La normalità era il problema
I mezzi dell'esercito che trasportano le salme delle vittime del coronavirus [© ANSA]

Business as usual. Quando la politica volge lo sguardo oltre la siepe non vede altro che immense praterie di normalità, in cui i cavalli nitriscono liberi come il mercato, galoppando profitti e lucide criniere al vento, dove le rondini tornano a stormi massicci di consenso, disegnando in cielo figure che assomigliano incredibilmente a percentuali (quasi mi sembra di scorgerle), e i fiori sbocciano in una fragrante esplosione di perbenismo, pistilli stretti come energiche mani, pollini ridenti e fontane di nettare finanziate dalle lobby della primavera.

It’s just a flu. Così rimarcavano i luminari del sovranismo non più di qualche settimana fa, placidi sui loro crassi deretani a dispensare le rassicurazioni tipiche di chi non ha bisogno della pietà dei fornai per un panino del giorno prima da mettere sotto i denti. Questo prima che il virus colpisse lo stesso Boris Johnson e sbriciolasse il cuore pulsante dell’impero finanziario americano, quella New York ridotta a lazzaretto pestilenziale dai contagi. Eppure Donald Trump si ostina a ripetere che “la cura non può essere peggiore della malattia”, mentre Jair Bolsonaro bolla come “codardi” quelli che si rifiutano di uscire di casa. Mancando, oltre che di buonsenso, pure di originalità: anche il riscaldamento globale era stato definito poco più di una lieve influenza che affligge il pianeta. Stesse metafore, stesse menzogne.

Il presidente del Brasile Bolsonaro
[fonte: heraldbulletin.com]

Questo stuolo di pifferai di Hamelin, wannabe di un fascismo pop glitterato con parrucchini e punti esclamativi su Twitter, sono i cultori della stessa normalità che ha portato guerra, crisi climatica e pandemia. Fantocci senz’altro merito che l’essersi votati anima e corpo alla corruzione, al soggiogamento del potere, alle putride lusinghe del denaro. Che non gli sia concesso mai perdono, né redenzione alcuna: la normalità che spacciano per desiderabile lo è solo per loro, manipolo di fanatici mangiacaviale capaci di rappresentare nient’altro che le loro budella.

Quella normalità era il problema, era esattamente ciò che ha innescato ogni crisi geopolitica, umanitaria, ecologica, energetica, sanitaria che la storia recente annoveri. Qualcuno inizia finalmente a rendersene conto, mentre gli ospedali sono costretti a scegliere a chi dare i respiratori, nelle case di riposo gli anziani sono abbandonati a marcire tra i cadaveri, nelle abitazioni gli infermi sono lasciati a morire senza soccorso e le bare sfilano come lugubri cortei a calcare il silenzio di gomma e asfalto. Se non è questo il fondo che attendevamo di toccare non ci resta che annegare nella fossa delle Marianne e implorare, implorare pietà.

Come fa notare Paolo Pileri, editorialista di Altreconomia, in una lettera ad Avvenire, “Tutto quel che la normalità respingeva, dagli accordi sul clima, agli investimenti in sanità pubblica, allo stop al consumo di suolo e al traffico, alla tutela della biodiversità, agli investimenti in ricerca, cultura e manutenzione del Paese, all’economia circolare e fondamentale al posto della tradizionale, e così via, deve ora essere messo in cima all’agenda pubblica di una normalità che va costruita proprio ora, nelle macerie in cui siamo”. Si tratta di sciacallaggio, speculazione? Di propaganda? Di un subdolo tentativo per imporre un’ideologia sgradita?

No, no e ancora no.

Si tratta di una constatazione, un sillogismo politico, sociale, culturale. C’è infatti una soluzione immediata da trovare, ed è il vaccino contro il covid-19; ce n’è poi un’altra, di là da venire e immaginare, che riguarda ogni aspetto della nostra esistenza – o di quel che ne rimarrà – alla fine dell’emergenza. E non è possibile trovarla all’interno della normalità che ha causato il problema. Chi lo pensa o lo suggerisce è semplicemente avulso dalla realtà, perché il mondo dopo il coronavirus non sarà uguale a quello di prima. Non prendiamoci in giro: utilizzare gli stessi strumenti, metodi, archetipi, teorie a cui abbiamo fatto ricorso finora sarebbe da folli. Sono sicuro che Einstein concorderebbe.

Per questo trovo ridicoli, ancor prima che tragici, gli appelli all’ottimismo, ad andare avanti, che provengano da Renzi o dal vicino di casa che spara l’inno nazionale a pieno volume dal balcone. Trovo patetica l’Europa di Lagarde e von der Leyen che litiga, arranca e annaspa per l’emissione di eurobond perché condividere i morti va bene, ma i rossi di bilancio non se ne parla nemmeno. Trovo miserabile chi utilizza la fame altrui per seminare discordia (sì, sto parlando di Salvini), demenziale chi lucra sulla paura per promuovere se stesso alla stregua di un cabarettista in cerca di notorietà su internet (sì, sto parlando di De Luca). Sono personaggi fuori dal tempo, vestigia di una civiltà che si è lasciata crollare su se stessa, cariatidi che reggono un tempio ormai vuoto e spoglio, sommersi come atlantide dalla loro stessa bramosia e cupidigia.

Ma chi li rivuole. Anzi, chi è che rivuole un’architettura socio-economica escogitata appositamente per innescare crisi sistemiche e far pagare il prezzo di quelle stesse crisi alle fasce più deboli della popolazione? Naomi Klein la definisce shock economy: la strategia attraverso cui le élite politiche ed economiche impongono una deriva securitaria e ultraliberista approfittando di catastrofi e calamità per bypassare il consenso popolare. Il coronavirus diventa così l’araldo perfetto per il “capitalismo dei disastri”, perché mette con le spalle al muro i deboli, gli infermi, i senza reddito, i precari, i lavoratori e le aziende più fragili, e allo stesso tempo movimenta un pantagruelico flusso di denaro per ingozzare gole e ventri di istituti finanziari, corporation, centri di potere. Non esiste intervento diretto a favore delle classi popolari sotto il capitalismo, mettiamocelo in testa. È una teoria economica ben precisa, si definisce trickle-down: i soldi vengono erogati in alto e lasciati gocciolare verso il basso dove arrivano i residui, i rimasugli. Volgari elemosine.

La mappa dei milionari del mondo, dati 2019
[fonte: howmuch.net]

Chi la vuole una normalità fondata sulla produzione di “ricchezza”? E cosa può definirsi tale? Se parliamo di denaro anche fabbricare mine antiuomo crea ricchezza; anche spacciare cocaina, trafficare organi, sfruttare la prostituzione, massacrare animali per le pelli o l’avorio crea ricchezza. È questa la normalità che ci era tanto cara? Quella che lascia milioni di persone senza cibo, senza istruzione, senza assistenza sanitaria? No, grazie. Ma individuato il problema occorre individuare anche la soluzione; si rischia altrimenti di passare per i sinistroidi piagnucolanti che addossano ai poveri ricchi (passatemi l’ossimoro) l’espiazione delle proprie disfatte.

Lo dirò con molta franchezza, giacché in troppi ci hanno girato intorno: la soluzione si pronuncia con una parola sola e quella parola è socialismo. Appianare le disuguaglianze economiche, ambientali, razziali e di genere, redistribuire le ricchezze materiali e immateriali, concepire nuovi paradigmi per scardinare la logica del profitto a ogni costo non sono più opzioni da prendere in considerazione o utopie da cullare nell’isolazionismo intellettuale, ma necessità per garantire l’uscita dallo stato di crisi permanente a cui il capitalismo neoliberista ha costretto il 99% dell’umanità. Se invece neppure una pandemia sarà in grado di convincerci dell’ovvio, se a prevalere saranno le pulsioni autarchiche e autoritarie, le compressioni alla libertà in ragion di sicurezza, le restrizioni dei diritti in virtù di terrore, in futuro, pandemia o non pandemia, sarà estremamente difficile mantenere un metro di distanza dalla marmaglia indecorosa che detiene il potere. Veramente, veramente difficile.

Emanuele Tanzilli

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