Donald Trump Stati Uniti
Vignetta di Mauro Biani uscita su "La Repubblica" del 13 ottobre. Fonte immagine: account Instagram @maurobia

Too much and never enough” è il titolo del libro scritto da Mary L. Trump, psicoterapeuta statunitense e nipote dell’attuale presidente degli Stati Uniti. In questo libro l’autrice, ripercorrendo la storia familiare e la vita di Donald Trump, ne mette a nudo la personalità, a tratti in modo spietato. L’illustre zio è descritto come un uomo ozioso, dedito al vizio e nient’affatto un self-made man come vorrebbe far credere.

Il solo titolo del libro è illuminante perché coglie appieno l’immagine privata e pubblica di Trump. Noti sono i suoi accessi d’ira, le uscite poco felici sui suoi nemici, veri o presunti, il modo rude di zittire avversari e giornalisti, le battute a sfondo razzista e gli incitamenti all’odio. Il comportamento di Trump, appunto, è paragonabile a quello di un bambino che pretende troppo e per il quale tutto non è mai abbastanza. Ma forse più esplicative sono alcune frasi da egli stesso pronunciate in questi ultimi mesi, e che hanno contribuito a creare ulteriore confusione politica e sociale negli Stati Uniti già lacerati da quattro anni di presidenza “The Donald”.

«We’re sending law enforcement»

Nel luglio scorso a Portland, in Oregon, così come nelle maggiori città degli Stati Uniti, sono divampate le proteste del movimento Black lives matter, in reazione alla morte di George Floyd, ucciso da un poliziotto il 25 maggio. Trump, opponendosi alle decisioni sia del governatore dello Stato americano che del sindaco della città, ha deciso di dispiegare le truppe del dipartimento per la sicurezza nazionale, di solito impiegate nell’antiterrorismo e nella gestione delle calamità naturali.

Come efficacemente spiegato dall’editoriale del Los Angeles Times, il presidente degli Stati Uniti ha il potere di far intervenire l’esercito nelle città per sedare scontri e proteste in due casi: su richiesta dei governatori degli Stati, oppure quando le autorità preposte non riescono a ristabilire l’ordine pubblico in autonomia. Un precedente esemplare è quello del presidente Dwight Eisenhower, che nel 1957 ha inviato le truppe in una cittadina dell’Arkansas per garantire l’applicazione di una sentenza della Corte Suprema che aveva sancito la fine della segregazione razziale, consentendo ad alcuni studenti neri di accedere ad una scuola fino a quel momento frequentata da soli bianchi. Una causa ben più delicata e importante rispetto a quella che ha mosso Donald Trump: proteggere statue e monumenti dagli atti di vandalismo dei manifestanti di Black lives matter.

«We’re sending law enforcement»; Trump ha preannunciato la sua decisione con queste parole. Ma contro chi? Portland ed altre città americane sono state teatro di abusi dei militari nei confronti di manifestanti inermi. Ci sono stati episodi di pestaggio, alcune persone sono state trattenute nelle celle di sicurezza delle locali autorità di polizia, altri sono stati fatti salire a bordo di camionette senza alcun contrassegno.

Poliziotti delle truppe federali mentre arrestano una donna durante gli scontri di Portland. Fonte immagine:Forbes/Credit:Getty images

«Stand back and stand by»

Nota è poi la posizione discutibile di Donald Trump sui movimenti americani di estrema destra. Durante il primo dibattito tra i due candidati alla Casa Bianca, il presentatore dell’evento Chris Wallace ha espressamente chiesto a Trump di condannare le azioni dei suprematisti bianchi e dei gruppi di estrema destra. In particolare sia il moderatore che lo sfidante democratico Joe Biden hanno fatto il nome dei Proud Boys, un gruppo che si è reso protagonista di diversi atti di violenza, con alcuni suoi esponenti finiti in carcere per degli scontri avvenuti a New York nel 2018.

Il presidente non solo ha glissato la domanda, ma ha usato un’espressione molto ambigua e, rivolgendosi direttamente al gruppo estremista, ha scandito «stand back and stand by» (letteralmente “state indietro e state a guardare”, ma traducibile anche come “fate qualche passo indietro e tenetevi pronti ad agire”). Una frase che ha suscitato sconcerto in molti studiosi e giornalisti americani, che hanno visto nella frase di Trump un vero e proprio riconoscimento dei Proud Boys ed una sorta di chiamata alle armi. Il rischio che l’espressione nasconda un endorsement nei confronti del gruppo è testimoniato dal fatto che alcuni esponenti dei Proud Boys hanno rilanciato la frase di Trump sui social e sulla piattaforma Telegram.

Non solo Trump non ha condannato apertamente le azioni dei gruppi di estrema destra, ma ha anche aggiunto «[…] qualcuno deve fare qualcosa per gli antifa [antifascisti, n.d.r.] e la sinistra». Peccato che non ci sia nulla in concreto da fare, considerando l’assenza negli Stati Uniti di gruppi di estrema sinistra altrettanto organizzati e protagonisti di atti di violenza.

È presente, invece, una certa inclinazione degli statunitensi a preferire l’uomo forte. Sembra che attualmente circa 4 americani su 10 accettino di buon grado l’autoritarismo, preferendolo a quel sistema di valori democratici che ha ispirato l’assetto costituzionale del paese. Non si tratterebbe di una linea politica definita, bensì di una “visione del mondo” rappresentata da una persona – in questo caso Trump – perfettamente in grado di farsi cassa di risonanza di insicurezze e paure. Basta lanciare i segnali giusti, costruire via via un nuovo nemico – come è stato per i messicani, per la sinistra, per gli attivisti BLM – e renderlo una minaccia per i valori e le tradizioni statunitensi.

«Don’t be afraid of Covid. Don’t let it dominate your life»

Ma l’uomo forte al comando è anche in grado di spegnere le insicurezze e le paure fra la popolazione, simulando di avere il potere di farlo. Donald Trump è risultato positivo al coronavirus ed è stato ricoverato al Walter Reed Medical Center, un ospedale militare di Washington. Rientrato alla Casa Bianca dopo la degenza ha dato l’ennesima prova di sé, togliendosi la mascherina e dicendo al popolo americano «non abbiate paura del Covid. Non lasciate che domini le vostre vite».

Con questa frase, Trump vorrebbe convincere gli Stati Uniti, nei quali ci sono stati sinora più di 219 mila decessi per coronavirus, che se ce l’ha fatta lui può farcela chiunque, anche senza bisogno di usare particolari precauzioni. Peccato che sono le condizioni di partenza ad essere diverse. Il presidente ha potuto contare su cure avanguardistiche e costose; per guarire ha avuto un’equipe medica a sua disposizione ed ha assunto un cocktail di sostanze – il remdesivir, una droga sperimentale, ed il dexamethasone, uno steroide. Attenzioni e farmaci che la maggior parte della popolazione americana non può permettersi.

Ma la frase pronunciata da Trump gli permette di nascondere la realtà: una gestione fallimentare della lotta alla pandemia, sulla quale si gioca anche il risultato delle presidenziali. Trump infatti avrebbe perso consenso fra la popolazione anziana, una delle fasce più duramente colpite dal coronavirus. L’ultima carta che il presidente può maldestramente giocarsi è proprio quella di minimizzare la portata del virus, continuando a fare comizi durante i quali i sostenitori non indossano la mascherina e non rispettano le regole sul distanziamento fisico.

Donald Trump al rientro alla Casa Bianca dopo la degenza al Walter Reed Medical Center. Fonte immagine: coronavirus.medium.com / Credit: Win McNamee/Getty Images

«Will you shut up, man?»

Donald Trump sembra non temere i suoi avversari politici e si rivolge ad essi con toni sprezzanti. Come nel primo dibattito presidenziale in TV, quando ha interrotto e zittito più volte Joe Biden. Stando agli ultimi sondaggi il candidato democratico sarebbe in vantaggio sul presidente uscente, attestandosi al 51,8% su base nazionale. Tuttavia la percentuale delle intenzioni di voto a livello federale è poco indicativa, poiché gli esiti delle elezioni si giocano sugli swing states, gli “stati in bilico” e il relativo numero di delegati del collegio elettorale, espresso in proporzione alla popolazione.

Nonostante la debolezza del candidato democratico, l’aggressività di Trump nei confronti di Biden nasconde una certa paura di perdere. Una paura che potrebbe portare il presidente uscente a rimanere alla Casa Bianca a qualsiasi costo, approfittando di alcune condizioni favorevoli a tale scopo. Primo fra tutti il voto per corrispondenza, ampiamente utilizzato nella maggioranza degli Stati americani soprattutto in questa tornata elettorale, specie perché si tratta di una precauzione anti-contagio. Per lo scrutinio completo dei voti via posta ci saranno ritardi e Trump potrebbe schierare nuovamente le truppe federali con la scusa di garantire la regolarità delle operazioni di spoglio. Col risultato che continuerà il clima di tensione nelle città statunitensi.

C’è un’ulteriore insidia dietro l’angolo. Considerando il sistema elettorale americano, ogni singolo voto può fare la differenza; Trump ha vinto contro Hillary Clinton con poco più di 77 mila voti di scarto. Greg Palast, giornalista e fondatore del The Palast Investigative Fund, ha svolto un’inchiesta dalla quale è emerso che, durante le presidenziali del 2016, più di 7 milioni di cittadini statunitensi sono stati cancellati dalle liste elettorali.

La disciplina sulla cancellazione delle liste varia di Stato in Stato, ma Palast, che si occupa di questo fenomeno sin dalle elezioni di George W. Bush del 2000, ha scoperto che si tratta di una tecnica per eliminare il voto di ben precise fasce di popolazione che, statisticamente, fanno parte dell’elettorato democratico, in specie gli afroamericani e i lavoratori a basso reddito. Proprio per un maggior controllo dell’attuale tornata elettorale, lo stesso Palast tramite la sua fondazione ha lanciato la campagna Save my vote 2020, che permette ai cittadini americani di scoprire se sono stati cancellati dalle liste elettorali del proprio Stato di residenza e, nel caso riscontrino irregolarità, di intraprendere le azioni legali del caso.

E pluribus unum è il motto che compare nel sigillo ufficiale e nelle banconote degli Stati Uniti, in uso nel paese sin dalla guerra d’indipendenza dal Regno Unito. La frase allude all’atto di unificazione delle originarie tredici colonie che, nonostante le diversità, hanno voluto dar vita ad una sola nazione e ad un assetto istituzionale comune. Il presidente degli Stati Uniti, da questo punto di vista, incarna l’unità della federazione. Donald Trump ha esasperato le divisioni presenti nella società e, contrariamente al proprio mandato, è fattore di disgregazione e non di coesione. La speranza è che, in occasione dell’imminente Election day, i cittadini americani individuino chi è realmente il nemico dell’unità nazionale e dei suoi valori. Non dovrebbe essere difficile: non indossa la mascherina ed attualmente siede alla Casa Bianca.

Raffaella Tallarico

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