manifestazione non una di meno roma

Desirèe, Silvia e tante altre. Sono tutte lì le donne vittime della violenza patriarcale, lì alla manifestazione nazionale di Non una di meno a Roma, partita sabato 24 novembre da piazza della Repubblica.

Una manifestazione partecipata, una vera «marea» (come si definiscono le attiviste di Non una di meno), che ha inondato le strade di Roma. Si parla infatti di 200.000 partecipanti, con un altissimo numero di donne di tutte le età.

Manifestazione Non una di meno Roma: le lotte delle donne

Non una di meno ha proclamato, già dai giorni precedenti, uno stato di agitazione permanente che si è concretizzato nella manifestazione nazionale a Roma ma che è destinato a proseguire. Il grido è quello che si schiera contro la violenza sulle donne, contro i femminicidi, contro ogni strumentalizzazione mediatica dei corpi femminili.

La consapevolezza di chi partecipa sta nel fatto che la violenza sulle donne è qualcosa di strutturale al sistema delle nostre società, qualcosa che non solo incide sulla vita di ogni singola donna, ma che non permette una società realmente libera e liberata. A tutto questo si aggiungono le battaglie contro il governo. Come si legge nell’appello per l’assemblea nazionale di Non una di meno prevista per il 25 novembre:

«In Italia un piano coerente e organico lega il Ddl Pillon, le mozioni antiabortiste, il DEF e il decreto Sicurezza: si tratta di misure che puntano a minare l’autodeterminazione, riproponendo un modello patriarcale di società utile a giustificare e approfondire l’impoverimento e lo sfruttamento. Il reddito di cittadinanza proposto dal governo consolida infatti la dipendenza economica, creando gerarchie e divisioni.»

 

I volti e i nomi della manifestazione Non una di meno a Roma

Pullman da tutta Italia sono arrivati a Roma, sabato, per partecipare alla manifestazione. Presenti non soltanto le attiviste di Non una di meno, ma tutto un insieme di associazioni, centri sociali, gruppi femministi, coordinamenti studenteschi: dalla Casa internazionale delle donne (che è la più conosciuta ed è oggi sotto attacco dalla giunta Raggi) a piccole associazioni come Romni Onlus (attiva nel combattere la discriminazione nei confronti delle donne Rom) o Toponomastica Femminile (associazione romana nata con l’intento di intitolare strade e piazze alle donne). Nessuna bandiera di partito, perché qui l’unica lotta politica è quella delle donne ed è trasversale e universale – giusto una piccola rappresentanza dell’Anpi.

C’è anche un afflato internazionale in questo corteo: qualche kefiah della Palestina e qualcosa del Kurdistan colorano di Medio Oriente. Anche qui si tratta di donne che lottano, come nel caso di Rete Jin, una rete di solidarietà con il movimento di liberazione delle donne curde: sono loro, quando il corteo è quasi arrivato alla fine, a danzare in cerchio con una musica curda di sottofondo e con uno striscione che ricorda ancora cos’è successo ad Afrin.

Donne, quindi, che si sono «opposte alle politiche del rancore di questo governo», come sottolineato da Marina di Non una di meno intervistata da Dinamopress. Ma anche uomini: sono tantissimi – anche se non in prima fila – e anche loro portano cartelli con su scritto “No è no” e hanno il simbolo femminista dipinto sulla guancia. La lotta delle donne è fondamentale e di questo cambiamento, però, anche gli uomini sono parte integrante.

Il corteo sfila imponente da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni in Laterano. I manifestanti e le manifestanti sono così numerosi che pare di vedere un serpente lungo alcuni chiilometri, di cui è impossibile capire l’inizio o la fine. Sì, hanno proprio ragione: sono «marea».

 

Elisabetta Elia

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Elisabetta Elia, classe 1992, in lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo.