Con 1984 Orwell aveva previsto anche Salvini e Di Maio

Il Sole sorge sia a est che a ovest. Lo zucchero ha un sapore dolce, ma anche amaro, aspro e piccante. Due più due fa tre, quattro e cinque contemporaneamente. Anzi, fa 1984.

Quanto tempo impiegherei a finire in una camicia di forza, se me ne andassi in giro a sostenere affermazioni simili? Con ogni probabilità molto poco. Eppure c’è chi afferma di peggio, e non soltanto è ancora a piede libero, ma governa addirittura su sessanta milioni di persone. Per comprendere di cosa stiamo parlando, però, dobbiamo prima fare un passo indietro, precisamente al 25 giugno 1903.

È in quel giorno che nasce, in India, George Orwell, autore destinato a scompaginare la letteratura novecentesca inchiodata, fino ad allora, ai canoni dickensiani intrisi di bon ton e moralismo tout court, e a influenzare a vario titolo la storia moderna fino ai giorni nostri. Con “1984”, magnum opus della produzione orwelliana, il filone raggiunge il suo apice e la sua piena maturità, nonché il suo punto di non ritorno: nonostante, in seguito, la letteratura distopica abbia continuato a riscuotere successo e a contaminare il mondo delle sette arti (basti pensare alla popolarità di saghe cinematografiche come “Divergent” e “Hunger Games”, o alle più recenti serie tv “The Handmaid’s Tale” e “The Man in the High Castle”, tutte ispirate a romanzi distopici), non v’è dubbio che la comparsa del Grande Fratello abbia rappresentato lo spartiacque cruciale per il genere.

George Orwell, autore di 1984

Erano, quelli della letteratura distopica, anni segnati dai regimi totalitari, squassati da conflitti globali, esasperati da tensioni laceranti che adombravano il mondo con la minaccia atomica. Non è un caso che i più grandi autori che il genere annovera, da Isaac Asimov, il “papà dei robot”, a Aldous Huxley (Il mondo nuovo), passando per Ray Bradbury (Fahrenheit 451) e Philip K. Dick (La svastica sul sole), fino allo stesso Orwell, siano vissuti proprio a cavallo tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo. E non è certo un caso che quel filone letterario sia in grado di fornire, ancora oggi, una chiave di lettura puntuale e a tratti prodromica della realtà odierna, funestata dalle piaghe del nazionalismo e del segregazionismo come e forse più di allora.

Qualche esempio? La notizia che in Cina è in corso la seconda gravidanza con dna modificato, per sviluppare embrioni immuni al virus HIV, ricorda angosciosamente l’ingegneria genetica narrata da Huxley nel suo Mondo Nuovo; ma l’esempio più lampante è offerto dall’Italia di Salvini e Di Maio, proprio sotto i nostri occhi. Ed è qui che ci ricolleghiamo al punto di partenza.

Che “1984” sia una pietra miliare nel suo campo, infatti, è fuor di discussione; tuttavia, mai avremmo immaginato di trovare nel capolavoro orwelliano una visione così profetica della scena politica italiana. Leggere ciò che accade nel’Oceania narrata da Orwell è come sperimentare la narrazione gialloverde in una dimensione parallela. I personaggi stessi sembrano plasmati e modellati sugli individui che ingrossano le fila del Governo Conte, e diventano in tal senso archetipi più che stereotipi, anticipandone perfino le dinamiche dialettiche.

Ecco che Matteo Salvini è il “Big Brother”, la figura autoritaria su cui ogni cosa si impernia, adorata e venerata da tutti, l’incarnazione del leader assoluto che detta legge con la ripetizione asfissiante di motti propagandistici: allora ciò avveniva attraverso il teleschermo, oggi attraverso le dirette Facebook. Roberto Fico è Emmanuel Goldstein, l’antagonista fittizio che finge di ordire e congiurare per sovvertire l’ordine costituito, al fine di attirare su di sé i “due minuti di odio” del popolo e rafforzando in realtà il consenso del Grande Fratello. Luigi Di Maio, invece, è O’Brien, lo scagnozzo che sembra voler aiutare i protagonisti col suo buonsenso, dipinto con tratti di sincera umanità, salvo poi rivelarsi il peggiore dei traditori, il più crudele dei castigatori, il più sadico dei vendicatori. E il primo ministro Giuseppe Conte? È senza dubbio Tom Parsons, lo sfigatello che nessuno sopporta, l’ortodosso per antonomasia, che esegue ogni ordine come un cagnolino ammaestrato in cerca di approvazione, ma viene fatto fuori al primo sbaglio.

Di Maio e Salvini

C’è però dell’altro. Non si tratta soltanto di abbinare personaggi e politici. Quello è un giochino divertente, ma fine a se stesso. È ciò che sta dietro, l’impalcatura, il disegno di fondo, a collimare alla perfezione, e in particolare il concetto di bipensiero, lo strumento che la propaganda utilizzava per insinuarsi nelle menti del popolo e conquistarne il controllo, che Orwell descriveva come la capacità di “credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda, sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo ad entrambe”.

Se vi ricorda qualcosa, siete sulla buona strada. In casa M5S gli esempi abbondano: potremmo citare l’Euro, descritto al tempo stesso come una moneta penalizzante (a proposito, che fine ha fatto il referendum per uscirne?) e la più solida garanzia di stabilità; ci sarebbe la TAV fra Torino e Lione, un progetto che verrà sia portato a termine che bloccato e cancellato; i temuti F35, uno spreco talmente enorme da non poterne davvero più fare a meno, oppure il complesso industriale dell’Ilva, che a giorni alterni va smantellato per ripristinare la salubrità ambientale o rimesso in moto per salvaguardare i livelli occupazionali, e la costruzione del TAP, il gasdotto che oggi verrà annullato e domani invece ampliato, e ancora il MUOS, il condono fiscale, le alleanze, l’adesione alla NATO, il cambiamento climatico, i vaccini, il limite di due mandati… l’intera strategia politica pentastellata è un caso palese (e vomitevole) di bipensiero, di cui i suoi sudditi – parlamentari, attivisti e sostenitori – sembrano essere affetti in maniera irreversibile.

La base grillina sembra in guerra con l’Eurasia e con l’Estasia a seconda del volere del Partito in quel momento. Nessuna domanda, nessuna discussione, nessuna autocritica, solo pura e totale ortodossia. Il caso più eclatante è dimostrato dall’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Diciotti: uno dei capisaldi del Movimento è stato reso ex abrupto un caso particolare, una decisione collegiale sull’operato (indiscutibile, ci mancherebbe altro) del Governo, un incrollabile atto di fede. Da forcaioli a garantisti c’è un solo passo, quello per entrare al Parlamento. Tuttavia, sebbene si possa pensare – e sbandierare – tutto e il contrario di tutto, al momento di agire bisogna sempre compiere una scelta. E per questo provo a immaginare quelli che saranno i nuovi slogan del Partito nell’ormai regime gialloverde con delle piccole aggiunte fra parentesi, proprio come fecero i maiali di un altro masterpiece orwelliano, “La fattoria degli animali”:

La guerra (ai clandestini) è pace (per i contribuenti).

La libertà (di pensiero) è schiavitù (del buonismo).

L’ignoranza (degli elettori) è forza (della Patria).

Emanuele Tanzilli

Immagine di copertina: Enrico Ciccarelli