gilet gialli

I primi blocchi ai “rond-point” e nelle autostrade erano stati sottovalutati da tutti. In Italia, in tanti pensavano che i gilet gialli facessero la fine del meno fortunato movimento dei forconi, una storia ridicola e che forse sarebbe meglio non rievocare per le sceneggiate dei “leader” di quella roba lì. È complesso, ad oggi, parlare di Gilet Gialli come organizzazione, o come categoria che mette insieme un gruppo di persone, di fatto stiamo parlando di un vero e proprio movimento spontaneo, non organizzato, né diretto da qualcuno.

La caratteristica di questo movimento dei Gilet Gialli sta nella moltitudine di persone che lo popola, che non lo dirige verso qualcosa, ma che lo anima. Non di destra, nemmeno di sinistra, questo leit motif ci ricorda la nascita del M5S. Grillo, però, aveva dietro Casaleggio, il cui obiettivo era di creare un soggetto politico organizzato sulla rete, insomma, i Cinque Stelle sapevano cosa stavano facendo e cosa volevano diventare, perché dietro avevano una mente che aveva già organizzato tutto.

I Gilet Gialli non sono la replica dei grillini perché hanno una composizione ed una storia diversa, al loro interno vi si ritrovano tutti, ma davvero tutti: persone legate ai partiti di opposizione al Governo, sindacati, centri sociali, gruppi anarchici e gruppi legati alla destra francese.

Allora chi sono i Gilet Gialli?

I Gilet Gialli sono figli della rabbia e della povertà diffusa che la globalizzazione ha prodotto nelle periferie delle grandi metropoli. Se dovessimo fare un esempio, i Gilet Gialli sono quella parte di popolazione che non vive il centro cittadino globale, dove le persone vivono con l’efficenza dei mezzi pubblici, godono di uno Stato tutto sommato presente, lavorano dove si concentra la ricchezza.

I Gilet Gialli abitano fuori da questo contesto, arrivano dalle zone meno ricche, usano l’automobile per spostarsi tutti i giorni, non possono abitare il centro perché non ne hanno i mezzi economici. Sono le famiglie della vecchia classe media degli anni ’80 e ’90 che hanno visto la frantumazione dei loro diritti, dell’intermediazione, della crisi di rappresentatività della democrazia liberale, che hanno visto gli effetti negativi sui loro salari dell’aumento delle tasse ed una conseguente e progressiva perdita di potere di acquisto.

In sostanza, i Gilet Gialli sono tutti quelli che si alzano la mattina alle 6.00, prendono l’auto, guadagnano 1200 euro al mese, tornano alle 20.00 e che, con il tempo, hanno visto ridursi l’APL (aiuto per pagare l’affitto), scomparire l’ISF (tassa sui grandi patrimoni), l’aumento dei prezzi della benzina, l’aumento del costo della vita in un periodo di crisi profonda dell’economia.

Cosa vogliono i Gilet Gialli?

La risposta è ben più complessa di quella che si immagini, perché la questione di fondo è molto più strutturata di quanto si pensi. Innanzitutto, i Gilet Gialli sono un movimento di insurrezione moltitudinario e anche, per certi versi, prerivoluzionario. Il popolo dei Gilet Gialli non chiede di essere rappresentato, è orizzontale e vuole rimanere tale, perché ha respinto, più volte, la tendenza organizzatrice del movimento, quando ci fu il tentativo di dare un volto alle proteste, un nome all’organizzatore, una teoria alla protesta.

Si può affermare che questo movimento è figlio di chi ha voluto distruggere le classi medie, di chi ha azzerato l’intermediazione tra lo Stato ed i cittadini, operato nel modo che i Comuni e i suoi Consiglieri si riducessero a degli organi amministrativi di riscossione delle tasse.

In quest’ottica i Gilet Gialli si inseriscono nella crisi della democrazia Liberale, affermandone i limiti ed evidenziandone le crepe: non vogliono rappresentanza, né dialogo, ma democrazia diretta e partecipazione.

La rappresentitività è in grave crisi da molti anni e i partiti politici di destra e sinistra hanno provato a nascondere la polvere sotto il tappeto, non immaginando minimamente le conseguenze del loro comportamento cieco e senza visione di lungo termine. La società per come era immaginata è profondamente mutata, bisogna organizzare la risposta ad un mondo completamente diverso da quello conosciuto 20 anni fa. Non è finita la lotta di classe, ma è mutata, è spuria, non è la stessa e non usa le parole d’ordine del Novecento.

È chiaro che, dopo l’atto X dei Gilet Gialli, la protesta non si fermerà, perché questo Movimento è ben più ampio e profondo di quanto si immagini. La sensazione è che in Francia si stia costituendo un movimento anti globalizzazione ed anti capitalista, senza averne realmente accettato la teoria, ma sicuramente avendo accettato la prassi: rifiuto dell’organizzazione dello Stato liberale, lotta contro le organizzazioni finanziarie (banche), odio verso l’Europa come mera istituzione che non lascia sovranità agli stati membri.

Per evitare che questa protesta scivoli progressivamente verso destra, la sinistra radicale dovrebbe immergersi in questo Movimento. L’obiettivo non sarebbe quello di dirigerlo, ma di creare un’egemonia culturale che porti a dare forza alla prassi, costruendo una protesta che diventi interprete di un cambiamento radicale.

Macron e l’incubo delle Europee tra le proteste dei Gilet Gialli

A parte le battute di cattivo gusto su Emmanuel Macron, ciò che sta vivendo il Presidente della Repubblica francese è qualcosa di inedito nella storia dei movimenti, perché inedita è la crisi: lo Stato Liberale è sotto attacco, da più parti, da un lato i populisti di destra, dall’altro una sinistra radicale che tenta di riorganizzarsi. I gilet gialli, ormai, alla decima apparizione in piazza, sono diventati un simbolo, pian piano diventano una comunità ed è ciò che Macron teme.

La risposta di Emmanuel Macron alla crisi è stata quella di dare seguito ad alcune richieste del movimento, in più ha lanciato una grande campagna di ascolto e dibattito nazionale, che coinvolge i sindaci di tutte le città francesi. La risposta dell’atto X dei gilet gialli a Macron significa che il tentativo del Presidente della Repubblica francese non è certamente risolutivo.

Ciò che i francesi chiedono è: maggiore democrazia, maggiore potere d’acquisto, progressività fiscale, volontà di incidere nei percorsi democratici che portano all’approvazione delle leggi in Parlamento. La rappresentanza non è più abbastanza.

La sensazione è che Macron più che tendere davvero la mano ai gilet gialli stia tendendo la mano a quella parte moderata del Paese delle grandi città metropolitane, catalizzando il consenso moderato sulla sua figura.

Il suo obiettivo politico sono le europee e sa di non poterle perdere perché la sconfitta politica, unita alla protesta di piazza, porterebbe ad una crisi della democrazia francese e delle istituzioni repubblicane.

La sconfitta di Macron alle europee porterà alla caduta del Parlamento? Questa è soltanto una delle domande da porsi, fin da subito, per cercare di comprendere cosa accadrà in Europa a partire dal giorno successivo di quella che sembra essere una vera ecatombe per la democrazia liberale.

Luca Mullanu