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Fonte: cnn.com

L’epilogo era annunciato: Bernie Sanders ormai non poteva che ritirarsi dalla corsa delle primarie dem, dopo aver perso terreno in tutti gli appuntamenti elettorali delle ultime settimane e con il Coronavirus che rischia di gettare nel caos l’intero carrozzone del partito. Finisce così per la seconda volta la corsa del “vecchietto terribile” della politica americana, che pur non essendo mai arrivato a sfidare Donald Trump alle elezioni presidenziali ha fatto tremare per mesi l’establishment democratico. Ora Joe Biden non teme più avversari interni e ha la certezza della nomination per la candidatura alla Casa Bianca; non potrà però non tenere conto della linea politica di Sanders nella formazione della sua cosiddetta “piattaforma elettorale”, ancora in cantiere. Sono in molti, infatti, a pensare che la tattica di Biden dovrà essere più “sandersiana” rispetto a quella di Hilary Clinton nel 2016.

Pregi e difetti della “linea Sanders”

Stavolta, la “linea Sanders“, anche grazie a una nuova leva di politici progressisti che sembrano essere in grado di imporsi con maggiore autorevolezza rispetto al passato, dimostra un peso specifico più rilevante. Se aumentano i rimpianti per quello che poteva essere e non è stato, ovvero per una presidenza Sanders finalmente decisa ad affrontare e risolvere temi sociopolitici interni di portata epocale e più coerente e affidabile all’estero, ci si interroga su cosa (di nuovo) abbia viceversa favorito l’ascesa di Biden, ennesimo moderato un po’ “incolore” alla guida del partito democratico.

Una precisazione preliminare: fare una politica di sinistra” negli Stati Uniti non è del tutto possibile. Qualcuno ha battezzato le proposte di Sanders “da welfare socialdemocratico”, ed è corretto. Bernie si è battuto su questioni come l’integrazione etnico-sociale, l’allargamento delle prestazioni sanitarie gratuite a un maggior numero di beneficiari e per misure contro la disoccupazione: tutte queste rivendicazioni negli Stati Uniti hanno suscitato scalpore, venendo talvolta identificate come il volto “socialista” del populismo trumpiano. A parte la caratterizzazione come “socialismo”, che alla luce della tradizione della stessa corrente di matrice europea ha fatto sempre sorridere, in realtà l’insinuazione su Sanders come “anti-Trump” non era del tutto errata.

Attenzione, bisogna interpretare l’associazione tra Sanders e Trump nella giusta misura: i due sono personalmente e culturalmente distanti, ma in tempi di crisi economica e aumento delle distanze sociali in una società americana sempre più sgranata, coi poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, Bernie e Donald effettivamente giocano sullo stesso piano dialettico. Entrambi premono sull’insoddisfazione e sulla rabbia sociale; entrambi propongono delle misure “d’urto”, delle ricette spregiudicate uguali e contrarie (Trump al servizio del liberismo selvaggio, Sanders per la tutela del lavoro e la dignità della persona).

La necessità di ricorrere alla “linea Biden”

Sulla bontà finale della ricetta di Sanders, ovviamente, nessun dubbio; eppure, negli Stati Uniti – che appunto mancano di una vera cultura della sinistra – il programma del senatore del Vermont è stato talvolta percepito dagli stessi democratici come una sorta di “populismo buono“, con tutta la carica di negatività che il termine “populismo” porta con sé. Le idee di Sanders, si è spesso detto, aizzano la piazza e specialmente i più giovani ed emarginati, ma mancano di contatto con la realtà rurale e industriale depressa e scontenta, che non ha una coscienza di classe, non ha mai imparato a lottare davvero per i propri diritti e dunque non è fino in fondo interessata a un certo tipo di messaggio “socialista”.

Biden, invece, è più vicino al prototipo moderato del “bianco per tutte le stagioni“: oltre a mezzi economici di molto superiori a quelli di Sanders, il suo ulteriore vantaggio è sapersi rivolgere a ogni tipo di classe sociale, sembrando di poter accontentare tutti e di non voler scontentare nessuno, almeno sulla carta. Così l’hanno pensata anche i suoi colleghi di partito candidati alle primarie, che prima hanno sfidato Biden con proposte talvolta radicali almeno quanto quelle di Sanders (vedi Elizabeth Warren) e poi ne hanno riconosciuto l’imbattibilità, che poi è quella della vera base dominante dell’elettorato democratico: bianca, urbana e mediamente agiata, per la quale la politica sociale è piuttosto un’azione di beneficenza, non un vero e proprio progetto politico (perché tanto l’elettore democratico bianco l’assicurazione sanitaria ce l’ha e i figli all’università li manda lo stesso).

Insomma, il modello che nel 2016 venne rappresentato da Hilary Clinton oggi ha scelto di affidarsi a Joe Biden. Diversamente dalla sua predecessora, però, Biden sta capendo (i messaggi in tal senso sono ormai numerosi) che non si può vincere senza fare i conti con l’elettorato di Bernie. Lo si è visto già durante le primarie: l’ex vicepresidente dell’era Obama ha lanciato segnali distensivi verso i radical-progressisti, facendo presente di avere “molte cose in comune” con loro.

Biden non ripeterà l’errore della spocchiosa Hilary: come ha fatto presente anche la giovane e rampante deputata Alexandria Ocasio-Cortez, per avere speranza di successo finale la “piattaforma elettorale” di Biden dovrà includere temi fino ad ora per lui scomodi, a cominciare dal sensibile abbassamento dell’età per usufruire dei trattamenti sanitari gratuiti (che Biden vuole tenere sui 60 anni, una soglia di dieci anni più alta persino di quella che annunciava la Clinton nel 2016).

Pochi rimpianti, molte incertezze

Insomma, alla fine della corsa alle primarie di rimpianti bisogna averne pochi, perché Sanders forse non avrebbe vinto comunque contro Trump: avrebbe rischiato di spaventare l’elettorato democratico moderato e, sovrapponendosi a “The Donald” con una ricetta comunque inquadrata come “populista”, avrebbe finito per venire bastonato dal re incontrastato dell’inconsistenza politica. Poche recriminazioni, dunque, a maggior ragione perché un po’ della “ricetta Sanders” può aiutare a vincere e a cambiare comunque la linea del partito democratico dall’interno.

Del resto, con l’emergenza coronavirus che ha compromesso (forse) definitivamente le primarie, non ci sarebbe stato spazio per ulteriori soluzioni. Sanders, che ha continuato a perdere negli ultimi appuntamenti (come in Alaska), ha fatto la scelta corretta per salvare il partito e le sue possibilità di competere coi repubblicani alle presidenziali: considerata la sovraesposizione mediatica di Trump durante tutta la crisi, servirà puntare i riflettori esclusivamente su un solo democratico per sperare di contendere il palcoscenico al presidente uscente (e non è detto che basterà).

Quell’uomo sul palcoscenico sarà Biden, con buona pace del sogno presidenziale di un coraggioso vecchietto “socialista” di 78 anni.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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