Il futuro non si (s)Tocca: Fridays for Future contro il CCS
Fonte: Il Manifesto

Lo scorso 12 maggio, in concomitanza con l’assemblea degli azionisti dell’Eni, Fridays for Future e diverse organizzazioni ambientaliste locali e nazionali sono scese in piazza a Ravenna contro il CCS, ovvero il Centro di cattura e stoccaggio che Eni vorrebbe realizzare nelle acque del ravennate. Il Centro di cattura e stoccaggio (CCS, dall’inglese Carbon capture and Storage) basa il suo lavoro su un processo di cattura di CO2  prodotta in lavorazioni industriali. Una volta catturata, l’anidride carbonica viene trasportata tramite condotte e iniettata in forma liquida in giacimenti di idrocarburi esauriti o non sfruttabili. Stando a quanto sostiene Eni, lo stoccaggio della CO2 contribuirebbe a ridurne l’emissione in atmosfera e a contenere l’innalzamento della temperatura del Pianeta entro i due gradi centigradi, nel rispetto di quanto fissato dagli Accordi di Parigi. L’azienda vorrebbe creare a Ravenna il più grande centro di cattura e stoccaggio di CO2 al mondo, raggiungendo i 7 milioni di tonnellate entro il 2030 e i 50 milioni di tonnellate entro il 2050, arrivando a stoccare fino a 300-500 tonnellate di CO2. Il timore di Fridays for Future e delle altre realtà ambientaliste è che, in realtà, quello targato Eni sia un ennesimo tentativo di greenwashing, operazione non estranea all’azienda.

Con il termine inglese greenwashing, nato dall’unione dei termini green, ovvero verde, e whitewashing, che in senso lato significa “ripulire”, “coprire”, si intendono tutte quelle operazioni di facciata, generalmente legate alla comunicazione, messe in atto da un’azienda per mostrarsi attenta al tema della sostenibilità ambientale e ottenere il favore di cittadine e cittadini, consumatori e consumatrici sensibili ai temi della sostenibilità, della crisi climatica e di uno stile di vita eco-friendly. A coniare tale espressione fu l’attivista e giornalista americano Jay Westerveld nel 1986, quando in un saggio pubblicato su una rivista locale mise nero su bianco un’esperienza vissuta in prima persona tre anni prima. Nel 1983, Westerveld era uno studente universitario che, durante un viaggio di ricerca alle isole Samoa, decise di fermarsi alle Fiji per fare surf. Nel tentativo di rubare degli asciugamani puliti, l’attivista entrò al Beachcomber Resort: qui si imbatté in un bigliettino che invitava i clienti del resort a riutilizzare gli asciugamani al fine di ridurre sprechi e danni ambientali. Per Westerveld si trattava chiaramente di un controsenso, in quanto la struttura alberghiera stava costruendo a dismisura per espandersi sull’isola, danneggiando inevitabilmente l’ambiente locale. Nel corso degli anni sono state numerosissime le aziende che, servendosi di questa scorretta operazione di marketing, hanno cercato di ingannare le persone: Chevron, DuPont, Walmart, British Petroleum e da ultimo Eni, con diversi casi di greenwashig tra cui quello del CCS.

Ma quello del greenwashing non è l’unico timore che spinge Fridays for Future, attiviste ed attivisti, esperti ed esperte del settore a scendere in piazza e ad opporsi al Centro di cattura e stoccaggio di Ravenna. Ciò che si sospetta, infatti, è che Eni, dietro questa sorta di comunicazione ambientalista, voglia semplicemente sfruttare il più possibile i giacimenti di idrocarburi, estraendo ed utilizzando anche i rimasugli così da immettere nel mercato ulteriori quantità di combustibili fossili e trarne profitto. Inoltre, quella dei CCS è una tecnologia ancora sperimentale e che, secondo alcuni studi del Tyndall Center, non può risolvere la crisi climatica. Questo perché i tempi di attivazione e funzionamento dei CCS sono troppo lenti, la tecnologia utilizzata è eccessivamente costosa, i risultati di questi processi non sono ancora chiaramente noti e, soprattutto, perché è impossibile che una tecnologia basata sui combustibili fossili funzioni a zero emissioni. Eppure il progetto del Centro di cattura e stoccaggio di Ravenna aveva già in precedenza ottenuto il sostegno del Governo Conte che, su volontà e spinta di Eni, avrebbe contribuito alla costruzione del CCS più grande al mondo. Sebbene in alcune bozze del PNRR fossero previsti 1,35 miliardi di euro destinati al progetto, alla fine il CCS di Ravenna non è rientrato nella stesura definitiva del documento.

Se da un lato è vero che l’esclusione del CCS dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sia un risultato importante, dall’altro le organizzazioni ambientaliste sanno di non poter cantare vittoria ma che è importante restare vigili e continuare a lottare contro il progetto di Eni. Un ulteriore timore, infatti, è che il progetto possa comunque essere finanziato per vie traverse o, com’è più probabile, che Eni possa ricorrere all’Innovation Fund dell’Ue, ovvero il fondo europeo ad hoc per la riduzione delle emissioni di CO2. Quel che è certo è che, nel mentre, Eni ha ottenuto la licenza per il progetto di stoccaggio di CO2 nella Baia di Liverpool nel Regno Unito: la sensazione è che questo possa costituire una sorta di “prova generale” di ciò che Eni vuole realizzare in misura molto più grande a Ravenna.

La partita è aperta e sarà interessante vedere se e quale posizione deciderà di prendere in merito al CCS di Ravenna il Governo italiano, le cui forze politiche si sono battute molto per l’istituzione del Ministero della Transizione Ecologica: sarà questa l’occasione per constatare se il Governo abbia un piano serio ed efficace in materia o se si sia trattato dell’ennesima operazione di greenwashing.

Martina Quagliano

Greenpeace

Salernitana, classe 1996. Sono laureata in Scienze politiche e Relazioni internazionali e studio Sviluppo Locale e Globale all'Unibo. Amo i film di Woody Allen, i libri di Elena Ferrante, il gelato al pistacchio e il socialismo. Nel tempo libero provo a coniugare il pessimismo dell'intelligenza con l'ottimismo della volontà.

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