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Salvini, adesso parlaci di Bibbiano

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Salvini, parlaci di Bibbiano
Fonte immagine: businessinsider.com

Lucia Borgonzoni al 37,4%, Stefano Bonaccini al 56,7%. È l’esito dello scrutinio nel Comune di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, dove il risultato delle elezioni regionali è stato confermato, anzi amplificato dalle 5.360 preferenze espresse, con una maggioranza schiacciante e senza appello. Il distacco fra i due principali candidati è di quasi venti punti, mentre quello fra i due partiti più votati (PD e Lega) è di oltre dieci. Nulla di memorabile, in fin dei conti, eccetto la pregnanza di un voto che non decreta un reale vincitore, ma sancisce l’inappellabilità di uno sconfitto: Matteo Salvini.

Lo sparuto paesino di poco più di diecimila anime diventa oggi emblema e anatema di uno scontro politico consumato, con sadica perversione, sulla più becera propaganda di bassa Lega. E la sentenza delle urne è un rintocco funebre sulle libidinose velleità del Carroccio: uno schianto emotivo prima ancora che politico, un divorzio fra la realtà e l’ossessione che aveva fatto di Bibbiano un totem e un tabù, un tempio e un pentacolo, un emblema e un’iconoclastia. Se ne sarà reso conto, Salvini, all’indomani di una sconfitta che brucia più per la ripugnanza della repulsione che per il mero dato numerico.

Se, infatti, l’Emilia Romagna resta una roccaforte in saldo possesso del centrosinistra nonostante il progressivo assedio delle forze di centrodestra, tuttavia la Lega raccoglie ampi consensi che rifocillano le ambizioni di governo; ma nel giorno che incorona Bonaccini come predestinato – e adombra d’irrilevanza il Movimento 5 Stelle – ci sono numeri che non sono poi così uguali ad altri numeri, come nella più orwelliana delle riflessioni. Il dato che proviene da Bibbiano ha un valore differente, ha un sapore peculiare, perché giunge dopo estenuanti insinuazioni, ed è tanto più perentorio quanta più enfasi era stata riposta in quel conflitto.

A vincere, così, non è la coalizione di Bonaccini (che comunque non toglie né aggiunge nulla alle prospettive del centrosinistra), quanto un moto d’orgoglio popolare, un rigurgito anti-ballista ritto e fiero nella sua coerenza. Per mesi Salvini e i suoi sodali hanno narrato di Bibbiano come di una novella Sodoma, propagandando una finzione scenica senza nessun ritegno, abbandonando il garantismo dietro le più convenienti vesti dei forcaioli d’occasione. “Parlateci di Bibbiano” è stato per mesi un imbarazzante leitmotiv che ha paralizzato il dibattito italiano nella solita retorica stantia dell’opportunismo politico, fino a scoprire che poi non era vero niente, quando ormai la giuria popolare aveva già emesso il suo verdetto.

Ed è per questo che a fronte di quella patetica mise en place del dramma la sconfitta di Salvini – e si badi bene, non la vittoria di Bonaccini – è il contrappasso più squisitamente dantesco che si potesse porre in rima (come, effettivamente, Salvini e Bonaccini fanno); il controcanto, il contraltare, il contrappeso: qualunque cosa si possa scagliare contro la patetica presunzione elettorale di uno sbruffone con la felpa. A Bibbiano ha perso lo sciacallaggio mediatico sulla pelle dei bambini, trascinati su un palco e resi oggetto di una speculazione miserabile; ha perso il Partito del Citofono, con l’arroganza smargiassa di un uomo che si pone al di sopra della legge e uno stuolo di lacché di giornalisti e forze dell’ordine che si pongono al di sotto di quell’uomo; ha perso, e spero per sempre, l’idea di rendere il confronto politico un vomitevole atto d’istigazione all’odio. Oggi, nella Giornata della Memoria che sono sicuro qualcuno non dimenticherà facilmente, le righe dei pigiami si decorano di un racconto nuovo di liberazione: non dal ghetto della storia, ma dal fascismo del pensiero imposto. Per cui adesso parlaci di Bibbiano, Salvini. Parlacene, oppure finalmente taci, e torna nella più consona dignità del silenzio a nascondere il tuo fallimento umano, prima ancora che politico.

Emanuele Tanzilli

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