Emigrazione giovanile: la fuga di cervelli (giovani) è l'unica soluzione

Volge al termine il secondo decennio del nuovo secolo e quello che sappiamo è che l’emigrazione giovanile, conosciuta anche attraverso la narrazione della “fuga di cervelli“, per un giovane è un’esperienza di vita che, se aggiunta al proprio curriculum vitae, verrà premiata nel mercato del lavoro. Tradotto in altri termini, un ricatto generazionale per i Millenials in nome della flessibilità e della possibilità di riscatto per l’assenza di prospettive reali nel Paese d’origine.

L’emigrazione dei cervelli

Nel maggio del 2018 il titolo di un articolo tuonava La fuga di cervelli diventa esodo, riprendendo i dati pubblicati dall’ISTAT in cui si evinceva che nel 2016 l’Italia aveva “perso” 10mila dottori. Qualche mese dopo, Tito Boeri riportava qualche cifra: «Nel confronto pubblico degli ultimi mesi si è parlato tanto di immigrazione e mai dell’emigrazione dei giovani, del vero e proprio youth drain cui siamo soggetti», circa 115mila persone tra i 25 e i 44 anni nel 2016.

Secondo il centro studi IDOS, nel 2017 quasi 285mila cittadini hanno lasciato l’Italia. Un flusso costante in direzione Nord: quelli del centro-Nord si dirigono in Europa, principalmente verso Germania (a corto di medici) e Regno Unito; quelli del Sud e delle Isole si spostano nel Nord Italia. Quasi un terzo sono laureati che preferiscono mansioni poco qualificate all’estero, piuttosto che lavori a intermittenza nel Paese d’origine.

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Moderne Odissee è il titolo del libro di Antonio Morabito, diplomatico italiano, in cui si parla della diaspora delle giovani menti in esilio, che è facilmente percepibile a partire dall’esclusione dalle opportunità lavorative stabili, in un contesto, come quello italiano, in cui si verifica il fenomeno dello “impoverimento dei più poveri“. Finita l’università ci si rende conto che bisogna rimboccarsi le maniche, ma la maggior parte dei giovani resta al palo. Per questo, l’emigrazione giovanile diventa un’opzione da prendere in considerazione.

A tutto questo si associa una tendenza generale delle aziende a premiare chi si dimostra flessibile, nonostante il sacrificio che questo comporta. Quindi addio stabilità, addio posto fisso e benvenute precarietà, incertezza e individualismo. Le aziende premiano la malleabilità, la capacità di adattamento all’estero. Il ricatto generazionale è approfittare di un’opportunità che allontana i giovani dalle relazioni umane, i quali reputano di dover vivere un’esperienza di lavoro (e di vita) all’estero come una forma di rivincita.

Pochi giorni fa, ‘O Zulù e Jovine hanno lanciato un nuovo singolo dal titolo Il Traffico. Un’analisi attenta della società moderna, afflitta dagli hate speech e dall’incapacità di selezionare i problemi. Riprendendo alcuni versi del brano: «C’è traffico di uomini, donne e bambini, traffico ai confini per la fuga dei cervelli. Traffico di armi, denaro, di droga e gioielli, traffico di organi e di informazioni intasano i caselli… Traffico delle influenze, di schiave e di schiavi, di voti, favori e licenze, ma il più temuto è senza dubbio chill’ d’ ’o rientro d’ ’e vacanze. Siamo davvero un popolo senza speranza».

L’emigrazione giovanile non è colpa dei giovani

“Colpa vostra se le cose vanno male” è una frase che ripetono spesso gli adulti, per lo più genitori e nonni, nel momento in cui si rendono conto che l’Italia si priva di menti brillanti. A volte, però, ci si dimentica che se un giovane reputa sia meglio fare le valigie è perché per anni gli è stato ripetuto di aspettare, vedendosi scavalcato da persone che non erano realmente in lizza.

I ritornelli si assomigliano tutti: “Vuoi fare un dottorato? Mettiti in fila“, “Per lavorare qui dovrai iniziare un periodo di stage non retribuito, al termine del quale forse ti faremo un contratto” oppure “Sei troppo qualificato, ci dispiace, ma non possiamo assumerti“. Se aumenta l’insoddisfazione, se la disoccupazione giovanile non diventa una priorità della politica, non si impiega troppo tempo a decidere di andar via. Contrariamente a quanto afferma Di Maio, questo è l’unico boom che si registra.

Sul tema dell’emigrazione giovanile si era espresso anche il sociologo Domenico De Masi per Formiche.net: «L’origine di questo grande flusso in uscita, che considero a tutti gli effetti un’emergenza, ha un nome preciso: prospettiva. In Italia a tre anni dalla laurea solo il 53% dei giovani trova un lavoro stabile. Vuol dire che uno su due rimane a casa con la laurea in tasca. In Germania andiamo ben oltre il 70%. Non c’è da stupirsi se più di qualcuno decide di andarsene da qui».

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La maggior parte dei giovani parla un minimo di due lingue e riesce a comunicare in maniera del tutto naturale attraverso internet. Il bacino di scambi, di idee e di esperienze è triplicato rispetto ai propri genitori. Essere cresciuti con l’idea che non ci fossero barriere fa sentire meno vincolati a un solo posto nel mondo. Come dimostra anche il docufilm prodotto dalla Fondazione Cresci Italia Addio, Non Tornerò, emigrare non è mai stato così facile: basta inviare tramite internet i propri curricula per poter fare un colloquio conoscitivo, che può tradursi in uno stipendio adeguato alle proprie competenze. Il problema sorge laddove emigrare diventa una necessità anziché una scelta.

C’è anche chi prova a far sì che la propria esperienza di emigrazione possa servire a qualcun altro per decidere di rientrare: è il caso di Cuebiq, azienda italo-americana. Quattro giovani italiani nel 2016 hanno fondato a Milano una società, con sede a New York, che si occupa di big data. I dati sono incoraggianti, come c’era da aspettarsi: l’innovazione, oggi, si fa attraverso i dati. Uno dei fondatori ha dichiarato: «Puntiamo sul rientro dall’estero dei migliori “cervelli in fuga”», tuttavia, il quartier generale resterà a New York.

All’Italia non fa bene l’emigrazione giovanile

All’estero ci si ritrova in un contesto completamente nuovo. L’ebrezza di poter parlare in una nuova lingua inebria; al contempo, la lingua madre diventa un fardello da custodire, la valvola di sfogo quando non si vuole essere capiti (stesso discorso vale per il proprio dialetto quando ci si sposta in un’altra regione).

In quel nuovo contesto, ci si accorge che anche altrove ci sono delle cose che non vanno, esattamente come accade a casa, con la differenza che dà forza il non conoscere i giochi di potere – e i volti e le storie delle persone non sembrano problemi così insormontabili. Ciò nonostante, avere l’opportunità di tornare in Italia a condizioni dignitose è una speranza sentita da tanti.

L’emigrazione giovanile non è un dato, è il dato, quello capace di rivelare che per scarsa lungimiranza ci stiamo privando di un patrimonio intellettuale, artistico, scientifico e accademico, di cui beneficeranno altri. Il peggio è che, ormai, ne siamo pienamente consapevoli.

Sara C. Santoriello

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