Luis-Ferdinand Céline Viaggio al termine della notte
Luis-Ferdinand Céline

Era il 17 ottobre 1932. La versione originale del primo romanzo (autobiografico) di Luis-Ferdinand Céline, “Viaggio al termine della notte” (Voyage au bout de la nuit) faceva la sua apparizione, opera che gli valse un contratto da autore e la possibilità, nello stesso anno, di concorrere al Premio Goncourt.

«È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, un fagiolo anche lui, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. “Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!”. Rientro con lui. Ecco. “‘Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua”. Allora, ci accorgiamo anche che non c’era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c’è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: “Quelli di Parigi hanno sempre l’aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità».
E se è vero che non bisogna giudicare un libro dalla sua copertina, è altrettanto chiaro come l’incipit di “Viaggio al termine della notte” parli, con tono forte e inequivocabile, l’alfabeto nichilista e cupo di Céline, confermandosi nel tempo abecedario e capolavoro dello scrittore francese.

Lo stesso Céline al dattiloscritto di “Viaggio al termine della notte” accluse una nota per l’editore dove ammetteva di aver stilato «un romanzo drammatico in uno stile assai singolare di cui non ci sono molti esempi nella letteratura. Una specie di sinfonia letteraria, più emotiva di un romanzo realista; è pane per un intero secolo di letteratura». Proprio quel secolo che aveva mosso i primi passi lungo gli striduli sentieri trincerati dalla guerra, che aveva conosciuto la rivoluzione industriale e la crescita economica, i salotti e i merletti della Belle Époque. Seducenti risvolti seguiti immancabilmente da una crisi, scandita dagli echi del crollo di Wall Street (1929). Si dissolse, allora, l’ottimistica visione del progresso. Si ribaltarono i valori di una società in preda al degrado e agli squilibri politico-economici di un’Europa che suggellerà il Novecento a secolo piegato da due conflitti di portata mondiale. Sono gli anni che hanno imbastito la Recherche di Marcel Proust (scritto tra il 1909 e il 1922), che hanno visto la pubblicazione de “La nausea” (1938) di Jean-Paul Sartre e dei resoconti politici di George Orwell, “Giorni in Birmania” (Burmese Days, 1934) e “Omaggio alla Catalogna” (Homage to Catalonia, 1938). Sono gli anni del pensiero negativo.

Perché Céline può dirsi autore francofortese

La teoria critica, che prevedeva un pensiero negativo dedito a smascherare le radicate contraddizioni della società contemporanea, era alla base dell’ideologia filosofica riunita presso il celebre Istituto per la ricerca sociale noto come la Scuola di Francoforte. Un movimento – formatosi a partire dal 1922 – che ereditava dalla tradizione hegelo-marxista l’impostazione di un discorso dialettico che contrapponesse e sottolineasse le incoerenze della realtà. E dalla lezione della psicoanalisi apprendeva il concetto di soffocamento e repressione della cosiddetta libido, intesa come istinto creativo che deve conservarsi libero a fronte degli schemi limitativi imposti dalla suddivisione della società in classi.
Horkheimer parlava di dialettica illuministica autodistruttiva: l’illuminismo, specchio della mentalità della civiltà occidentale, pretendeva di sovrastare sempre più la natura fino a rivelarsi un effettivo dominio dell’uomo sull’uomo, con conseguente asservimento dell’individuo al sistema. Il prezzo da pagare per questo graduale processo di decadimento non era solo la libertà, ma anche e sopratutto la felicità. Proprio come Ulisse nel simbolico racconto omerico, che pur di non cedere al piacevole richiamo delle sirene si fa legare all’albero maestro, così da riuscire ad ascoltare senza essere felicemente avvinto. Si legge in “Dialettica dell’illuminismo” (1947) «Egli ode, ma è impotente […], così come, più tardi, anche i borghesi si negheranno più tenacemente la felicità quanto più – crescendo la loro potenza – l’avranno a portata di mano». Adorno aggiunge al tema della dialettica – strumento indispensabile per l’indagine del reale – il senso del negativo: ponendo in discussione l’identità della realtà stessa, si svelano le disarmonie (incoerenti e non in accordo tra loro) che caratterizzano il mondo. Marcuse accusa il concetto di civiltà di essere il motivo della repressione degli istinti, individuando nei gruppi esclusi dalla società opulenta i soli pronti al “Grande Rifiuto”, ovvero l’opposizione totale al sistema.
Céline, lontano da mere discussioni filosofiche ma vittima di inaspettate ritorsioni di esperienze personali, si fa portavoce di una di-sperata catabasi nell’animo umano, impostando il suo inconfondibile stile fuori da consoni schemi linguistici (mischia l’argot, particolare forma gergale del francese, ad un linguaggio erudito e abusa di humour noir puntellandolo con ricorrenti figure retoriche, quali ellissi e iperboli).
“Viaggio al termine della notte”, non è un semplice manifesto di un cupo e nichilista senso di smarrimento ma la storia del (e di un qualunque) viandante che ha visto dissolversi attorno a sé il senso dell’umano.

Il suo è un grido di denuncia che cela ancora la forza di tentare una rivolta. Ferdinand Bardamu, il protagonista – narratore in prima persona, ha negli occhi le memorie della guerra, testimonia la crudeltà dei colonizzatori francesi in terra africana, tocca con mano il senso di alienazione dell’uomo nel lavoro al tempo del fordismo americano. Tornato in Francia, diventa medico degli emarginati per concludere la sua peregrinazione in angusti locali di un istituto di igiene mentale.
“Viaggio al termine della notte” intreccia storie, tesse dolori e passioni di un uomo consunto e avvinto ma non muto davanti alla porcheria. Céline forgia e regala alla mente dello lettore (spettatore del suo personalissimo teatro degli orrori) la vera immagine del viandante: l’uomo stanco che, pur non sapendo dove cercare, sa di volere trovare, alla fine, una pacifica sensazione di casa.

Pamela Valerio

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