stai zitta murgia
Fonte immagine: Fortementein

La violenza passa anche per le parole, per il linguaggio, per il modo in cui pensiamo e ci rivolgiamo agli altri perché «il modo in cui nominiamo la realtà è anche quello in cui finiamo per abitarla». Michela Murgia nel suo “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più”, edito Einaudi, descrive e ripercorre tutte le situazioni in cui le donne subiscono una qualche forma di violenza, più o meno palese e più o meno tollerata dalla società. E stupisce – davvero stupisce – come l’asticella di ciò che viene accettato sia paradossalmente sempre più alta.

Murgia descrive ogni molestia, ogni mancanza di rispetto mascherata da complimento, ogni contraddizione conscia ed inconscia, ogni delazione all’intransigenza della lotta, persino ogni abitudine maschilista interiorizzata e normalizzata anche dalle donne, e rende palese ciò che solo apparentemente è nascosto, ciò che la pigrizia e l’assuefazione non ci fanno avvertire più come elementi linguistici discriminatori, conferme dell’eccellenza maschile a scapito dei goffi tentativi di emulazione femminili.

E ci invita a non piegare più la testa di fronte alle varie declinazioni dello “stai zitta” maschile.

E le donne? E le donne e gli uomini

Alle donne il compito di destrutturare la perversa e pericolosa cultura fallocentrica e la narrazione che ne consegue. Agli uomini il compito di assumersi la propria parte di responsabilità.

Altro merito che va riconosciuto a “Stai zitta” di Murgia è infatti quello di aver chiarito – una volta per sempre – la differenza concettuale e fattuale tra “colpa” e “responsabilità”: nell’evidente difficoltà delle donne di raggiungere una condizione di parità rispetto all’altro sesso, esiste una responsabilità degli uomini non sovrapponibile alla loro colpa.

Un uomo che non ha mai usato violenza verso una donna, che non l’ha mai umiliata, vessata o molestata, non ha colpe dirette nei confronti del genere femminile. Ma ciò non lo esime dall’esercitare la sua responsabilità nell’impedire che quegli schemi comportamentali (sociali, politici, culturali) denigratori per la donna si confermino in un ciclo continuo.

Se in metropolitana non aggredisco una coppia di ragazzi che si bacia, probabilmente non ho colpe da espiare. Ma se qualcuno, invece, ritiene che un comportamento del genere sia normale, giusto e comprensibile allora ho la responsabilità di agire per contrastarlo. E se non agisco, se mi nascondo dietro i “se”, i “ma” e i “ma cosa posso farci io”, allora la responsabilità diventa colpa, l’indifferenza diventa crimine e il presunto innocente un deleterio ignavo.

La colpa è legata alle azioni, la responsabilità no. Quella ci riguarda tutti, uomini e donne. E prescinde dalla nostra condizione personale così come dal nostro genere: la responsabilità è un esercizio quotidiano, un allenamento obbligatorio e salutare. Se sono un uomo e non combatto la narrazione del maschilismo tossico perché, tutto sommato, mi va bene così, sono colpevole. Se sono donna e mi accontento della mia isola felice nella quale non subisco discriminazioni e smetto di accorgermi di quanto mi succede intorno, sono colpevole.  

Per Dante, il posto degli ignavi era all’Inferno. Per Murgia, sono gli ignavi a rendere l’inferno sulla Terra.    

Stai zitta

La subalternità, espressa quotidianamente con paternalistici atteggiamenti – rappresentazione di tutta l’arroganza di un genere nei confronti dell’altro -, si concretizza allora nelle dieci frasi che Michela Murgia riporta in “Stai zitta”.

Dieci frasi che, in realtà, sono molte di più: si rincorrono, aumentano, si moltiplicano. Quanto più le donne entrano in nuovi ambiti e si smarcano dal loro ruolo di angelo del focolare, di madre e moglie, tanto più si formulano nuove frasi, nuovi steccati, nuovi limiti verbali che diventano poi fisici, che marchiano le donne come abusive e temporanee, come stronze, isteriche e pazze.   

La violenza che non è della lingua italiana, non è solo della grammatica, ma che si espande, liquida, all’uso abituale e stereotipato delle parole. Ché le parole hanno un peso, un significato. Sono il risultato della nostra cultura, dello stato di avanzamento o meno di una società.

In una società dove l’obbedienza è femmina, l’assistenza è femmina ma la carriera no, quella viene considerata elemento femminile solo nella sua accezione di oggetto del desiderio (e della seduzione) dell’uomo, il lavoro e il rispetto sono maschi, e così le professioni.

Stai zitta ché tanto le tue ambizioni non sono tue, persino il tuo corpo non è tuo. Tuo è solo l’obbligo alla cura e all’assistenza.

Subisci, ancora e ancora, quella violenza assurda e cieca. Quella violenza a volte nemmeno esplicita, ma sottile, sottesa ad atteggiamenti che esistono da secoli, che si confermano e, confermandosi, rassicurano chi li mette in pratica.

Stai zitta, ché tanto nulla è cambiato, nulla è diverso. Piuttosto, assisti e obbedisci, nella narrazione di una schiavitù sempiterna e benedetta. E se esci dal seminato? Ti brucio, ti molesto, ti denigro.

Stai zitta. Torna a giocare con i tuoi tentativi di emancipazione ma tanto ricorda che quando parlerò di te, mi riferirò sempre al tuo essere madre prima che professionista, quando ti vedrò risoluta e determinata dirò che mi somigli, che hai le palle, smentirò la tua natura per affermare la mia in te, e quando ti vedrò puntare i piedi per una tua decisione, la attribuirò al tuo ciclo prima che alla tua competenza. Farò di tutto per attribuirti le colpe della tua femminilità, se la manifesterai, e ti deriderò se invece la terrai nascosta. Sarai sempre piccola, ne saprai sempre meno rispetto a me e potrò imbrogliarti perché non ti parlerò mai da pari a pari.

E se alzerai la voce per farti sentire, ti dirò di scopare di più, però con un uomo non con una donna, perché anche per calmarti, per domarti, ci voglio io. Per te, per ogni cosa, ci vuole un uomo. Ti darò dell’isterica, ti riderò in faccia, e senza che tu te ne accorga toglierò titolarità alla tua voce per relegarti al silenzio.

E tu starai zitta.

Avete bisogno di altri motivi per leggere questo libro?

Edda Guerra

Greenpeace

Edda Guerra
Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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