primarie Biden Super Tuesday
Fonte: AP Photo/Marcio Jose Sanchez

Questo articolo viene scritto a cavallo tra il Super Tuesday delle primarie del partito democratico USA e i prossimi appuntamenti elettorali del 10 marzo che, dopo i 14 Stati dello scorso 3 marzo, ne coinvolgeranno altri 6 (arrivando poi al successivo appuntamento del 17 di questo mese, in cui si riveleranno le preferenze democratiche in altri 4 Stati). Attendere qualche giorno prima di commentare si è reso necessario non tanto per certificare la vittoria di Joe Biden, cristallina e clamorosa sotto più punti di vista, ma soprattutto per fare il punto su tutti i colpi di scena che, a catena, si sono scatenati nel corso della settimana. E sono stati davvero tanti.

Il ciclone Biden sul Super Tuesday delle primarie

Come aveva sapientemente osservato Thomas L. Friedman, columnist del New York Times, sarebbero stati il “Super Mercoledì” e i giorni a seguire quelli importanti. In generale, sono i days after delle primarie dem a contare quasi più del giorno del voto in sé: i vincitori vengono infatti celebrati e si indagano le possibili cause dell’affermazione; i vinti conducono un approfondito esame di coscienza, spesso con larga dimensione mediatica. Da quello che gli sconfitti dicono si capirà, esplicitamente o tra le righe, se continueranno la corsa o si ritireranno. In quest’ultimo caso, si tratta quasi sempre di una mossa decisiva, perché il candidato che decide di fare il classico “passo indietro” di solito consegna un più o meno ampio bacino di voti a un altro collega ancora in sella.

Ed è esattamente quello che è successo dopo che il ciclone Biden si è scaraventato sulle primarie, di fatto azzerando tutti i dibattiti politici, economici e socio-antropologici che avevano caratterizzato la prima fase della corsa. Com’è possibile, ci si chiedeva, che Sanders possa fare una cavalcata solitaria fino alla fine delle consultazioni democratiche? Perché, nell’America di Trump, Pete Buttigieg sembra aver conquistato un exploit senza precedenti, semisconosciuto, squattrinato e persino omosessuale dichiarato com’è? Come fa Elizabeth Warren, un’altra “radicale”, a conquistare consensi e a proporre con apparente forza una seria alternativa alle candidature maschili? Perché Biden nei primi appuntamenti era stato un disastro?

Tutte queste domande, che hanno appassionato per settimane il dibattito negli USA e nel mondo, potevano essere riassunte in una, allo stesso tempo affascinante e spiazzante: c’è forse aria di un cambiamento nella società e dunque nella politica americana? Beh, per fortuna il Super Tuesday ha rassicurato tutti: no, per niente. Joe Biden, l’ex fedele vicepresidente di Obama per tutti gli 8 anni del mandato, grazie all’exploit di martedì ha conquistato finora la bellezza di 627 delegati, rimontando e sorpassando in una sola volta Sanders, a quota 551. Certo, Sanders ha conquistato la California, Stato progressista per definizione: ma i fortini elettorali servono a poco, se tutto intorno il resto del Paese non ti segue.

Il Paese pare seguire, invece, la proposta moderata di Biden. Che poi in realtà non si capisce ancora bene che proposta sia, ma almeno ha il volto noto e rassicurante di un vecchio squalo della politica. Così rassicurante (participio che fa assonanza con “vincente”), che lo stesso Pete Buttigieg, ritiratosi proprio alla vigilia del Super Tuesday, gli aveva affidato senza esitazioni i suoi delegati. Amy Klobuchar e Beto O’Rourke l’avevano seguito a ruota. L’uomo giusto per battere Trump è l’usato sicuro targato Biden. Con tanti saluti al radicalismo di Sanders, cui gli stessi radicali hanno probabilmente voltato le spalle.

In effetti, pure se Elizabeth Warren, ritirandosi a metà settimana dalla corsa per le primarie, ancora non si sa bene se sarà disposta ad appoggiare Biden, non si vedono particolari speranze residue per il senatore “rosso” del Vermont. Ci si potrebbe aspettare che Warren consegni i suoi delegati a Sanders per questioni “ideologiche”; tuttavia, il fatto che l’ex senatrice non si sia ancora sbilanciata su questo punto non depone bene a favore di Bernie.

Perché Biden?

Lasciamo pure da parte l’altro endorsement illustre a Biden, quello di Michal Bloomberg, che ha dichiarato di ritirarsi e appoggiare Biden pur di battere Trump: il tycoon delle telecomunicazioni ha attaccato costantemente Sanders, la scelta era obbligata. Del resto, la sfida di Bloomberg a Trump ha sempre avuto più i contorni di un duello personale da rodeo che di una contesa politica vera e propria: dovendo rinunciare alla propria candidatura per manifesta inferiorità, Bloomberg ha semplicemente messo a disposizione del più forte (e moderato), Biden, il suo gigantesco apparato finanziario e mediatico.

La domanda nuova a questo punto è: perché Biden si avvia a vincere le primarie dem? Perché non si riesce negli Stati Uniti a fare il salto di qualità verso un nuovo livello di politica più attenta ai bisogni sociali, a cominciare dalla definitiva apertura alla sanità pubblica e alla migliore trasparenza nella gestione dei capitali? La risposta è semplice, ed è che la domanda non ha senso, per vari motivi.

In primo luogo, se in tutto il mondo la sinistra arretra o annaspa, come poter chiedere a un elettorato come quello statunitense di compiere definitivamente un passo verso una maggiore “sinistrizzazione” del Paese? Pensare che Sanders ce la possa davvero fare a giocarsela con Trump significa non avere un buon polso del modo di pensare dell’opinione pubblica americana, che considera “socialiste” e rivoluzionarie delle misure che nel welfare delle democrazie europee sono naturalmente presenti dal dopoguerra.

In secondo luogo, Biden ha vinto il Super Tuesday perché era effettivamente così che doveva andare, una volta che il campo elettorale si è allargato agli Stati più popolosi. I contesti finora pronunciatisi, peraltro col disastro dei caucus in Iowa, con quelli in Nevada e col microscopico New Hampshire, per fare gli esempi più noti, non potevano essere indicativi. Tant’è vero che, alla prima sfida “seria” alla vigilia del Super Tuesday, quella in South Carolina, ha vinto Biden. Non si è trattato di un buon viatico per gli altri candidati, considerato che proprio in seguito a quell’occasione Buttigieg aveva annunciato di ritirarsi per appoggiare l’ex vicepresidente.

E poi c’è la questione meramente politica interna al Partito. Biden è stato indirettamente l’uomo chiave dell’impeachment: è per inguaiare lui, attraverso il figlio, che Trump è stato accusato di violare la Costituzione. Perciò, l’eventuale riscatto di Biden può essere anche l’eventuale riscatto dei dem, sonoramente bastonati dall’esito del voto al Senato sulla messa in stato d’accusa del presidente. Dopo le primarie, far correre Biden contro Trump sarebbe come affidare il giudizio sull’impeachment al tribunale dell’opinione pubblica: in questo contesto, stavolta il sogno di Sanders appare semplicemente fuori posto.

Il Super Tuesday e tutti i “Super Days” fino ad oggi hanno dunque dato il responso più naturale e plausibile, nonostante l’opinione di molti analisti. Non vuol dire che fosse facile prevederne l’esito, ma semplicemente che la vittoria di Biden era una delle opzioni più credibili sul tavolo elettorale. Improbabile che il quadro possa cambiare radicalmente, con Stati meno popolosi ancora in lizza e il solo New York davvero interessante per Sanders, soprattutto se Warren alla fine si piegherà alla logica di partito e appoggerà più o meno esplicitamente Biden.

Intanto, Lui aspetta.

Nota a margine, o postilla semiseria. Nel frattempo, mentre i democratici si accordano su come gestire il post Super Tuesday, Lui dallo Studio Ovale osserva e se la ride. L’aveva detto, Lui: Buttigieg si ritira per favorire Biden e affossare Sanders! I tweets non mentono. The Donald sta lì, al calduccio, ad aspettare il suo sfidante, che già sapeva sarebbe stato Biden. La sua nemesi, il “nano” (ipse dixit) Bloomberg, si è fatto fuori da solo nonostante gli strapagati meme. Lui sa già che correrà alle presidenziali 2020 per la sua riconferma: ha conquistato finora 1276 delegati in tutti gli Stati in cui si sono tenuti le primarie repubblicane, ma alzi la mano chi era al corrente che quest’anno c’erano, le primarie repubblicane. Forse a stento lo sapeva Lui, tanto è sicuro di rivincere.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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