Vanessa_Nakate; COP26
Fonte: Wikimedia Commons

Denominato come “evento del decennio”, la COP26 è terminata pochi giorni fa fra pareri contrastanti degli osservatori: chi parla di decisioni storiche su alcuni punti e chi invece lo definisce il peggior accordo al ribasso. Effettivamente, le grandi aspettative dovute alla pandemia e alle grandi manifestazioni in piazza sono state deluse. Vanessa Nakate, prima attivista ugandese dei Fridays for Future e fondatrice di Rise Up Climate Movement, quasi al termine del summit aveva parlato della necessità di un fondo separato per i danni e le perdite causate dal cambiamento climatico nei Paesi più vulnerabili. Tuttavia, nel Glasgow Climate Pledge, gli impegni presi durante la conferenza, non sono presenti i 100 miliardi promessi al Sud Globale per la transizione ecologica, mentre i Paesi ricchi non hanno intenzione di impegnarsi a pagare il fondo separato per i danni e le perdite.

L’attivismo africano per il clima e il ruolo di Vanessa Nakate

Vanessa Nakate è la prima attivista ugandese del movimento Fridays for Future e divenuta la voce principale africana contro il cambiamento climatico. «Siamo responsabili solo del 3% delle emissioni globali di Co2, ma ne subiamo molto di più le conseguenze» ha affermato durante il suo discorso a Milano all’apertura dello Youth4Climate quest’anno, tuonando con la celebre domanda: “Who is going to pay?” (Chi pagherà?). Approdata a Madrid nel 2019 in occasione della COP25, Vanessa Nakate è riuscita nell’anno seguente ad essere inclusa nella lista delle 100 donne più influenti stilata dalla Bbc. 

La giovane attivista ha iniziato le sue proteste solitarie proprio nel 2019 davanti al Parlamento ugandese negli stessi giorni in cui nel resto del mondo si radunavano i Fridays for Future. Seguita da altri giovani Vanessa Nakate fonda “Youth for Future Africa”, rinominata in seguito “Rise Up movement” con l’obiettivo di dare voce agli attivisti africani e sensibilizzare i giovani sugli effetti, le cause e i pericoli del cambiamento climatico. Ha inoltre condotto una campagna per salvare la foresta pluviale del Congo dalla deforestazione massiccia ed è coinvolta in un progetto che si occupa di installare stufe solari nelle scuole. Il primo incontro virtuale con Greta Thunberg è avvenuto nel 2020 con un appello dell’attivista svedese per l’Africa su Twitter in cui ha condiviso la storia di Vanessa Nakate e delle proteste in Uganda. 

Giovane, donna, africana. La voce di Vanessa Nakate porta visibilità alle problematiche di un continente intero che sta vivendo in maniera drammatica gli effetti del cambiamento climatico, pur avendo contribuito in minor misura alle emissioni di gas a effetto serra. Sul palco dello Youth4Climate l’attivista ha duramente evidenziato:

«Negli ultimi anni ho assistito sempre di più all’impatto della crisi climatica sul continente africano. È assurdo perché l’Africa emette meno Co2 di tutti i continenti, escludendo l’Antartide. Molti africani stanno morendo, mentre tante altre hanno perso i mezzi di sostentamento. La siccità e le inondazioni hanno lasciato alle persone solo dolore, agonia, sofferenze, fame e morte».

Quasi premonitrici sono state le sue parole nei primi giorni della COP26 a Glasgow, in cui sfidava i leader mondiali a prendere decisioni vincolanti e drastiche senza perdersi in promesse mai mantenute:

«Ci sono state 25 COP prima di questa e ogni anno i leader arrivano alle negoziazioni per il clima con nuovi appelli, impegni e promesse. E mentre ogni COP arriva e finisce, le emissioni continuano a salire. Quest’anno non sarà diverso. Si prevede che le emissioni di Co2 nel 2021 avranno un incremento annuale che è il secondo più grande della storia».

Vanessa Nakate, COP26
Fonte: Instagram//vanessanakate1 ” Un ritardo qui, un ritardo là, una promessa tradita qui, una promessa tradita là, un impegno lì, un impegno là e poi vi sedete comodi- sapete cosa viene dopo? Perdite e danni. Dobbiamo mettere Perdite e Danni al centro delle negoziazioni della COP26. Fateci vedere i soldi!”

I due grandi fallimenti della COP26: il fondo separato per i Paesi vulnerabili e i 100 miliardi per la transizione

Uno degli appelli di Vanessa Nakate durante lo svolgimento della COP26 ha riguardato il fondo separato per limitare i danni e le perdite causate dal cambiamento climatico. I Paesi del Sud Globale faticano infatti ad adattarsi alla crisi climatica e necessitano di aiuti maggiori per far fronte alla fame, alla perdita della casa e del lavoro. “Abbiamo bisogno di più finanza per le comunità in prima linea sulla crisi climatica” ha chiesto la giovane attivista. 

Purtroppo, la COP26 ha fallito proprio su questo punto: ai Paesi vulnerabili che affrontano già da ora gli effetti più negativi del cambiamento climatico non verrà garantito il fondo denominato “Loss & Damage” per coprire le perdite e i danni di una crisi climatica che non hanno provocato. Le emissioni di Co2 nell’atmosfera provengono al 92% dai Paesi cosiddetti industrializzati, che ora se ne lavano le mani. Vani sono stati i proclami dell’attivista maori India Logan-Riley e del ministro degli esteri di Tuvalu Simon Kofe con i piedi immersi nell’acqua dell’oceano che chiedevano a gran voce di non lasciarli affogare.

Il secondo grande fallimento di questa COP26 è stato il mancato raggiungimento della quota per la transizione ecologica dei Paesi del Sud Globale. Ben 100 miliardi erano stati promessi dai Paesi del Nord del mondo 12 anni fa, durante la Conferenza Onu sul clima a Copenaghen. Ogni anno questa promessa non è stata mantenuta, pur trattandosi di una cifra irrisoria, del tutto inadeguata a finanziare gli interventi di adattamento e di mitigazione ai rischi derivanti dai cambiamenti climatici. Ancor più sconvolgente è il paragone fra questa cifra e l’ammontare dei sussidi ai combustibili fossili concessi in tutto il mondo: 11 milioni di dollari al minuto. 

Quest’anno la Conferenza Onu sul clima ha presentato il più alto numero di partecipanti di sempre, fra negoziatori, stampa e osservatori. Ça va sans dire, le aspettative erano altissime, ma la sfida lanciata da Vanessa Nakate non è stata raccolta. I Paesi più ricchi non si sono assunti le proprie responsabilità, facendo sfumare i finanziamenti per i Paesi più vulnerabili. Si è deciso deliberatamente di lasciare affogare i più fragili.

Rebecca Graziosi

Dottoranda in Global Studies e laureata magistrale in Scienze internazionali e diplomatiche. Mi interesso di femminismi, questioni ambientali e approcci di economia alternativa.

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