Fico Di Maio Movimento 5 Stelle Principi Responsabilità

Chissà se Roberto Fico o Luigi Di Maio abbiano mai preso in mano Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo. Questo libro, che mescola l’autobiografia dello scrittore casertano alla sua formazione politica, si divide in due parti: “La vita pura” e “La vita impura”. Per spiegare questa distinzione, nel libro Piccolo cita una conferenza di Max Weber dal titolo La politica come professione, nella quale il sociologo tedesco distingue due diversi tipi di approccio alla politica: l’etica dei principi e l’etica delle responsabilità. E proprio a questa distinzione possiamo fare riferimento per catalogare le due anime che si stanno dando battaglia all’interno del Movimento 5 Stelle.

Di Maio e le responsabilità di governo

È nei frequenti accenni al rispetto del contratto di governo che si nasconde tutta l’etica della responsabilità messa in campo da Luigi Di Maio. Una responsabilità alla quale il capo politico del Movimento 5 Stelle ha spesso richiamato i propri alleati di governo, ma che ha soprattutto imposto a tutti i parlamentari a 5 Stelle: il contratto c’è e va rispettato in tutti i suoi punti. Compresa la “pace fiscale” – che sa tanto di condono – e la stretta sull’immigrazione, provvedimenti fortemente voluti dalla Lega ma che hanno suscitato non pochi malumori all’interno del Movimento 5 Stelle.

Contratto di governo
La copertina del contratto di governo che unisce M5S e Lega

Le ragioni di questo senso di responsabilità, che sfocia quasi nella deferenza nei confronti della Lega, sono molteplici. Innanzitutto al Movimento 5 Stelle fa comodo tenere dalla propria parte, ancora per un po’ almeno, un potenziale avversario così pericoloso dal punto di vista della forza politica e propagandistica: anche attraverso i canali di comunicazione della Lega – efficaci almeno quanto quelli del M5S – il Movimento può accreditarsi come forza politica affidabile e che “rispetta le promesse” contenute nel contratto di governo. E pazienza se, ad esempio, nella legge di bilancio i fondi stanziati per i provvedimenti principali – reddito di cittadinanza e quota 100 su tutti – siano di gran lunga inferiori rispetto al necessario per realizzarli: è la propaganda che conta.

Di Maio
Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e vicepremier, leader del M5S

Il Movimento 5 Stelle può inoltre sfruttare il contratto di governo per la campagna in vista delle Europee: per una compagine post-ideologica e dalle idee molto sfumate su quasi tutti gli argomenti, l’ideale è costruire nei fatti una alleanza di rottura con l’Unione Europea con una forza più marcatamente anti-europeista (anche qui, poco importa che il governo gialloverde si sia fatto imporre un deficit del 2% dall’UE) e cercare di sfruttare il vento euroscettico che spira sul continente.

Infine, una motivazione prettamente utilitaristica: con un PD assolutamente non intenzionato a discutere un’alleanza di governo con il Movimento, l’ipotetica “rescissione” del contratto di governo significherebbe andare a nuove elezioni. E a causa del limite di due mandati attualmente vigente all’interno del Movimento 5 Stelle, la maggior parte degli attuali parlamentari non potrebbe ricandidarsi. Del resto, cosa non si fa per la poltrona…

Fico e il rispetto dei principi

Parallelamente alla frangia della “responsabilità” capitanata da Di Maio, cresce sempre più la schiera dei parlamentari fedeli ai principi originari del Movimento 5 Stelle, e che mal si adattano a provvedimenti del tutto contrari a quei principi. Una prima avvisaglia si era avuta a metà novembre: quando per la prima volta il governo, grazie al voto dissidente di alcuni senatori M5S, era stato battuto a una votazione in aula. Il tema era il decreto Genova, e in particolare la modifica delle norme – in senso restrittivo – sul condono edilizio per Ischia: grazie al voto contrario di Gregorio De Falco e all’astensione di Paola Nugnes, era stato approvato un emendamento proposto dalle opposizioni e bocciato dal governo.

Fico
Roberto Fico, presidente della Camera e “leader” dell’opposizione pentastellata

Ma lo scontro vero e proprio, dal quale sono emerse le contraddizioni interne al Movimento, ha avuto luogo sul Decreto sicurezza: dal voto di fiducia sul decreto si sono astenuti 19 deputati – che avevano anche scritto una lettera per chiedere di adottare modifiche drastiche al provvedimento – e 5 senatori del Movimento 5 Stelle. Persino il presidente della Camera Roberto Fico si è rifiutato di tenere la seduta in cui si svolgeva la votazione per esprimere la propria distanza dal provvedimento. Proprio Fico viene considerato forse il portavoce della minoranza legata ai principi del M5S, e man mano che passa il tempo diventa sempre più chiara la strategia alle spalle della sua nomina a presidente della Camera dei Deputati: relegarlo ad un ruolo “super partes” per non provocare attriti con gli alleati di governo.

De Falco
Gregorio De Falco, senatore espulso dal M5S per la sua contrarietà ad alcuni provvedimenti della maggioranza

Le reazioni del Movimento 5 Stelle a questi atti di insubordinazione sono arrivate pochi giorni fa, il 31 dicembre: espulsione dal Movimento per De Falco – reo anche di aver votato contro la fiducia sulla manovra – e Saverio De Bonis, mentre rimangono aperti i procedimenti verso Paola Nugnes ed Elena Fattori.

Ma ad aggravare la situazione è arrivata la rivolta dei sindaci contro il Decreto sicurezza, capitanata da Leoluca Orlando e Luigi De Magistris, che ha visto tra i firmatari anche il sindaco a 5 Stelle di Livorno Filippo Nogarin. La rivolta interna non finisce qui: con un post su Facebook il senatore M5S Matteo Mantero – anche lui indagato dai probiviri del Movimento ma non sanzionato – ha definito il Decreto sicurezza “stupido e incostituzionale”. E impazza sui social il post di un consigliere comunale M5S del Municipio XII di Roma che elenca tutti i voltafaccia del Movimento 5 Stelle.

Cosa ne pensa l’elettorato del Movimento 5 Stelle?

In questo scenario Di Maio cerca di tenere a bada i “Fico boys” con una strategia che sembra direttamente uscita dalla tradizione cerchiobottista democristiana: un colpo al cerchio («Se c’è qualcuno che si sente a disagio, si ricordi che ha votato il decreto Sicurezza, perché fa parte di una maggioranza che ha sostenuto questo provvedimento») e uno alla botte (la proposta di far sbarcare dalla Sea Watch solo donne e bambini, in nome di una discutibile solidarietà a targhe alterne). Ma Di Maio non è De Gasperi, e neanche Moro: e infatti questo atteggiamento “pigliatutto” inizia a dare segnali di cedimento se paragonato alla fermezza delle posizioni espresse dalla Lega; che non a caso sta cannibalizzando il Movimento nei sondaggi, con i rapporti di forza che si sono letteralmente invertiti rispetto alle votazioni del 4 marzo.

Sea Watch
La Sea Watch, una delle due navi con 49 migranti complessivi che da settimane chiedono di approdare in Europa

Il contratto di governo ha assunto quindi le fattezze di uno stallo alla messicana: Salvini non può far cadere tutto per paura di perdere l’aura di “rappresentante del popolo” che gli consegna l’alleanza con il M5S; e Di Maio non può abbandonare l’accordo perché, avendo dissipato un cospicuo vantaggio elettorale, si troverebbe adesso a inseguire un avversario che per giunta può ancora raccogliere voti nel bacino elettorale di centrodestra. Il risultato è una corsa verso destra con l’elettorato sempre più spostato da quella parte, e in cui qualsiasi dichiarazione di buon senso – come quelle alle quali si è spesso esposto Fico – va evitata perché segno di debolezza, e causa quindi di calo in termini di consenso.

E in questa gara verso la barbarie ecco che spariscono i principi che avevano dato corpo all’idea del Movimento 5 Stelle: la stessa compagine che pochi anni fa candidava Gino Strada a Presidente della Repubblica, che faceva sue battaglie storiche della sinistra come i beni pubblici, l’ambiente e le energie rinnovabili, si ritrova ora impigliata nelle maglie del programma di governo probabilmente più a destra della storia repubblicana. Un modo per ripartire forse c’è, e Fico e i suoi lo stanno urlando a gran voce: basterebbe abbandonare l’etica della responsabilità e seguire i principi, una volta tanto.

Simone Martuscelli

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21 anni, nato a Piedimonte Matese (CE), studio Lettere Moderne all'università "La Sapienza" di Roma. Ho collaborato con "Lo Sport Online". A volte ho paura della vita, ma guardo Nanni Moretti e mi passa. Calvino è il mio nonno ideale, Guccini lo zio ubriacone che mi chiede come va con le ragazze.