Conte governo

La voce del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha riempito l’aula di Palazzo Madama di stupore e incredulità. Una lectio da docente, più che da politico, per concludere i suoi primi 14 mesi di mandato. Almeno in questo governo. Subito dopo di lui, gli interventi di Salvini, Renzi, Bernini, La Russa e Taverna tra gli altri provano a chiarire il quadro della situazione sulle possibili alleanze. Di Maio silenzioso. Conte si è dimostrato un personaggio dedito al mantenimento degli equilibri istituzionali e questo potrebbe essere determinante a suo vantaggio.

Le Comunicazioni di Conte al Senato

Magistrale il discorso pronunciato dal premier Giuseppe Conte, in cui sono emersi il suo risentimento per la crisi “ferragostana” e l’ammissione di aver trovato il coraggio politico di dimettersi. Una nota stonata quel continuo richiamo all’amicizia tra le due forze politiche che l’hanno portato a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio. Si è rivolto a Salvini con l’epiteto “Caro Matteo”, mentre gli rivolgeva le accuse per il tramonto del Governo del Cambiamento e il durissimo attacco per l’accostamento tra slogan politici e preghiere. Conte si è anche espresso sull’immigrazione: si è assunto la responsabilità per le azioni di governo e ha detto che la politica di governo sull’immigrazione era stata già ampiamente scandita dal suo intervento risalente a giugno 2018, sui tavoli di contrattazione europei.

La sua filippica contro Salvini gli ha permesso di palesarsi come una figura dedita al mantenimento delle istituzioni, capace di generare equilibri e sanzionare i trasgressori, che fa di lui un personaggio interessato al giudizio degli altri, così come dimostrato dalla sua permanenza in aula per ascoltare il susseguirsi degli interventi. Il Ministro degli Interni, nella sua visione, ha perseguito interessi personali e di partito, nell’incoscienza di chi proclama una crisi pur non dimettendosi dal suo incarico. Nel corso del suo mandato, Conte non ha accentrato su di sé le luci della scena, ma ha lasciato che lo facessero, a loro modo, Salvini e Di Maio, coloro che adesso pagano le conseguenze della crisi di governo.

Salvini è intervenuto dai banchi, lanciando accuse discontinue e poco strutturate, chiudendo con un minimo spiraglio di speranza sulle sorti del governo “per concludere i progetti ancora in campo“. Si è dimostrato poco lucido in tutta la faccenda: ha lanciato la crisi, poi ne ha individuato una lieve risoluzione nel taglio ai parlamentari; ha incolpato il M5S di aver avviato contrattazioni con il PD mesi fa, per poi ritirare la mozione di sfiducia.

Governo Conte Senato
Fonte: EcodiBergamo.it

Come riportato da Open, le parole di Matteo Salvini di qualche giorno fa: «Stiamo facendo i conti con la disperazione di persone che non vogliono mollare la poltrona. Chi ha la coscienza a posto e ha lavorato bene non ha mai paura delle elezioni. Io a votare andrei anche domani mattina, se si potesse». Ieri, nel citare Cicerone, si è descritto come un uomo libero da padroni, non legato alla poltrona e pronto a rimettersi in gioco attraverso la consultazione elettorale. Le sue espressioni facciali comunicavano tutt’altro.

Di Maio è rimasto in silenzio; la sua inadeguatezza ha messo in discussione il suo ruolo di capo politico del Movimento 5 Stelle. Sulla base di questo, Conte ha ribadito che il suo discorso era volto a rinvigorire la cultura costituzionale e la sensibilità nei confronti delle regole e, se Salvini non avesse avuto il coraggio, si sarebbe assunto la responsabilità di metter fine a questo governo. E così è stato.

Esiste una maggioranza

Seppur ideologicamente distinta, esiste una maggioranza parlamentare composta dai gruppi a cui non conviene tornare alle urne.

Il PD sta vivendo una vera e propria mitosi. Prima che si accendesse la crisi di governo, le varie correnti interne stavano preparando la Leopolda di ottobre per individuare un ipotetico leader e per conoscere le sorti della bramata scissione da parte di Renzi e/o di Calenda, che continua a essere il più fermo nell’esprimere la propria contrarietà a un governo con i grillini. Zingaretti continua a sorridere, ma al Nazareno c’è un gran fermento.

Conte Senato Renzi
Fonte: ilSussidiario (LaPresse)

Da un lato qualcuno immagina un governo di scopo di breve termine, per scongiurare l’aumento dell’IVA dal 22% al 25%; dall’altro lato, c’è chi immagina un governo istituzionale che porti a conclusione la legislatura. Nel frattempo, il PD ha ritirato la mozione di sfiducia, anche per coprirsi le spalle in vista delle consultazioni. Renzi ha dichiarato apertamente che non farà parte del nuovo governo, dopo un lungo intervento al Senato. Avendo a cuore un’azione di governo che contrasti l’imminente recessione, appoggerà una nuova alleanza che sappia rispondere a tali esigenze per tutelare “le famiglie ed i consumatori“. Non nasconde, tuttavia, la sua soddisfazione nel lasciare che sia Zingaretti a prendere l’ardua decisione, cruciale per le sorti del Partito Democratico, di sedersi al tavolo con gli eterni rivali.

L’area a sinistra del PD attualmente non esiste, non ha chance di competere per poter superare la soglia di sbarramento e riorganizzarla richiederebbe un impegno che non può consumarsi nell’arco di qualche mese. LeU dovrebbe decidere, a questo punto, se offrire o meno appoggio esterno alla futura coalizione.

Infine, per il M5S tornare al voto significherebbe aver fallito alla prima esperienza al governo, per tornare all’opposizione e dover salutare i volti più amati del Movimento, che giungono nell’attuale legislatura al secondo mandato. Per rispettare il regolamento interno, non potrebbero ripresentarsi alle prossime elezioni. Il passaggio di testimone da Di Maio a Di Battista (o a Fico) non è ancora stato compiuto e un governo con il centrosinistra potrebbe essere una buona palestra per entrambi.

Tra i banchi opposti ci sono coloro ai quali conviene far tabula rasa e ripartire da zero: dagli ultimi sondaggi pare che l’unione sovranista tra Lega e Fratelli d’Italia potrebbe, da sola, superare il 40% e aggiudicarsi la maggioranza. Dalle parole di Bernini, anche Forza Italia vorrebbe tornare al voto.

Perché potremmo non andare al voto?

Sembrerebbe che al di fuori dei palazzi si consumi una situazione opposta rispetto a quella che vige al loro interno. L’Istituto Tecnè, in realtà, ha rivelato che “il 45 per cento degli italiani non voterebbe per nessuno dei partiti in corsa allo stato attuale delle cose“.

Fonte: EcodiBergamo.it

Sulla base dei voti ottenuti il 4 marzo 2018 e poi tramutati in seggi, un governo PD-M5S sarebbe più solido del precedente governo gialloverde. La mossa di Giuseppe Conte potrebbe non essere casuale: la sua scelta di dimettersi, decidendo di non passare per la votazione della mozione di sfiducia, potrebbe essere lungimirante in vista di un Conte-bis, mai sfiduciato, e questa volta di segno opposto. E questo vorrebbe dire che il più silenzioso tra i tre, colui che ha assecondato senza sbilanciarsi, è stato quello che ha giocato meglio le sue carte. Sembra una puntata di House of Cards, invece è soltanto un’altra pagina del laboratorio politico Italia.

Il lavoro del presidente della Repubblica Mattarella sarà quello di consultare le forze politiche per immaginare nuovi scenari. I social, nel frattempo, brulicano di meme a suo favore. La tecnica del blasting ha colpito ancora, seppur con ingiustificato ritardo.

Sara C. Santoriello

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