Carne e latticini: ridurne il consumo entro il 2030 è essenziale per il pianeta
Fonte: ehabitat.it

Non un vezzo di qualche animalista idealista, bensì una necessità ecologica per la sopravvivenza e la salute: la carne, i latticini e gli altri derivati animali sono catalogabili tra i nemici più insidiosi dell’ambiente, nonché maggiormente rimossi dal dibattito, e la riduzione del loro consumo sulla nostra tavola e nel quotidiano può diventare un vero e proprio atto politico per contrastare la crisi climatica, se rafforzato da adeguati provvedimenti politici.

Sarebbe scientificamente dimostrato: l’alimentazione a base di carne cotta, con le sue implicazioni tecnologiche e le sue conseguenze biologiche, è stata tra le chiavi che hanno consentito alla specie umana di accrescere la propria capacità celebrale. Dopo centinaia di migliaia di anni, è tempo di compiere un ulteriore salto evolutivo, e di limitarne pesantemente la presenza all’interno della nostra dieta.

Sociologia della carne, tra mito e consumo

Perché consumiamo un quantitativo così abnorme di carne? L’inarrestabile potere di seduzione materiale e sociale che essa esercita merita senz’altro un approfondimento.

Essa occupa un posto peculiare nella sociologia dei consumi, quasi mitologica, che ne spiega la sua percezione attuale come alimento “irrinunciabile”, così sentita nonostante la diffusione degli stili di vita vegetariani e/o vegani e della sensibilità animalista: il suo ingresso dirompente nella dieta e nel consumo di massa è relativamente recente, e per secoli, per una quota cospicua delle civiltà del globo, è stata appannaggio, talvolta anche sporadico, delle classi sociali più agiate.

La fascinazione che essa ha conosciuto e continua a conoscere è semplicisticamente attribuita ai sapori intensi e decisi, ma si lega in realtà al concetto di status codificato da Pierre Bourdieu ne “La distinzione, critica sociale del gusto”.

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Un invitante barbecue, la tentazione delle tentazioni.
Fonte: accademiamacelleriaitaliana.it

Portatrice simbolica dell’edonismo, dell’abbondanza e della ricchezza, ma anche del vigore, della virilità e della salute, la carne si fa spazio nei consumi occidentali del XIX e XX secolo: è l”Europa carnivora“, secondo una definizione di Fernand Braudel, della rivoluzione industriale e borghese amplia le maglie dei consumatori di latticini e carni, lavorate con nuovi standard e tecniche, che ne consentono una produzione in scala senza precedenti.

Il consumo di carne, e in generale di alimenti correlati ad un allevamento “meccanizzato”, assume in questo frangente il ruolo di indice di democratizzazione alimentare e di progresso economico: tutti gli strati della società democratica-occidentale rivendicano, come traduzione materiale dei diritti sociali, una dieta con consumi anche quotidiani di carni rosse e bianche.

Con l’incontro tra domanda di una vastissima platea di potenziali consumatori e la possibilità di un’offerta senza precedenti garantita da avanzate (e discutibili) tecniche di allevamento industriale, il piatto a base di carni e latticini “è servito”, come specialità giornaliera di ogni boom economico dei diversi angoli del pianeta. La democratizzazione si è fatta abbondanza, e l’abbondanza, infine, è diventata insostenibile eccesso.

Il ruolo di carne e latticini nella crisi climatica

La quantità di carne consumata nel mondo è pari a circa 330 milioni di tonnellate (dato della FAO risalente al 2017, da aggiornare al rialzo), con accentuate differenze nel consumo pro-capite tra regioni del mondo, specchio di quelle sperequazioni sociali a cui ci si riferiva poc’anzi, ancora presenti: dai più di 100 kg degli Stati Uniti, ai 80-90 dell’Europa Occidentale, fino ai 10-20 di Africa e India.

Tuttavia, la crescita del reddito e della capacità di spesa a livello globale, specialmente in paesi come la Cina, sta portando ad un ulteriore crescita esponenziale del consumo della carne e dei latticini, nel contesto di un aumento costante della popolazione mondiale.

Meglio essere immediatamente diretti e perentori: il quantitativo di carne e latticini attualmente consumato dalla popolazione mondiale è insostenibile. Gli effetti e le conseguenze della crescita dei desideri e delle necessità alimentari in tal senso, sono di ordine morale e pratico, inscindibili dalla crisi climatica, nella quale rivestono senz’altro un ruolo preminente, e troppo spesso sottovalutato.

carne crisi climatica
Consumo mondiale di carne per capita.
Fonte: statista.com

Buona parte dell’immane domanda di carne, prodotti caseari e uova non può essere che soddisfatta dalla pratica degli allevamenti intensivi: vere e proprie facilitity industriali dove gli animali vengono stipati in numero più elevato pensabile nello spazio disponibile e con il minor costo possibile, per ottenere la massima produttività, anche attraverso la chimica e la farmaceutica, in condizioni igieniche precarie (con conseguenze gravissime per la salute dei consumatori).

Le sofferenze atroci di bovini, suoni, pollame, e di altri animali, sono documentate da innumerevoli inchieste (riferite a casi particolari, ma abbastanza generalizzabili), che si appellano non esclusivamente alla sensibilità di ciascuno di noi, ma anche alla logica di autoconservazione.

Complessivamente, il settore zootecnico è responsabile di circa il 14,5% delle emissioni di gas serra, secondo solo a quello del settore energetico e prima di quello dei trasporti, ed ha un impatto considerevole anche dal punto di vista del consumo del suolo: quasi il 60% della terra coltivabile, è utilizzato per sfamare gli animali da allevamento, attraverso colture intensive che ne riducono la fertilità e consumano preziose risorse idriche, compromettendo il funzionamento delle economie sostenibili e/o di sussistenza e approfondendo il solco delle disuguaglianze. Ne risulta una serie di conseguenze a catena, che aggrava gli scenari di crisi climatica in tutto il mondo.

Scelte individuali, soluzioni collettive

La responsabilità individuale nelle abitudini alimentari è senz’altro essenziale: ridurre sensibilmente il consumo di carne e valutarne qualità e provenienza, è il primo passo, che può fare la differenza solo se accompagnato da politiche economiche e da quadri normativi di ampio respiro, propri di una concertazione internazionale tragicamente e particolarmente deficitaria in materia ambientale. Soluzioni collettive dunque, che è possibile condensare in una proiezione.

Secondo una nuova analisi dell’arcinota associazione ambientalista Greenpeace, se si prende come parametro il valore medio dell’Unione Europea, il consumo di carne dovrebbe ridursi del 71% entro il 2030, per tenerne sotto controllo l’impatto ecologico, e per rispondere efficacemente alla crisi climatica, in concomitanza con altri provvedimenti sistemici: si tratta di circa 460 g di carne alla settimana e di 16 kg in un anno su scala globale entro il 2030, tenendo conto dell’andamento demografico previsto e del diritto al cibo di tutta la popolazione mondiale.

carne crisi climatica
Un allevamento intensivo di polli.
Fonte: “essere animali” via internazionale.it

Sono improrogabilmente necessari: la maturazione di coscienza collettiva sul fenomeno, obiettivi di riduzione scadenzati, chiari e concreti nella produzione e del consumo di carne e latticini, e risorse per incentivare metodi di produzione alternativi o sostenibili, nonché l’adozione di una dieta varia e ricca di alimenti di origine vegetale. Soprattutto, se non si confida in repentini e avveniristici progressi nel campo della produzione sintetica delle carni, si necessita di ambizione e tempestività.

Finora, la strategia Farm to Fork della Commissione Europea e il Green New Deal proposto dai movimenti verdi e socialisti si stanno muovendo nella direzione giusta, ma la loro formulazione concreta, e dunque l’impatto che comporteranno, sono ancora da dimostrare.

Carnivori e cannibali come Hannibal Lecter

Uno dei più celebri personaggi della cinematografia moderna, il dottor Hannibal Lecter de “Il silenzio degli innocenti” (innocenti che non a caso diventano lamps, agnelli, nel titolo originale), divora la carne dei suoi i simili, ma quantomeno con una certa attenzione al gusto, alla misura e allo stile. Provocatoriamente, sarebbe il caso di rifarsi allo stesso spirito di “morigerazione”, per carità, soprassedendo circa la portata prediletta dall’alter ego di Anthony Hopkins: è risaputo che la carne umana può essere abbastanza indigesta.

Hannibal Lecter.
Fonte: nospoiler.it

Eppure, quando ci si riferisce a certi volumi, essere carnivori presenta inquietanti livelli di somiglianze con il cannibalismo: accelerare ed aggravare la crisi climatica consumando dissennatamente quantità di carne e latticini pro-capite di animali reclusi e sfruttati negli allevamenti intensivi, significa rinunciare innanzitutto al nostro senso di umanità, inasprire le disuguaglianze socio-economiche, ed in ultima analisi, distruggere il pianeta e noi stessi.

Luigi Iannone

Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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