Si fa presto a chiudere i conti con la terra di nessuno: un bel giorno qualcuno decide che hai fatto abbastanza. Puoi salire su un treno e dire addio all’orrore. Per tre anni infiniti hai servito la patria con onore, mischiando sangue e sudore al fango delle trincee, con sacchi di sabbia a farti da tetto. Hai dormito fra cadaveri, visto amici saltare in aria e ingoiato qualunque cosa potesse scacciare via la fame per un po’. Hai combattuto l’ultima delle guerre di posizione, la Grande Guerra, dove ancora si guardava in faccia il nemico prima di sparargli e si battagliava per settimane alla conquista di qualche metro di terreno. L’alternarsi di cannonate, fischi di proiettili e silenzi malati di terrore hanno scandito i tuoi giorni. Ma ce l’hai fatta. Sei libero. Puoi tornare a casa e ricominciare a vivere. Forse.

Dove va a finire la guerra dopo che la si è combattuta?

Eraldo Baldini, maestro del noir italiano, parte da qui. Terra di nessuno viene pubblicato nel 2001, dopo alcuni grandi successi come Faccia di sale e Gotico rurale, nei quali lo scrittore romagnolo, da grande amante della sua terra d’origine, aveva coniato una nuova maniera di fare horror, tutta nostrana, in cui ai consueti capisaldi del genere (terrore, suspense, fantasmi e fobie) si andavano a legare paesaggi e aneddoti delle campagne italiche, ricolme di vissuto e da sempre avvolte nel mistero. Proprio da queste campagne provengono i quattro protagonisti di Terra di nessuno: quattro reduci della Prima Guerra Mondiale che, rientrati ognuno alla propria casa dopo tre anni di combattimenti, presto si rendono conto che qualcosa dentro di loro è cambiato in maniera insovvertibile. Incubi di bombardamenti e corpi dilaniati dalle schegge, incomunicabilità coi propri cari, un vuoto dentro che divora; l’inferno della trincea che riaffiora ogni volta che il pensiero trova il tempo di posarsi. Non c’è via d’uscita: il tanto bramato ritorno a casa diventa presto un insipido susseguirsi di giornate tutte uguali dove nulla sembra avere più senso.

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Eraldo Baldini (Fonte: ravennanotizie.it)

«Non vedevo l’ora di tornare, mi mancavano casa mia e la mia famiglia, mi mancava persino il negozio, e adesso che sono qui mi pare che tutto sia diverso, che tutto mi vada stretto. O forse mi va troppo largo. Non sono più la stessa persona, Adelmo»

Quando si è gli unici testimoni dell’inferno, riaffacciarsi alla normalità è troppo complicato. Non si è più fatti per la comodità, e il caldo sapore di casa non sazia più. Per non scomparire nel buio dei propri incubi, bisogna andarsene di nuovo. Enrico, Adelmo, Martino e Settimio si ritrovano allora per rimandare, almeno per un po’, il ritorno alla vita quotidiana e partono insieme a Cadorna, il somaro di Adelmo, per i boschi dell’Appennino Tosco-Emiliano, per lavorarci come carbonai. Loro quattro, la natura e un lavoro che Settimio conosce a memoria: la pace interiore non sembra poi così un miraggio.

Eppure, quando la guerra la si ha dentro di sé, scappare non basta: per qualche motivo, niente di ciò che hanno pianificato i quattro amici funziona a dovere e ben presto quella che doveva essere una riassestante vacanza-lavoro si rivela un nuovo scenario infernale, questa volta più astratto ed enigmatico, ma non meno inquietante. Quelli che all’inizio appaiono come semplici contrattempi e imprevisti atmosferici, nel giro di qualche giorno diventano sistematici indizi di un incubo che vuole rivelarsi: la terra di nessuno non li ha abbandonati. Come nelle più classiche poesie simboliste, la natura si carica di mistero e diviene ostile, claustrofobica, perversa. Districarsi al suo interno è un’impresa impossibile. Il bosco fitto si erge come un muro impenetrabile e i lamenti dei suoi animali si impossessano della quiete della radura.

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Fonte: pinterest.it

«Il freddo aumentò, spinto avanti dalle nuvole nere e compatte che andavano a chiudere il cielo alla guisa di un coperchio di ferro (…) Il buio pareva uscire di tra gli alberi per invadere la radura. I profili dei monti neri di boschi si confondevano già col cielo scuro di notte e di nubi.»

Il rapido procedere del romanzo si infoltisce di enigmi irrisolti: il contadino che dovrebbe fornire le provviste non si palesa da giorni, e da qui inizia un affannato girovagare per i boschi dei quattro amici, in cerca di vivande. Ma più cercano e si interrogano, più si scontrano con un ambiente esterno che assomiglia sempre di più al ricordo tenebroso della trincea. Vecchie ferite di guerra si riaprono e tornano a pulsare sui loro corpi. La Paura riprende possesso delle loro menti, mescolando realtà a visioni allucinate. Un lupo dallo sguardo glaciale e cieco da un occhio sembra seguire ogni loro passo, come a simboleggiare un graffio sul cuore che non se ne andrà più, il grande Nemico invincibile. Ritrovano cadaveri, riscoprono odori e sapori acri, che speravano di non risentire mai più. La fame che annienta, il gelo che toglie il sonno: tutto sembra volersi ripetere per ricordar loro che la terra di nessuno li abita ancora e mai smetterà di farlo.

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La vita dei soldati nelle trincee – Prima Guerra Mondiale (Fonte: liceodavinci.tv)

« «La terra di nessuno..» mormorò Adelmo.  
«Si. Forse non è solo nelle zone di guerra: può essere ovunque. O forse noi ce la siamo portata dietro, ci ha seguito come un fantasma, come una malattia; ce l’abbiamo addosso, ci impregna, come la puzza del sudore fa con i vestiti»  »

Nel giro di pochi capitoli il nero del cielo si mescola a quello dei brutti presagi. I quattro personaggi di Baldini precipitano nei meandri delle loro angosce, mettendo a repentaglio persino l’amicizia fraterna che li lega, mentre una domanda costante rimane viva in chi legge: l’orrore sta fuori, oppure dentro di loro? La risposta si può solo immaginare.

Non sappiamo che fine fanno i personaggi, tutto finisce risucchiato dal mistero e fino all’ultimo non c’è modo di tirare un sospiro di sollievo. Ogni cosa si frantuma e ogni sforzo è vano. Forse, per rinascere, occorre prima accettare che qualcosa ci è morto dentro. Quando il dolore parla a voce così alta, forse occorre rassegnarsi all’ascolto, anche a costo di rimanere soli.

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Fonte: reggionline.com

«Tornò al centro della radura e si sedette al tavolone. Intorno, solo silenzio e spazi enormi pieni di alberi alti. Si sentì un eremita in attesa di veritàa lungo cercate e mai trovate, un generale degradato e sconfitto in una fortezza assediata e vuota, un viandante perduto su strade che nessuno aveva percorso mai. Si sentì un piccolo uomo al centro di un universo muto, incomprensibile e ostile. Si sentì quello che era, un reduce dolorosamente sopravvissuto e stanco.»

Ecco, allora, dove va a finire la guerra. Si insinua subdola dentro l’anima di chi l’ha vissuta sottoforma di fantasmi, incubi, pene interiori da scontare. La Terra di nessuno delle trincee, popolata di morte, vomito e sangue non è un luogo fisico, non più. La guerra, quella degli uomini che la combattono, non finisce con una resa o con una stretta di mano fra potenti. Pianta i suoi semi del male e come un cancro si espande, circola e alimenta sé stessa con tormenti che arrovellano il sonno, i pensieri e tutta l’esperienza del reale. Risucchia la vita e avvolge tutto, persino la natura, che riesce a farsi nemica e vestirsi di abiti tenebrosi.

Daniele Benussi

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