Kosovo, una storia divisa raccontata per filo e per segno
La battaglia del Kosovo, 1870, Adam Stefanović

Il Kosovo, cuore irrequieto dei Balcani ex-jugoslavi, si trova al bivio del suo domani, tra riconoscimento e pacificazione internazionali e conflitti latenti: mentre il dialogo con la Serbia incontra difficoltà e battute d’arresto e il rapporto con l’Albania resta segnato da un’attrazione difficile da consumare, ripercorriamo la storia della nascita e della formazione della “quasi-nazione” kosovara.

All’origine dei molteplici Kosovo

Se si potesse descrivere il senso geopolitico e la storia del Kosovo con una sentenza lapidaria ed eloquente, questa sarebbe senz’altro la seguente: l’ultima tessera non ancora incasellata del complesso mosaico etnico-politico della ex-Jugoslavia. Sarebbe inesatto tuttavia affermare che i bordi della casella, apparentemente innesto apocrifo e alieno ma proprio per questo caratteristicamente balcanico, non collimano con il resto della figura. Semmai, è l’esatto contrario: il Kosovo aderisce contemporaneamente a diverse realtà, oppure, per esprimersi più puntualmente, a diversi immaginari irridentisti.

La morfologia del territorio kosovaro, che lambisce fertili pianure separate da rilievi collinari e circondate da formazioni montuose frastagliate, riassume alla perfezione quella di tutta la regione: impervia ma anche poco difendibile, è stata naturale terreno di incursioni di popoli esterni fin dall’antichità, senza mai darsi una fisionomia etnica precisa. La regione, un tempo abitata da tribù illiriche preromaniche come quella dei Dardani, una volta tramontato l’Impero di Roma e successivamente indebolitosi quello di Bisanzio, è passata sotto il controllo del regno di Serbia, che ne ha fatto il centro culturale, religioso e politico della fiorente civiltà slava del sud. Tra i secoli XIII e XIV, la dinastia serba dei Nemanjić, della quale Stefan Dušan IV (1331-1355) fu la massima espressione, diffuse la religione cristiano-ortodossa, edificò città e monasteri, e mantenne il controllo di una regione a significativa maggioranza slava, stando alla maggior parte della storiografia. Nel frattempo la potenza militare dei Beylik turchi nella vicina Anatolia cresceva e minacciava i Balcani. I più intraprendenti e coronati dal successo, come è noto, saranno gli Ottomani.

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Il Kosovo come cuore della Serbia tardo-medievale. Fonte: skyscrapercity.com

Per quella che ancora oggi il nazionalismo di Belgrado definisce “la vecchia Serbia”, sarebbe stata la fine. La fine, ma non senza combattere una battaglia che più degli intrecci etnici e delle dominazioni avrebbe segnato la storia del Kosovo: era il 28 giugno 1389, e nella cornice della celebre Piana dei Merli (“Kosovo Polje“, in lingua serba) si tenne una sanguinosa battaglia per il controllo della regione, dove si fronteggiarono l’esercito serbo-bosniaco cristiano e l’esercito islamico ottomano. Sia lo Zar Lazar Hrebeljanović che il Sultano Murad I perirono in quello scontro leggendario, ma la vittoria finale spettò ai turchi. Gli esasperati accenti di contrapposizione etnico-religiosa dello scontro non si esaurirono con quella battaglia, ma permasero nella mitologia nazionale e nella poesia epica serba, per culminare in un nuovo conflitto militare nello stesso luogo, nel 1448. Anche quest’ultimo culminerà in una bruciante sconfitta per la coalizione cristiana: il Kosovo era definitivamente diventato possedimento ottomano, e tale resterà per i successivi quattro secoli.

Anche gli albanesi avevano avversato e combattuto i turchi. Necessaria menzione va fatta alla figura mitica dell’eroe nazionale albanese, il principe Giorgio Kastriota detto Scanderbeg, che arrestò con successo l’avanzata ottomana finché fu in vita (1468). E tuttavia, la dominazione del Sultano di Costantinopoli favorì, nella bilancia demografica kosovara, proprio il popolo schipetaro. Un imponente flusso migratorio albanese dall’Epiro verso la fertile pianura del Kosovo, lasciata sottopopolata sia dal ritiro serbo verso il Danubio che dalla peste nera, continuò con intensità almeno fino ai primi decenni del 1600. Se inizialmente l’Impero Ottomano garantì la libertà di culto, preservando la predominanza della fede cristiana nella regione, dopo il 1683, anno della battaglia di Vienna e dell’avvio dei conflitti con la Lega Santa asburgica, lo stesso avviò una politica di conversione forzata all’Islam nei suoi possedimenti. Gli effetti sul Kosovo furono duplici: a causa delle persecuzioni, si assistette all’intensificarsi della migrazione dei serbi verso nord, alla ricerca della protezione del trono d’Austria. Al contrario, gli albanesi si convertirono in massa alla religione di Maometto per preservare il controllo politico nella regione, e mantennero una posizione privilegiata nell’amministrazione e nella società turca, richiamando un afflusso poderoso di popolazione.

Le area a maggioranza albanese ricomprese nei confini nazionali odierni. Fonte: reddit.com r/MapPorn

I due fenomeni, rispettivamente migratori e immigratori, continuarono fino al 1900, e lasceranno stravolto il quadro etnico-religioso del Kosovo, dalle fattezze simili a come le si può osservare oggi: maggioranza etnica albanese prevalentemente musulmana, ma consistente minoranza serba e cristiana. Non va dimenticato, inoltre, che la storia della regione riveste una considerevole rilevanza simbolica nell’immaginario nazionalista di entrambe le etnie. Con il progressivo sgretolarsi del potere centrale ottomano, serbi e albanesi cominciarono a rivendicare la regione kosovara, prima contro i sultani, poi tra di loro. La Lega di Prizren, un movimento di liberazione nazionale albanese che dapprima chiedeva maggiore autonomia e poi l’indipendenza, è stata fondata nell’omonima città del Kosovo ed è successivamente entrata in frizione proprio con il neonato principato di Serbia (1878).

L’oggetto principale degli attriti furono soprattutto gli 11.000 km² della piana kosovara, mentre le grandi potenze armarono, secondo le reciproche convenienze, ora questo ora quel contendente. Le due guerre balcaniche del 1912 e 1913, la prima delle quali aveva di fatto espulso gli ottomani dalla regione dopo secoli, sono emblematiche della rissosità etnica che ha caratterizzato quei territori durante il “secolo breve”. La Lega Balcanica – un’alleanza dei regni di Grecia, Bulgaria, Serbia e Montenegro contro il comune nemico ottomano – entrò in crisi subito dopo aver liberato dal giogo turco i territori contesi, combattendo una guerra “fratricida”. La Serbia sconfisse l’Albania e riprese il controllo dell’agognato Kosovo, che tuttavia presentava ormai una composizione etnico-religiosa diversa rispetto alla monarchia cristiano-ortodossa.

La storia infinita dei Balcani

La miccia balcanica, innescata proprio dal nazionalismo serbo, porterà alla deflagrazione della Grande Guerra. Il Trattato di Versailles del 1919, atto finale del conflitto, ricompensò la Serbia, vittoriosa al fianco dell’Intesa. Nacque il regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, poi Jugoslavia, che conservò il Kosovo disattendendo i principi wilsoniani di autodeterminazione dei popoli. Nel periodo tra le due guerre la popolazione etnica albanese della regione è stata oggetto di pesanti discriminazioni: espropri, penalizzazioni economiche, violenza generalizzata e tentativi di assimilazione e slavizzazione, accentuatesi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo la collaborazione con l’Asse degli albanesi. In un Kosovo ancora jugoslavo ma comunque a maggioranza schipetara, il federalismo comunista del Maresciallo Tito, successivo al periodo di stato di polizia mantenuto dal primo ministro Rankovic fino agli anni ’60, concesse ai kosovari-albanesi un significativo miglioramento della propria condizione economica e un riconoscimento limitato della propria cultura e specificità.

Nel 1980, anno della morte di Tito, le aspirazioni indipendentiste del Kosovo ripresero vigore e terrorizzarono i serbi-kosovari e l’establishment di Belgrado. Nel 1989, contestualmente all’indebolimento del comunismo anche in Jugoslavia, salì al potere il nazionalista Slobodan Milosevic, sostenuto dai sentimenti sciovinisti e revanscisti dei serbi, nutriti dalla paura di un Kosovo non più jugoslavo. Quando nel 1991 la federazione collassò ed esplose la guerra civile jugoslava, la provincia a maggioranza albanese aveva già visto cancellata ogni autonomia e conosciuto un’aspra repressione militare, con vistose violazioni dei diritti umani. Mentre la Serbia di Milosevic era impegnata nei conflitti in Bosnia-Erzegovina e in Croazia, subendo pesantissime sanzioni ONU, il Kosovo riuscì a tenere delle consultazioni semi-clandestine per eleggere un Parlamento locale, delegando a Ibrahim Rugova, leader del partito “Lega Democratica”, la presidenza di una Repubblica indipendente.

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Checkpoint NATO in Kosovo, 1999. Fonte: cultura.biografieonline.it

Nel contesto degli accordi di Dayton del 1995, che segnarono la fine del primo ciclo della guerra civile dell’ex-Jugoslavia, la conflittualità diminuì d’intensità e ci furono tentativi di negoziati diplomatici per concedere l’autonomia al Kosovo. Le lente mediazioni non riscossero tuttavia i successi auspicati: l’approccio pacifista di Rugova e la riconferma politica di Milosevic alla guida di ciò che era rimasto della Jugoslavia, scontentava gli albanesi kosovari, impoveriti e frustrati dalle violenze, che a loro volta si andarono convincendo che l’unica strada percorribile fosse la liberazione armata. Il solco tra le due etnie del Kosovo era troppo profondo, scavato da una storia secolare di soprusi reciproci, animosità e conflitti. Il 28 febbraio 1998, per rispondere ai proclami e alle azioni terroristiche dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) del nazionalista Krasniqi, alcune unità serbe massacrarono 80 civili albanesi a Drenica. Comincia la sanguinosa guerra del Kosovo, un conflitto armato su larga scala dalla vasta eco internazionale.

Le efferatezze de “l’ultima guerra d’Europa”, segnata dallo spettro aleggiante della pulizia etnica, colpirono l’opinione pubblica e surriscaldarono la tensione nelle cancellerie internazionali. Un ultimo, disperato tentativo di soluzione diplomatica alla crisi, la conferenza di Rambouillet, si risolverà comunque in un nulla di fatto, a causa del clima esacerbato dall’insanabile intransigenza tra le parti. A cambiare il corso della guerra sarà una massiccia e controversa campagna di bombardamenti NATO contro obiettivi militari serbi, che provocherà anche numerose vittime civili. L’obiettivo di estromettere le truppe jugoslave dal Kosovo per sostituirle con forze di pace internazionali verrà raggiunto dopo dieci settimane di conflitto, e solo attraverso la mediazione della Federazione Russa con lo stesso Milosevic. La Kosovo Force (KFOR) della NATO e la Missione UNMIK dell’ONU co-gestiranno con istituzioni provvisorie il territorio kosovaro, il cui status rimarrà incerto fino al 17 febbraio 2008, data di proclamazione definitiva dell’indipendenza da Belgrado, peraltro non riconosciuta dalla totalità della comunità internazionale e del Consiglio di Sicurezza, tanto meno dalla Serbia.

La storia può cambiare? Thaçi e Vučić. Fonte: remocontro.it

Salita nuovamente alla ribalta mediatica attraverso i gesti dirompenti delle stelle del calcio e della musica di origine kosovara, la storia della questione irrisolta (irrisolvibile?) della status internazionale del Kosovo si incaglia nelle secche di un dialogo che parte da posizioni inconciliabili ogniqualvolta si cerca di prendere il largo. Negli ultimi mesi si è fatto riferimento ad un nuovo accordo tra il Presidente del Kosovo Hashim Thaçi e quello serbo Aleksandar Vučić, con scambi di popolazione e una spartizione del territorio in questione tra Serbia e Repubblica indipendente, forse futuribile annessione dell’Albania. Anche questo tentativo pare destinato ad incagliarsi tra le reciproche irriducibilità e le ombre del passato: il Tribunale Speciale per il Kosovo a L’Aia, lo stesso che processò il serbo Milosevic, ha accusato il presidente kosovaro Thaçi di crimini di guerra, proprio mentre il nazionalismo serbo si rinvigoriva in Bosnia-Erzegovina.

Il soft power e la diplomazia sono sempre state soluzioni tampone per i Balcani, e anche volendo essere cinici, lo stesso si può dire per i conflitti sanguinosi che li hanno attraversati. Ciò vale anche e soprattutto per il Kosovo: verosimilmente la “tessera parte di due mosaici” permarrà nel limbo dell’indeterminatezza ancora per lungo tempo, ma la permanente e tensiva instabilità potrebbe scatenare un effetto domino negli inquieti e fragili Balcani occidentali, mai completamente guariti dalle proprie ferite. Una storia lontana, ma geopoliticamente vicina: la tenuta di una complessa società multietnica, impossibile perché attraversata da settarismi etnico-religiosi, riguarda del resto tutto il continente europeo, sempre meno omogeneo rispetto alle identità nazionali tracciate dai confini statali. Un’ombra spaventosa, quella delle due distinte aquile bicipiti che si contendono irrimediabilmente il Kosovo, che si allunga fino a noi.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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