Al-Zawahiri di Al Qaeda è morto, il terrorismo islamista è ancora vivo
Fonte: opiniojuris.it, Emanuel Pietrobon

Il leader di Al Qaeda, il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, è deceduto a causa di crisi asmatica non curata in modo adeguato, o almeno così pare. E così, tra le brulle colline della località di Ghazni in Afghanistan, non lontano dal confine con il Pakistan, si esaurisce la parabola del vertice della influente centrale operativa del terrorismo islamista. Un finale poco sensazionale, non c’è dubbio, ma che in altri tempi avrebbe occupato comunque le prime pagine dei quotidiani internazionali. Così era stato per Osama Bin Laden, eliminato da un commando armato dei Navy Seals ad Abbottabadm non lontana da Ghazni, nel lontano 2011. Stavolta, la dipartita dell’eminente vertice di quello che fu il più vasto network dell’Islam integralista e ispiratore del jihadismo globale, tra i responsabili degli attentati dell’11 Settembre, ha solo sfiorato il palcoscenico mediatico.

Ciò che non ha affatto lasciato le prime pagine della cronaca, tuttavia, sono le azioni sanguinarie di un terrorismo islamista rinverdito dalle guerre tra potenze in Siria, Iraq, Yemen e Libia dell’ultimo lustro, dalla crescente e cronica instabilità di Africa e Medio Oriente e, non ultima, dalla crisi socio-economica degli stati europei con consistenti minoranze musulmane. L’ISIS (Daesh se si preferisce) ha ormai da tempo preso il posto che fu di Al Qaeda, facendosi il centro gravitazionale più attrattivo del jihadismo, quantomeno da un punto di vista mediatico. Questo non è tuttavia sufficiente a spiegare la marginalità mediatica della scomparsa di al-Zawahiri: Al Qaeda non è di certo morta con lui, e nel frattempo ha semmai mutato fisionomia, facendosi consorzio di più gruppi terroristici che agiscono abbastanza liberamente.

Ad essere mutata, è infatti la genesi dei fenomeni di radicalismo su vasta scala: più che di milizie armate esperte in tattiche militari che eseguono attacchi in grande stile, la minaccia più consistente per le città occidentali (e non solo) sono le incursioni di quelli che semplicisticamente vengono definiti lupi solitari, ossia agenti spesso insospettabili, legati ad organizzazioni islamiste con affiliazioni assai deboli o repentine e con una preparazione sommaria, come si evince dagli ultimi attentati in Francia e in Austria.

Il terrorismo islamista, ormai “proletarizzato”, vola sulla ali del disagio sociale ed economico imperante presso talune comunità, tanto nelle metropoli europee, quanto nei balcani e nel MENA, ed ha fatto dell’estrema mobilità operativa, dell’adattabilità, dell’informalità, così come dell’ideologia transnazionale della Umma, i suoi autentici punti di forza. Offrendo un’alternativa al fallimento delle strategie di secolarizzazione e di accoglienza, così come alla marginalità socio-economica, la radicalizzazione silenziosa di giovani e giovanissimi musulmani in Occidente è potuta avvenire agevolmente attraverso reti ideologiche e paramilitari a maglie larghe.

In questo modo è stata imbastita una costante e apparentemente disordinata strategia della tensione che ha ritrovato nuova linfa dal 2015 al 2020: negli ultimi anni cellule jihadiste agili e forse proprio per questo tragicamente efficaci, hanno martoriato strade, piazze e locali e luoghi di ritrovo, soprattutto in Francia e Germania. La capacità di garantire una prospettiva teleologica convive con la capacità di presentarsi in forma fluida. Fondandosi su questa efficace opera di proselitismo, il terrorismo islamista si configura come un fenomeno che si inserisce a pieno titolo nell’età della globalizzazione, e si diffonde dalle crepe delle sue contraddizioni, e che ha saputo evolversi seguendo queste direttrici sin dalla sua esplosione come fenomeno di massa agli albori del XXI secolo.

Ed eccoci qui, un tantino interdetti a constatare la scomparsa di al-Zawahiri nell’amara consapevolezza che nulla è cambiato, e senza sapere come fronteggiare la proliferazione del terrorismo islamista, ancora vivida, al di là di pretestuosi allarmismi. Questo avviene, principalmente, perché la strategia dell’Occidente non è mai cambiata. Agitando lo spettro della paura, ricambiando la violenza con un’interpretazione moderna dell’arcaico codice di Hammurabi, i gruppi dirigenti di Europa e Stati Uniti, imperterriti, ripercorrono con pedissequa ciclicità gli stessi errori delle operazioni militari in Afghanistan (2001), in Iraq (2003) e in Libia e Siria (2011): continuano ad accoppiare forzosamente il terrorismo islamista a gruppi fortemente organizzati e gerarchizzati, sostenuti da “stati canaglia”. Del resto, questo artificio è stato l’ideale per giustificare scelte politiche e militari scellerate, spesso criminali, sotto l’impulso di interessi geo-economici, e sostenute dalle reazioni emotive della popolazione.

Terrorismo islamista Al Qaeda al-zawahiri
I vertici di Al Qaeda: Bin Laden e al-Zawahiri. Fonte: repubblica.it

Si è passati dal finanziamento e dal sostegno politico al terrorismo islamista dei Talebani in funzione anti-sovietica a quella “guerra al terrorismo” degli USA di George W. Bush contro Al Qaeda, che è stata costruita sulla spregiudicatezza, sul spregio del diritto internazionale, sulla pelle delle vittime civili e in buona parte sulle menzogne: stiamo ancora cercando le armi di distruzione di massa di Saddam, sull’esistenza delle quali il segretario di stato americano Powell ha platealmente ingannato il mondo.

Oltre che abietto e criminale, l’approccio della contrapposizione frontale è stato soprattutto inefficace. Nessuna scarica di bombe, nessuna occupazione militare e nessuna eliminazione di “target” sensibili, come Bin Laden e al-Zawahiri, ha portato ad alcun risultato. Volevamo la blitzkrieg da action movie, abbiamo avuto un nuovo, gigantesco Vietnam. Il modus operandi sopradescritto continua tutt’ora, con gli assassini a sangue freddo del generale Soleimani e dello scienziato iraniano Fakhrizadeh-Mahabadi.

Nel frattempo, non c’è stato inevitabilmente spazio per comprendere la genesi delle complesse e profonde radici dell’islamismo militante ed elaborare strategie conseguenti, se non con le lenti dello scontro di civiltà, della mitografia guerresca, della contrapposizione radicale, che quegli integralisti finisce inevitabilmente per favorire. La semplificazione pretoria, e l’intransigenza nella ricerca famelica di un nemico visibile che per sua natura non è tale, ha finito per coinvolgere indistintamente oltre un miliardo e mezzo di persone, l’Islam, quando sarebbe necessario agire con il bisturi per smantellare un terrorismo islamista (e non islamico) sempre più atomizzato e di affrontare la piaga dell’esclusione sociale.

La contrapposizione manichea tra un supposto “noi” e un supposto “loro”, diventata stridente con l’affermazione dei sovranismi, ha portato a discriminazioni di ogni genere, all’ampliarsi di solchi sociali già preesistenti e all’esacerbarsi di un clima di tensione che sarà benzina sul fuoco di nuovi fenomeni di radicalizzazione. Quella radicalizzazione, di segno fideistico opposto, che ha finito inevitabilmente per appropriarsi anche di noi stessi: In tutto l’Occidente, negli ultimi anni, si sono moltiplicati anche gli attentati alle Moschee e ai musulmani, rivendicati da un nascente terrorismo armato riconducibile alla destra identitaria delle radici cristiane.

Vittime più o meno consapevoli di un fraintendimento di fondo, abbiamo commesso l’errore fatale di credere che seppelliti i Bin Laden e gli al-Zawahiri e distrutta Al Qaeda, la questione del terrorismo islamista si esaurisse, che si trattasse di condurre un conflitto con mezzi militari, o che si potesse risolvere con l’isolamento di una comunità ormai parte intrinseca della nostra civiltà, rinunciando ai nostri valori. Ci siamo illusi che non fossimo di fronte ad un fenomeno sociale complesso, e da gestire come tale, poiché nel delirio thatcherista del «there is no such thing as society» siamo divenuti ormai impreparati e reticenti nell’affrontarli. Nel frattempo, le vittime degli attentati terroristici, islamisti o “cristianisti”, continuano ad accumularsi e la deflagrazione identitaria continua. Non abbiamo vinto la guerra all’Islam perché non c’era nessuna guerra da vincere. Se ci fosse, la staremmo perdendo.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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