Viola ardone, il treno dei bambini
Fonte dell'immagine: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/31/il-treno-dei-bambini-la-storia-dei-bimbi-poveri-del-sud-che-trovarono-un-futuro-grazie-a-un-affido-di-massa-temporaneo-delle-famiglie-del-nord/5514796/

È il 24 settembre 2019 quando appare sugli scaffali delle librerie un romanzo capace di sconvolgere il panorama della critica letteraria italiana: edito da Einaudi, “Il treno dei bambini” di Viola Ardone è diventato subito un caso letterario che ha lasciato senza parole i lettori di tutto il mondo.

Chi è Viola Ardone?

Classe 1974, Viola Ardone è nata a Napoli e oggi è un’insegnate di italiano e latino in un liceo di Giugliano. La passione per la scrittura l’ha accompagnata sin dall’età di 7 anni, quando insieme alla sua compagna di banco Manuela, scriveva un racconto a quattro mani dal titolo “Il Viaggio”. Entrambe raccontavano l’avventura di due bambine che con le valigie pronte, erano pronte a partire alla scoperta del mondo senza curarsi di lasciarsi alle spalle la famiglia e gli affetti più cari.

Dopo aver conseguito la laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Viola Ardone ha cominciato a lavorare come redattrice presso le edizioni Simone ma non ha mai smesso di scrivere. Oltre a diventare un’insegnante, è anche autrice di due romanzi: “La ricetta del cuore in subbuglio” del 2012 e “Una rivoluzione sentimentale” del 2016.

L’apice del successo è arrivato alla fiera di Francoforte 2019: il suo nuovo romanzo “Il treno dei bambini” ha suscitato interesse e successo tanto da essere considerato un vero e proprio caso editoriale italiano ed è in corso di traduzione in ben 25 lingue.

“Il treno dei bambini”: commozione e tanta verità

“Il treno dei bambini” è un romanzo degno di essere chiamato tale. Non manca assolutamente nulla: c’è ironia, c’è storia, c’è tanto sentimento e soprattutto tanta verità. Viola Ardone ha messo su carta quelle che sono le emozioni di un bambino che alla fine della guerra prova a trovare una maturità che non gli è consona e che non gli dovrebbe appartenere.

Il protagonista del romanzo è Amerigo Speranza che narra la sua storia in prima persona. È il 1946: la guerra è finita ma la città di Napoli fatica ancora a rialzarsi dopo lo strazio e i bombardamenti. C’è fame, c’è povertà ma c’è amore e compassione. Amerigo è il figlio di mamma Antonietta, una donna ignorante, burbera e di poche parole (“il silenzio è arte sua”); una donna sola che accudisce un bambino privato dell’affetto di un padre che è andato – forse – a cercar fortuna in America. Ma mamma Antonietta è anche una donna che soffre tanto e in silenzio: aiuta Capa ‘e fierro a nascondere cose inimmaginabili sotto il suo letto per garantirsi un po’ di soldi per campare, ma volge spesso il suo pensiero a Luigi, il fratello più grande di Amerigo morto per una brutta asma bronchiale.

Nei bassi dei Quartieri Spagnoli, Amerigo è soprannominato da tutti “Nobèl”: è un bambino curioso e mai fermo, che impara in mezzo alla strada ascoltando le storie degli altri e andando in giro per la città.

Amerigo cammina sempre a un passo di distanza dalla sua mamma e come passatempo decide di guardare le scarpe ai piedi di tutti i passanti:

“Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe mie non ne ho mai avute, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male.”

Le scarpe sono in tutto il romanzo un elemento onnipresente, un tratto distintivo non solo dei buoni e dei ricchi, ma anche dei poveri e di chi cerca di camminare lo stesso. Infatti le scarpe rappresentano il cammino e l’evoluzione che Amerigo compie durante tutto il romanzo: in ogni episodio c’è sempre un riferimento alle scarpe che a seconda della situazione possono variare di forma o di misura, di dolore e sofferenza.

Mamma Antonietta conosce Maddalena Criscuolo, una compagna del partito comunista che la convince a mettere Amerigo su un treno che lo porterà nell’Alta Italia dove troverà una famiglia pronto ad accoglierlo. Dapprima restia a causa delle voci discordanti della Zandragliona e della Pachiochia che erano convinte che i bambini venissero spediti in Russia per essere poi deportati nei gulag ed essere sottoposti ai lavori forzati, alla fine acconsente e si lascia convincere e allora mamma Antonietta accompagna il suo Amerigo a Piazza Garibaldi dove lo aspetta il treno dei bambini.

Viola Ardone fa descrivere ad Amerigo ogni minimo particolare: la capigliatura di Mariuccia, il viaggio e le emozioni di aver visto la prima volta la neve e il puerile paragone con la ricotta, le parole di Tommasino e quelle del biondo. Dopo aver compiuto il viaggio in treno, Amerigo e gli altri bambini arrivano a Bologna dove vengono accolti e affidati a una famiglia. Amerigo resta l’unico privo di qualcuno che lo accolga: ma quando la tristezza sta per prendere il sopravvento entra in scena Derna, una donna comunista che decide di accoglierlo in casa sua anche se inesperta perché priva di figli.

Amerigo si ritrova a Modena a casa di Derna e della sua famiglia: conosce la cugina Rosa, un’ottima cuoca che lo delizia con le sue prelibatezze; Don Alcide che gli trasmette la passione per la musica e per violino, i loro figli, Rivo, Luzio e Nario. Tutto sembra andare bene, ma Amerigo ha costantemente il pensiero fisso per sua mamma Antonietta.

Dopo aver passato mesi intesi e pieni di emozioni, Amerigo torna a casa da mamma Antonietta: la donna, dopo aver notato che il figlio è sceso dal treno dei bambini più alto e più paffuto (“la malerba cresce”), lo riporta a casa e lo informa che presto dovrà imparare un mestiere perché i soldi sono pochi e non sono sufficienti per campare. Tutta la spensieratezza svanisce d’un tratto: la vita di Amerigo si è ristretta di nuovo, il suo violino che Don Alcide gli aveva regalato per il suo compleanno, è finito oramai sotto il letto e non c’è modo di riprendere a suonare.

Sarà proprio il violino la causa di un brusco allontanamento tra mamma e figlio: Amerigo lascia Napoli e sua mamma per ritornare nell’Alta Italia e per vivere serenamente con Derna e con il resto della famiglia adottiva.

L’ultima parte del romanzo altro non è che una vera e propria lettera d’addio, un gioco del non detto e di una verità che viene fuori troppo tardi anche se non in maniera del tutto esplicita. È il 1994: Amerigo è oramai un uomo sulla cinquantina e un affermato violinista in giro per l’Italia. Una telefonata inaspettata lo fa ritornare nella sua città natale che però non sente più sua. Inevitabilmente sopraggiunge la paura e il rimorso di chi sa che è troppo tardi per rimediare agli sbagli fatti in precedenza. Non c’è più tempo per recuperare nulla: il tempo è trascorso inesorabilmente e resta soltanto il ricordo che può avere il figlio di una mamma lasciata sola per troppo tempo.

Il tratto distintivo di tutto il romanzo di Viola Ardone è il registro linguistico: è il napoletano di un piccolo scugnizzo cresciuto nei vicoli stretti dei Quartieri Spagnoli misto al dialetto delle donne dei bassi partenopei e al dialetto delle famiglie modenesi. Ma nell’ultima parte de “Il treno dei bambini”, la lingua cambia completamente: Amerigo, che per tutto il tempo aveva un linguaggio carico di ironia e che suscita riso e riflessione allo stesso tempo in chi legge, si ritrova all’epilogo del romanzo a parlare un italiano perfetto, privo di tratti dialettali o di parole strambe. Il bambino è diventato un uomo, il Nobèl dei Quartieri Spagnoli è evaso ed è tornato ancora più Nobèl, più acculturato e più educato.

Amerigo ha lasciato in un angolo oscuro del suo cuore mamma Antonietta e la città di Napoli: ha fatto prevalere l’egoismo, la testardaggine e la forza di volontà pur di seguire i suoi sogni e pur di scappare da una povertà assoluta e da una costante richiesta di aiuto. Nella lettera d’addio lunga circa 60 pagine, Amerigo muta il suo registro linguistico senza però dire più del dovuto: tutto ciò che c’era di non detto tra lui e mamma Antonietta resta così, avvolto ancora dal silenzio ma da un pensiero che non sfiorisce, da dubbi che oramai resteranno tali per l’eternità e saranno di compagnia a chi è ancora in vita.

Tra le lacrime di commozione e le riflessioni che “Il treno dei bambini” è capace di azionare nella mente del lettore, il romanzo di Viola Ardone si caratterizza come un vero e proprio capolavoro senza precedenti: è in grado di aprire orizzonti, di far calare il lettore sia nei panni di un bambino che si trova da solo a leccarsi le ferite dell’abbandono e che si sente tradito dalla sua mamma, sia nei panni di una madre che è costretta a separarsi dalla sua unica fonte di amore. Perché l’amore di una madre per un figlio è così immenso da non conoscere confini: è un bisogno primario quello di desiderare il meglio per ogni figlio, saperlo felice e in grado di poter vivere il proprio destino serenamente. Talvolta però, è necessario rinunciare anche all’amore di una madre per scoprirlo.

Arianna Spezzaferro

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Arianna Spezzaferro, nata a Napoli il 12/04/1993, è laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Amante della cultura umanistica, della filologia romanza e della lettura, aspira a diventare un'insegnante di Letteratura italiana, perché crede fermamente di poter trasmettere, in futuro, ai suoi alunni l'interesse vivo per tale disciplina. Attualmente scrive per Libero Pensiero News come coordinatrice della sezione Cultura e delle rubriche ed è docente di lettere nella scuola secondaria di II grado.

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