Il CCS di Eni è uscito dal Recovery Plan, ma la svolta green è lontana
Foto di JuergenPM da Pixabay

Il progetto di Eni inerente la costruzione di un sito di cattura e di stoccaggio della CO2 (CCS) al largo di Ravenna utilizzando i soldi del Recovery Fund si è momentaneamente arenato grazie alle proteste delle associazioni ambientaliste, ma la battaglia rimane aperta. 

Tutto comincia in Europa, quando la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen afferma di voler combattere l’emergenza climatica puntando all’obiettivo zero emissioni di CO2 entro il 2050. Per raggiungere questo ambizioso intento, l’8 luglio 2020 la Commissione Ue pubblicò la sua strategia per l’idrogeno divisa in due categorie: da una parte l’idrogeno verde, cioè quello ricavato unicamente da fonti rinnovabili; dall’altra l’idrogeno blu, ottenuto a partire dai gas fossili, ma con l’escamotage di catturare e stoccare nel sottosuolo le emissioni di CO2 che verrebbero inevitabilmente prodotte. 

Secondo la Commissione Ue, la priorità della strategia risiede nell’idrogeno derivante da sole fonti rinnovabili, come l’eolico e il solare. È chiaro che per il raggiungimento di obiettivi ambiziosi occorre molto tempo. Per far fronte a tale “problematica”, l’Unione europea ha deliberato a favore di una più tempestiva diminuzione di CO2 tramite la produzione di idrogeno con tecnologie in grado di limitare le emissioni: in altre parole, le aziende petrolifere sono state invitate nel club della transizione energetica. 

È proprio in questo scenario politico che si inserisce il progetto di Eni di costruire il più grande sito di stoccaggio di CO2 del mondo utilizzando giacimenti esauriti di gas naturale al largo della costa di Ravenna. Entrato a pieno regime, la sua capacità di stoccaggio sarebbe compresa tra 300 e 500 milioni di tonnellate di CO2. Non solo: nella strategia tracciata dall’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, il CCS di Ravenna permetterebbe anche di spingere sulla produzione dell’idrogeno blu, ottenuto bruciando gas naturale. A dicembre 2020, il Governo italiano diffuse una bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) con la quale dichiarò l’intenzione di destinare al progetto di Eni circa 1,35 miliardi di euro dai fondi del Next Generation Ue. 

Le proteste da parte delle associazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace Italia, Fridays for Future e Re:Common, non si sono fatte attendere. Secondo queste ultime infatti il CCS di Eni a Ravenna è un progetto costoso, dai risultati incerti e dai forti rischi. Siffatto progetto autorizzerebbe inoltre Eni nel continuare a investire sulle fonti fossili e gli permetterebbe di raggiungere un duplice obiettivo: mantenere inalterata la produzione dei propri impianti, puntando in particolare sul gas e continuando così a produrre emissioni dannose per l’ambiente, e guadagnare tempo prima di una concreta transizione ecologica.

Nel gennaio 2021, su impulso della protesta ambientalista e soprattutto del Movimento 5 Stelle, il progetto per il CCS di Eni scompare dall’ultima bozza del Recovery Plan. Vittoria? Difficile a dirsi. In primo luogo perché alla decisione sono seguite proteste da più parti, dal Partito Democratico ai sindacati, interessati a salvaguardare i posti di lavoro. Inoltre Eni ha dichiarato che porterà comunque avanti il progetto, finanziandolo autonomamente. 

Il rischio che Eni riesca comunque a trovare dei finanziamenti pubblici per il suo progetto rimane alto. La notizia secondo cui un manager della suddetta società, controllata per il 30% dallo Stato, sarebbe stato scelto come referente del tavolo ambiente e energia per il G20, non lascia spazio a dubbi: finché Eni continuerà ad avere un ruolo influente sulle decisioni politiche e ambientali del nostro Paese, la transizione ecologica continuerà a essere un obiettivo astratto, seppellito dagli interessi economici delle solite multinazionali.

Valeriano Musiu

Greenpeace

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