George Floyd, I can't breathe
Credit: ACLU of Minnesota

“I can’t breathe”, ripeteva George Floyd, afroamericano di 46 anni, mentre sdraiato, pancia a terra, aveva il collo schiacciato dal ginocchio di un poliziotto di Minneapolis in Minnesota. Ancora un nuovo, agghiacciante caso, di violenza da parte della polizia statunitense.

I can’t breathe, “Non riesco a respirare, non uccidetemi”, dice George mentre il sangue gli cola dal naso. Quando arrivano i soccorsi ormai è tardi, non ce l’ha fatta. L’ennesima vittima della brutale violenza di una polizia che soprattutto negli USA, terra dei diritti di qualcuno ma non di tutti, miete ancora il suo folle tributo di sangue.

La scena si svolge mercoledì 26 maggio: «Era iniziato tutto verso le otto di sera, quando due agenti sono arrivati al 3700 di Chicago Avenue South per fermare un uomo che “appariva sotto gli effetti di droga” e che – sempre secondo gli agenti – ha opposto resistenza all’arresto.», riporta Repubblica. Secondo la versione ufficiale della polizia di Minneapolis, quando gli agenti sono riusciti a mettergli le manette, George ha accusato un “problema medico”. Tale versione è stata smentita da tutti i passanti, che hanno anche ripreso la scena, e il video è risuonato subito dirompente e straziante sui social mostrando ben altro: la violenza brutale utilizzata dalla polizia nei confronti dell’uomo.

George Floyd è stato ucciso dalla polizia, davanti a tutti, mentre chiedeva aiuto: “I can’t breathe”, “Non riesco a respirare”. Si dice che la colpa fosse stata una banconota da 20 dollari falsa, ma poco importa, perché qualsiasi sia stata la colpa non meritava certo di essere ucciso a sangue freddo; la giustizia avrebbe dovuto eventualmente punirlo, e non l’arbitrio di un agente di polizia che ha abusato del suo potere di fronte a un pubblico passivo e sconcertato.

La sera stessa il sindaco della Città, Jacob Frey, ha confermato la notizia del licenziamento degli agenti di polizia coinvolti nell’accaduto, mentre l’FBI sta indagando senza ancora aver formulato alcun capo d’accusa. Anche il candidato democratico Joe Biden chiede giustizia per la famiglia di George Floyd, richiedendo un’indagine federale e accogliendo con favore il provvedimento verso gli agenti di polizia coinvolti. Intanto centinaia di manifestanti sono scesi per le strade a chiedere, a gran voce, giustizia per George, scandendo gli slogan “I can’t breathe” e “Black lives matter”.

I can't breathe, Black lives matter
Credit: blitz quotidiano

L’episodio di Minneapolis è soltanto, e purtroppo, l’ennesimo caso di violenza della polizia su afroamericani. Nel 2014 un caso simile si è verificato a New York nel quartiere di Staten Island. Eric Garner, afroamericano di 43 anni, vendeva sigarette di contrabbando quando fu fermato e ucciso da un agente di polizia che nella colluttazione lo bloccò con una presa al collo soffocandolo. Ancora oggi per Eric non c’è giustizia.

E non c’è giustizia nemmeno per Michael Brown, diciottenne afroamericano ucciso a Ferguson in Missouri da ripetuti proiettili sparati da un agente di polizia. La sua colpa era quella di aver commesso un furto, non accertato al momento dell’arrivo degli agenti di polizia, e confermato solo successivamente, quando ormai il ragazzo era morto mentre avrebbe dovuto scontare la sua pena in carcere. Va da sé che in questi casi licenziare gli agenti di polizia non è sufficiente: l’unica giustizia possibile e plausibile è che questi vengano processati.

Anche la perla dell’NBA LeBron James, stringendosi al dolore della famiglia della vittima, chiede giustizia e protesta per la sua uccisione pubblicando una foto di Colin Kaepernick, inginocchiato per l’inno statunitense, come simbolo della lotta contro il razzismo e del rispetto delle minoranze.

George Floyd, I can't breathe
Credit: voci di città

Il tema dell’abuso di potere da parte delle forze di polizia, soprattutto contro gli afroamericani e dunque a sfondo razziale, è un tema tristemente noto negli Stati Uniti dell’odio trumpiano, che evidentemente, dalla loro storia recente e meno recente hanno ancora molto, troppo, da imparare.

C’è bisogno di giustizia, per George e per tutti gli afroamericani uccisi brutalmente dalla furia degli agenti di polizia, per un sistema che ancora oggi fa gridare “I can’t breathe” ad un povero uomo la cui più grande “colpa” è quella di essere nero. C’è bisogno di un’America nuova che tuteli veramente i diritti umani, quelli di tutti, indistintamente. Qualcosa che sembra scontato ma che, per gli afroamericani è ancora un privilegio irraggiungibile: essere afroamericani troppo spesso è una sentenza di morte, in un Paese che si fa promotore e che millanta il rispetto dei diritti.

“I can’t breathe”: eppure un uomo viene ucciso da agenti di polizia che infangano la divisa che dovrebbero invece onorare. Un uomo che diventa ulteriore emblema della lotta per i diritti degli afroamericani.

Mi chiedo come quegli agenti di polizia riescano a dormire tranquilli, pensando al grido disperato di George Floyd, al suo “I can’t breathe”, e al ruolo che non sono riusciti a ricoprire, divenendo gli stessi carnefici da cui dovrebbero, invece, difendere.

George Floyd è morto, ma occorre giustizia per lui e per tutti i suoi fratelli che continuano a essere brutalmente uccisi dagli agenti di polizia. Deve esser fatta giustizia perché l’America sia in qualche modo “la terra dei liberi e la casa dei coraggiosi” (“The land of the free and the home of the brave”), come recita l’inno del Paese a stelle e strisce.

“I can’t breathe”, sono le parole che vorrei sentir dire agli agenti di polizia, di fronte a un giudice, per i sensi di colpa che dovrebbero attanagliarli.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

1 commento

  1. Da 4 ragazzi di 11 anni.
    Crediamo che dovremo smettere di odiarci a vicenda dato che siamo tutti esseri umani e anche se siamo tutti diversi (che sarebbe un bene e secondo noi è la cosa piú bella del mondo ) che fra parentesi abbiamo detto che è bello non dobbiamo creare barriere tra noi e dobbiamo distruggere. Siamo diversi e lo sapete e questo non è il problema. Da sempre l’essere umano a puntato il dito contro i così detti ultimi . Non deve essere una condanna essere diversi. È inoltre dopo il corona virus che non fa respirare bene si soffoca una persona con tutto il peso? Noi abbiamo fatto un commento che speriamo arrivi nella testa di chi pensa ancora a queste cose. Un altra cosa SMETTETE DI DISTRUGGERE LE ANIME DEGLI ALTRI DATO CHE NON NE AVETE IL DIRITTO ! Per sentirsi superiori non si uccide una persona ma si fa qualcosa per l’umanità.
    Da Anita e i suoi tre amici.

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