte ha rivolto un duro attacco alle opposizioni, nelle persone di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, a suo dire colpevoli di aver sollevato polemiche strumentali e diffuso notizie distorte sull’attivazione del MES da parte dell’Eurogruppo. Per saperne di più su quella riunione e sui provvedimenti adottati, potete leggere qui. Ma le parole di Conte sono state dure e veementi, al punto da tradire una certa irritazione, e hanno suscitato reazioni contrastanti: da una parte chi ha giudicato liberatorio l’intervento del premier per smascherare in diretta nazionale le fake news della propaganda sovranista; dall’altra chi lo ha ritenuto inopportuno, dittatoriale nel suo esprimersi senza contraddittorio. Se volete farvene un’idea la conferenza è disponibile qui, la parte incriminata inizia a 13:35.

Cosa è accaduto poi? “Se lo avessimo saputo, non avremmo mandato in onda quella parte della conferenza stampa”: il commento di Mentana, direttore del TG La7, è apparso piccato e infastidito. Il buon Chicco ha rimproverato a Conte l’uso personalistico della conferenza, a reti unificate, per una spicciola polemica contro Salvini e Meloni. Ma non è tutto: Mentana ha poi sentito l’esigenza di una ulteriore replica per chiarire senso e significato di quelle parole, e per questo ha predisposto un one-man-show da 6 minuti e 16 nel suo telegiornale consultabile qui. Il soliloquio di Mentana, mi si permetta, rasenta il ridicolo per diverse ragioni, la prima delle quali è senz’altro la sindrome da gallo nel pollaio che l’ha portato prima a contestare e poi a puntualizzare la contestazione. Se fare polemica politica durante una conferenza stampa è fuori luogo non capisco perché fare polemica personale durante il TG La7 sarebbe invece consentito dal galateo della democrazia.

C’è dell’altro. Io credo che questo Governo abbia seri difetti nella comunicazione, che dia l’impressione di procedere a tentoni, con modi e tempi sbagliati, e se vogliamo dirla tutta che non sia stato un buon negoziatore ai tavoli di Bruxelles. Credo inoltre che l’infatuazione collettiva per il Presidente del Consiglio sia l’ennesima espressione di un’iconocrazia che ci porta a venerare le persone come santi senza aver mai visto neanche l’ombra di un miracolo: nella fattispecie, i tanto attesi effetti delle misure restrittive sulla diffusione del contagio. Ma la querelle Mentana – Conte andata in onda su La7 è così assurda da meritare una replica: sì, la replica alla replica di una replica.

Perché quando due fra le personalità politiche più influenti della nazione, quali Salvini e Meloni mio malgrado sono, inquinano costantemente il dibattito pubblico con una retorica dell’odio e della disinformazione, arrivando addirittura a spendere centinaia di migliaia di euro per sponsorizzare la loro velenosa propaganda, e quando lo fanno in un frangente storico di assoluta gravità con una pandemia in corso, allora non è più una questione personale. Quando si gioca alla guerra del consenso sulle vite di decine di migliaia di pazienti, medici, infermieri e operatori sanitari, e su quelle di milioni di cittadini in angosciosa attesa, allora, mi si consenta, non è più una questione personale.

Spese Salvini Facebook
Le spese della pagina di Matteo Salvini su Facebook
Spese Meloni Facebook
Le spese della pagina di Giorgia Meloni su Facebook

Se vogliamo criticare Conte per il suo operato e per quello del Governo, facciamolo pure. Anzi ben venga, perché di critiche da avanzare ce ne son parecchie. Però una buona volta, basta con i dispettucci da ragazzini: vanno bene a dodici anni, non a sessanta. Basta con i narcisismi patologici che sovrastano doveri pubblici e responsabilità, perché se la democrazia ha ancora un senso è proprio quello di anteporre gli interessi collettivi alle esigenze personali. Basta con le narrazioni distruttive e il catastrofismo mediatico proprio ora che il Paese ha bisogno di chiarezza, cooperazione, solidarietà. E anche a lei, direttore Mentana, basta con l’atteggiamento da tuttologo saccente: prima se l’è presa con alcuni napoletani tramite i canali social definendoli “ridicoli piagnoni”, adesso con i sostenitori di Conte in diretta su La7. Non fa onore alla sua persona né alla carriera che giustamente rivendica.

Enzo Biagi diceva di considerare il giornalismo come un servizio pubblico, al pari dei trasporti e degli acquedotti; e per questo, sosteneva con fierezza, “Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”. Ecco, le nostre terre sono avvelenate dai rifiuti tossici, l’aria che respiriamo è infetta dal virus: se ci tocca pure bere acqua inquinata tanto vale metterci in fila al cimitero e aspettare il nostro turno. Altro che democrazia e democrazia.

Emanuele Tanzilli

5 Commenti

  1. Una sola cosa vorrei sapere perché usiamo sempre più spesso parole in inglese al posto del nostro italiano. Cosa ha di sbagliato dire notizie false invece della stessa in inglese, perché tanti come me in un articolo SI TROVANO UNA FRASE CHE NON CAPISCONO E SALTA TUTTA LA COMPRENSIONE DELLARTICOLO, SCRIVETE IN
    ITALIANO CHE È TANTO BELLO

    • Gentile signor Nino, non posso darle torto. Più spesso del necessario espressioni che potrebbero essere rese tranquillamente in italiano vengono invece sostituite dal corrispettivo inglese, e finiscono per far parte del linguaggio comune. Ma in un contesto globale e globalizzato, dove merci, persone, denaro e soprattutto informazioni viaggiano a velocità impensabili fino a qualche decennio fa, è inevitabile che la contaminazione linguistica finisca per influenzare le nostre abitudini di parola e di scrittura. Nel caso specifico, ad esempio, l’espressione “fake news” è entrata a pieno regime nel gergo giornalistico per indicare non solo una generica notizia falsa, ma più nello specifico una notizia falsa fabbricata e diffusa artatamente col fine di ottenere conseguenze ben precise (allarmismo sociale, consenso elettorale, vantaggi economici, etc.).

  2. “è la cartina tornasole di un’opacità nell’intero apparato mediatico italiano, di una mediocrità qualitativa che non giova affatto a quella democrazia di cui tanti – troppi – si ergono a redentori, e di una smisurata indulgenza all’egocentrismo che mal si addice a quell’imparzialità e a quel pluralismo che costituiscono la raison d’être dell’informazione.” Ecco, questo è il giornalismo che detesto, non per puro gusto personale, ma perché io chiederei all’autore: tua nonna lo capirebbe? Qual è il tuo lettore? Una cerchia ristrettissima o il maggior numero di persone possibile? Il giornalismo (così come l’ho studiato io) vuole che si rispettino tre regole base: brevità, coesione e chiarezza. Io in quel pezzo incollato sopra non ne vedo almeno due. Non sono i pochi che scrivono così, pensando che più parole erudite, complicate, metaforiche, francesi, si usano più si appare colti e coscienti di quello che si dice. È davvero così?
    Qual è l’obiettivo? Dare informazione o sfoggiare il proprio vocabolario Zanichelli personale? A chi si vuole arrivare con un articolo scritto così? Almeno in un periodo di emergenza, prefiggetevi lo scopo di arrivare alla gente del popolo che vorrebbe capirne di più, leggere qualcosa di chiaro che la faccia sentire partecipe al dibattito politico. Basta politichese, ne sono passati di decenni. L’informazione è per tutti.

    • Gentile signora Graziana, in qualità di giornalista (o aspirante tale) il mio dovere è quello di esprimermi sempre con correttezza, trasparenza e rispetto della verità; cosa che, nel mio piccolo, cerco sempre di fare. Non è mio dovere invece insegnare l’italiano: per quello ci sono maestri e professori. Ogni testata sceglie il registro che ritiene più adatto per il suo pubblico di riferimento: c’è chi predilige uno stile più asciutto ed essenziale e chi invece ritiene di utilizzare uno stile tecnico o forbito o elaborato, sono scelte editoriali che si uniscono poi alle caratteristiche del singolo autore. Se in un articolo – non necessariamente questo, che rappresenta soltanto un’opinione personale ed è quindi contrassegnato come “Editoriale” – ci sono termini poco conosciuti o dal significato non chiaro, internet mette a disposizione un’infinità di strumenti per conoscerli e impararne l’uso: non crede che il beneficio sarebbe doppio? Leggere, informarsi e imparare cose nuove sono attività che non dovrebbero mai spaventare. E sì, l’informazione è per tutti, è per questo che il nostro sito è ad accesso gratuito, non richiede abbonamenti e non riceve finanziamenti pubblici.

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