Iran Soleimani Trump
(Photo by Scott Olson/Getty Images). Credit: Photo by IRANIAN SUPREME LEADER'S OFFICE HANDOUT/EPA-EFE/Shutterstock

Il drone militare americano che ha bombardato a morte il generale Qasem Soleimani potrebbe farsi tragica trasfigurazione contemporanea della semi-automatica di Gavrilo Princip: le conseguenze dell’improvviso, sconsiderato, ma premeditato atto di guerra di Donald J. Trump contro l’Iran, sono e saranno di tragica eco geopolitica, forse paragonabili ai proiettili che innescarono la Grande Guerra.

Il presidente americano si è macchiato di quello che si dovrebbe definire come deliberato, pericoloso e scellerato atto di simile matrice terroristica, mosso dalla convenienza politica in patria, dalla totale ignavia circa i delicati equilibri globali, oppure dalla noncuranza verso le sorti di milioni di uomini e donne.

La polveriera medio-orientale rischia di esplodere e di trascinare con sé l’intero sistema delle relazioni internazionali, e ciò che resta della pace.

L’eliminazione di Soleimani, ultimo atto della faida tra Iran e Stati Uniti

La faida tra Iran e Stati Uniti è storia quarantennale, ed ha assunto le forme di un conflitto strategico ad intermittenza, intervallato da fasi di distensione, piuttosto che quelle di uno scontro aperto. L’elezione di Trump alla presidenza USA ne ha tuttavia stravolto le coordinate: “The Donald” è riuscito nell’impresa di esacerbare le tensioni, cancellando con veemenza gli sforzi di dialogo promossi dal suo predecessore e dalla comunità internazionale, trascinando, con la sua ottusa intransigenza, il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale del golfo.

Il mandato di Trump aveva conosciuto l’inasprimento delle sanzioni internazionali che soffocano l’economia iraniana ed il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, che l’Iran non considera stato legittimo. In risposta il paese si era reso responsabile di diverse provocazioni negli ultimi mesi, dal sequestro delle petroliere a largo del golfo persico, agli attacchi agli impianti di greggio sauditi, fino ai recenti attacchi proxy di Hezbollah alle basi americane in Iraq, tutte volte a rafforzare la proiezione strategica elaborata proprio dal generale Soleimani: l’egemonia sulle comunità sciite in Medio Oriente per esercitare il ruolo di potenza regionale, in aperta e provocatoria opposizione agli Stati Uniti.

Trump Soleimani
La meme war, a base di citazioni del Trono di Spade, tra Trump e Soleimani, prima del tragico epilogo

La reazione americana era dunque in un certo senso attesa, e si era già concretizzata in diversi attacchi alle milizie filo-iraniane. Eppure nessuno poteva aspettarsi un colpo di scena simile.

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2020, il raid a sorpresa delle forze speciali americane presso l’aeroporto di Baghdad polverizza la vettura nella quale viaggiano Quasem Soleimani, cervello dell’intelligence iraniana, vertice dei quds (il corpo d’azione dei pasdaran all’estero), e fedelissimo dell’ayatollah Khamenei, assieme al capo delle milizie sciite irachene Abu Madhi al-Muhandis.

Gli interessi politici personali e la non geo-strategia di Trump

Per quale motivo un’escalation così improvvisa? Il presidente americano sostiene di aver agito preventivamente, per impedire attacchi terroristici a danno dei contingenti americani in Medio Oriente. Inutile dire che ci sono prove concrete in tal senso. Del resto i precedenti degli americani in tal senso sono rilevanti: l’invasione (dagli esiti disastrosi) dell’Iraq di Saddam Hussein nel 2003 era stata anticipata dall’accusa del possesso di fantomatiche armi di distruzione di massa, con tanto di prove false, per ammissione stessa dell’allora amministrazione Bush.

In verità Trump, sospeso tra disimpegno in politica estera e gli interessi americani nella regione del golfo, ha inteso rimarcare con l’Iran la sussistenza di linee rosse invalicabili, in risposta all’attivismo iraniano. Ma lo ha fatto oltrepassandole lui stesso, attraverso un’azione “fuori scala”. In un oscura simbiosi con lo stato profondo americano, ideologicamente e pregiudizialmente anti-iraniano, ha contravvenuto ad ogni logica diplomatica per arrivare allo scontro diretto, irrazionale e massimalista con il paese degli ayatollah.

Iran
“Iranophobia”. Fonte: thenation.com / Doug Chayka

Non è chiaro quale strategia sottenda le sue mosse, che come sempre si richiamano all’impulsività più che alla riflessione. Gli interessi americani nell’area non sono un mistero: soffocare sul nascere tutti i tentativi di egemonia, saldare i rapporti strategici con gli alleati ed assicurarsi le indispensabili provvigioni petrolifere. Ma non vi era nessuna necessità, politica, strategica o di buon senso che implicasse un attacco al cuore dell’Iran tanto brusco e avventato.

Non si è trattato però solo di sconsideratezza. Probabilmente, stavolta, è ravvisabile anche l’aggravante di un cinico calcolo politico: il presidente teme le conseguenze politiche della procedura di impeachment a suo carico e vede complicarsi la sua riconquista della Casa Bianca nel 2020, in seguito ad una presidenza segnata dalla conflittualità e in vista del confronto con avversari potenzialmente insidiosi. Il ritorno al centro del dibattito politico dei temi della sicurezza nazionale e dell’arci-nemico iraniano, favorirebbe senz’altro la sua campagna elettorale e mobiliterebbe l’elettorato anti-iraniano dei neocon.

Una guerra mondiale? L’Iran non può sostenerla, gli USA neppure

L’attentato sembra eccessivo e spregiudicato, anche per un personaggio come Donald J. Trump. Il generale Soleimani aveva fama quasi leggendaria in patria: eroe della rivoluzione islamica e protagonista di tutti i conflitti che hanno visto coinvolto il paese, la sua dipartita è stata salutata con particolare enfasi emotiva, equidistante tra commozione e rabbia, nei funerali più partecipati della storia della repubblica da quelli del padre della rivoluzione Khomeini.

Le conseguenze saranno dunque drammatiche, e largamente imprevedibili. Per ora le quotazioni del greggio al barile sono risalite vertiginosamente, gli USA mobilitano l’imponente dispositivo militare, e l’Iran ha dichiarato vendetta e il ritiro definitivo dall’accordo sul nucleare, con la ripresa dell’arricchimento dell’uranio per scopi militari. Ma le minacce si concretizzeranno davvero in un conflitto dalle proporzioni globali? Probabilmente no. Sicuramente un confronto con l’Iran “boots on the ground” è considerato impossibile, senza gravissime perdite, da ogni esperto di strategia militare (per ragioni morfologiche e per la profonda militarizzazione del paese).

Iran Soleimani
Funerali di Soleimani a Teheran. Fonte: notizie.virgilio.it

D’altra parte l’acuirsi delle reciproche ostilità tra i due paesi non potrebbe che portare ad un domino il cui ultimo tassello sarebbe quello del conflitto armato su vasta scala, che coinvolgerebbe anche Israele, i Sauditi e le petro-monarchie, Siria, Iraq e forse addirittura la NATO e la Russia, complicato da gestire sia per l’Iran, in difficoltà economico-sociale, ma anche per l’apparato militare degli stessi Stati Uniti.

Stati Uniti e Iran non sono mai apparsi così distanti dalla crisi degli ostaggi del 1979. Verosimilmente, tuttavia, ad essere imminenti non sono tanto i combattimenti di una guerra globale, quanto piuttosto nuove efferate in medio oriente, con costi umani altissimi. Si tratta dei crimini di guerra perpetrati o innescati da una super-potenza guidata da un lucido folle, che coniuga interessi infidamente privati a quelli sciovinisticamente nazionali.

Si deve cominciare a parlare di terrorismo americano

Chi sono i terroristi? È tempo di definire le azioni americane con il proprio nome: un vero e proprio attentato di terrorismo internazionale, a sostegno di un imperialismo dagli accenti militaristi, irreprensibile e famelico, e dunque aggressivo e pericoloso per chiunque. Un terrorismo per il quale ogni altro da sé è considerato un intralcio, un nemico, o un bersaglio.

Le affermazioni minacciose di Trump non possono che condurre a tali conclusioni: dopo aver preso in totale autonomia una decisione delicatissima con ordine diretto, cioè senza la consueta intermediazione del Congresso, degli alleati o delle fonti diplomatiche, il presidente ha rincarato la dose, minacciando di cancellare l’Iran dalle mappe attraverso un piano militare di 52 obiettivi strategici, incurante del ricco patrimonio artistico-culturale del paese e delle vite di milioni di innocenti.

Trump
Fonte: lavocedinewyork.com / Antonella Martino

Inoltre ha intimato all’Iraq, nonostante la risoluzione approvata dal parlamento nazionale in senso contrario, di non espellere le truppe americane per non incorrere in dolorose sanzioni economiche, mortificandone di fatto la sovranità. Ha infine manipolato la verità e dichiarato il falso, poiché le accuse mosse contro il generale Soleimani non solo non sono comprovate da dati di fatto, ma perché nonostante ciò si è proceduto ad un’esecuzione sommaria, in possibile sfregio alla legalità del diritto internazionale.

Senza voler santificare il regime teocratico degli Ayatollah, o scagionarlo dalle sue responsabilità, le accuse di terrorismo andrebbero quindi rispedite al mittente. A chi porta, come paese, la responsabilità storica di aver contribuito a scatenare proprio il terrorismo islamico, a chi, particolarmente con l’attuale presidenza, surriscalda la tensione in medio oriente in ogni modo possibile. Gli Stati Uniti di Trump, per fortuna apertamente avversato anche in politica estera dalla Sinistra Democratica, agiscono e pensano come una vera e propria minaccia alla pace mondiale.

Luigi Iannone

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here