Rousseau M5S Diciotti Democrazia diretta

Alla fine sarà il popolo di Rousseau a decidere se fare pollice verso o salvare Matteo Salvini sul caso Diciotti, per il quale il ministro dell’interno è indagato per sequestro di persona aggravato. Ma la decisione del M5S di ricorrere alla democrazia diretta per stabilire se la Giunta per le immunità potrà chiedere o meno al Senato di far processare Salvini ha scatenato numerose polemiche, nonché messo in evidenza dei limiti storici e strutturali dell’ideologia M5S.

La Diciotti e “l’interesse di Stato”: un quesito palesemente orientato

Il quesito sottoposto al voto della piattaforma Rousseau è il seguente:
“Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?”
Mentre le possibili risposte sono due:
“– Si, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere negata l’autorizzazione a procedere.
– No, non è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere approvata l’autorizzazione a procedere.”

Oltre alla questione del “No per dire Sì e Sì per dire No”, che ha scatenato persino le ironie del fondatore del M5S Beppe Grillo, il quesito risulta però palesemente influenzato da un giudizio di merito: nel momento in cui si specifica che il ritardo è connesso alla necessità di ottenere garanzie dagli altri paesi europei sul ricollocamento. Una spiegazione che però non sta in piedi: sarebbe un po’ come provare a giustificare il rapimento di un politico con la richiesta di far approvare/eliminare un provvedimento. Tra i limiti della democrazia diretta c’è però anche quello di lasciare la decisione in mano a chi non ha a disposizione le carte per giudicare dal punto di vista tecnico, rendendo il voto di fatto una valutazione politica.

E insieme all’infondatezza sul piano giuridico, si tratta anche di una violazione a tutti gli effetti della neutralità della consultazione: il quesito infatti suggerisce l’idea che si sia trattato solo di un “ritardo” (durato però ben 9 giorni), al quale peraltro Salvini sarebbe stato costretto per spingere l’Europa ad intervenire: prendendo quindi sfacciatamente le posizioni del ministro dell’Interno.

La democrazia diretta del M5S come deresponsabilizzazione della politica

La consultazione su Rousseau pone poi un altro interrogativo: qual è il ruolo dei politici in un contesto di democrazia diretta? Nei momenti più critici del M5S, la parola è sempre stata data alla base: è il caso dell’entrata nell’ALDE – poi non riuscita – e del Contratto di governo. A cosa serve eleggere dei “portavoce” – così come gli elettori del M5S si riferiscono ai loro parlamentari – se a questi ultimi non è richiesta alcuna presa di responsabilità, avendo sempre pronta la “via d’uscita” della consultazione popolare?

Quando il M5S cercava di entrare nell’ALDE, il gruppo politico dei liberali capeggiato da Guy Verhofstadt (sì, colui che ha definito Conte “burattino”)

Questo sistema rischia a lungo andare – e gli effetti si intravedono già oggi – di creare una classe politica per la quale l’obbedienza, sia essa nei confronti dei vertici di partito o nei confronti della base popolare, è virtù di gran lunga più importante rispetto alla capacità di agire. Una classe dirigente di “burattini” – e non ce ne voglia stavolta Conte – che legano la loro carriera politica alle dimostrazioni di fedeltà più che alle reali competenze dimostrate.

E qui si arriva al punto fondamentale: un buon politico deve anche essere in grado di prendere decisioni impopolari, che quindi risultano “antipatiche” agli occhi del popolo, ma giuste in una visione complessiva della società; così facendo invece si rischia di rimanere impigliati in una serie di riforme e provvedimenti all’apparenza apprezzate, ma che alla lunga risultano addirittura “anti-popolari”. Bisogna, insomma, leggere gli umori del popolo e guidarlo verso forme virtuose, non assecondarlo a caccia di voti. Quanto può prestarsi a questo scopo la democrazia diretta?

Il timore di hacker e voti fake nei server di Rousseau

Infine, un problema di gran lunga più pratico: poche ore fa Rogue0, hacker anonimo che da tempo ha messo nel mirino il M5S e la piattaforma Rousseau (pochi mesi fa rese pubblici i numeri di telefono di diversi importanti esponenti del M5S), ha pubblicato un tweet sulla vicenda Diciotti in cui minaccia di intervenire affinché Salvini venga mandato a processo. Gettando nel panico gli addetti alla sicurezza informatica di Rousseau.

Nel farlo cita il caso di “Evariste Galois”, nickname di Luigi Gubello, che fu additato da Davide Casaleggio come responsabile di un attacco informatico ai danni di Rousseau: in realtà Gubello è un hacker etico, che entra nei sistemi informatici per valutarne debolezze e criticità e le segnala ai programmatori del sito, in modo tale che questi ultimi possano rimediare. Gubello fu accusato di un attacco che in realtà era stato condotto proprio da Rogue0 nell’agosto 2017, il quale invece si era intrufolato con scopi tutt’altro che pacifici.

Che Rousseau non sia proprio un “fortino” lo dimostra anche il ritardo verificatosi nelle prime ore di votazione per il sovraffollamento dei server, che ha costretto prima a ritardare l’orario di voto di un’ora (prima dalle 10 alle 19, poi dalle 11 alle 20) e successivamente a posticipare alle 21.30 la chiusura della consultazione “a causa della grande partecipazione”. Affluenza limitata però dai ritardi che continuano ad affliggere chi cerca di votare sulla piattaforma, nonostante la votazione sulla Diciotti sia stata “spalmata” lungo un arco di tempo più ampio.

Parzialità del quesito e influenza diretta sui votanti, deresponsabilizzazione della politica in nome della volontà popolare, rischi concreti di sabotaggio e di manipolazione dell’esito: siamo sicuri che la democrazia diretta digitale sia un valore in assoluto?

Simone Martuscelli

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